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Una storia di DomenicoDeFerraro

Questa storia è presente nel magazine LA FILOSOFIA NAPOLITANA

POEMETTO ALL’ OMBRA DI ANTICHI FAGGI

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9 minuti

Pubblicato il 07 giugno 2020 in Storie d’amore

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All’ombra di antichi faggi , seggo , beato , ascoltando il vento, rapito dalla musica , vado per lidi sconosciuti in melodie mobili , perso in note celeste. Idilli di madre natura , danzanti nella mia mente come fossero tante pecorelle smarrite. Mi beo nel sonno di un dio antico divenuto signore di un tempo che scorre e traduce le mie parole come fossero pargoli da allevare . E tutti conoscevano il mio libero verso , tutti sapevano cosa nascondessi in seno. Nel bel mezzo del giorno i caldi raggi del sole trafissero il mio corpo ed io m’alzai e mossi i miei passi nel silenzio surreale come fossero ipogei di fattura etrusca , forme di un divenire plastico che si crogiolava di immoti sensi e sparute persecuzioni razziali dalle labbra rosate.


La mia anima divenne questo sogno che faccio sotto questo albero di parole , che spoglio accoglie le mie spoglie terrene, le mie membra lasse nella forma grammaticale nella genuflessa questione dell’essere volgare . Ora sono qui sopra questo monte di parole , mi beo dell’ignoranza altrui , mi pongo tante domande inutili come il tempo che scopre e mi trascinano in fondo al fosso . Ivi udite le mie parole lamenti lirici , echi di mille canzoni ed inni metafisici forme miste nella loro metrica fallace che partorisce una rosa , una sintesi, un verso di forme evulse nell’essere noi stessi. Mentre il mio canto muove le ali, gli aedi volano nell’ossesso delle forme liriche. Mi lancio come fosse un cavallo pazzo sopra la terra di mezzo e appaio come fosse un fantasma. La mia lode , odo nell’ora più cupa in questo verseggiare fatto di pochi interrogativi , di poco dire che continua a danzare con il mio fantasma . Danzo , nudo sotto il poggio di rose rosse , sotto il pergolato dell’amata . Ed io vedo un uomo venire dal fondo del prato camminando desto nel suo sogno, faticoso. Ed io so d’essere una maschera sò d’essere me stesso di dover divertire il pubblico con i miei lazzi e i miei frizzi , sono nel principio dell’estate , sono sul palco ed ascolto le voci denigrare la madre che ha lasciato soli i suoi figli , sono sotto la luna in questo increscioso fluire di mille rime atrofiche, effeminate, fisiche, sortilegi , giochi onirici che permangono nella loro forma come fossero un dire di idee malate.


Io chiamo te amore con il tuo nome , come la mia morte che va incontro al suo destino , giovane vite dalle molte vite e dai molti capricci nella rima in blues che impazza nello scorrere dei versi come fossero un emistichio che si spinge più in la del suo capire cosa siamo . Giovane , allegro saltimbanco dai neri baffi che balla un samba con la bella di turno che comprende solo sesso, non comprende quando l’amore ti prende per mano e ti conduce sopra il monte della pietà. Ed egli , era giovane, era tanto giovane e non conosceva le donne ne la paura di morire di dire ti amo, ma la sorte lo ricondusse dove nacque dove riprese tutto quello che aveva speso . E la sposa lo prese per mano in questo ballo , siamo tutto e nulla.


Siamo quello che abbiamo vissuto in un tempo passato, dentro il fuggire dei versi , siamo questa notte stellata , mille parole .Ed un canto lieve mi porta dove sono nato a quando ero piccolo e non conoscevo la morte come sorella dell’arte. Santa madre dell’amore , figlia della lupa , figlia di un Dio che siede nudo sopra un piedistallo con tante domande ai suoi piedi , con il suo viso barbuto , nella parole che danzano nella canzone plebea , bella da morire.


Io dico di non comprendere il senso di questi versi che scrivo, ma sono sul punto di essere me stesso , nella forma che fiorisce dall’albero della vita e s’alza in volo nell’incomprensione di questo vivere che potrebbe essere un ciclamino ciclico o un circolo vizioso , una canzone senza domani che danza dentro il mio animo . Quasi fosse un trambusto , mi disturba e mi masturba all’ombra delle mie paure . Una sega mentale che mi trascina sempre più verso il fondo delle parole dette.


Stella ora illumina la notte fonda , illumina il mio cammino la mia triste storia, fatta di molti viaggi e molte voglie . Muovo i miei passi nell’oscurità , nella sorte avversa come fossi un fantasma una forma insignificante che non ha più nulla da dire. Per anni ho conosciuto il fondo di questo inferno , la voragine della ragione che avvolge la mia ignoranza. Lasso nella diceria nella mia esperienza informale che funge da deterrente ad un ragionamento inusuale. E come fossi rinato in altri tempi , stanco di perire nell’idee degli uomini , stanco di radermi la mattina , stanco di volare da solo nell’aria in questo meriggio che contiene in se tante leggende , tanti amori spesi troppo in fretta . M’appare questo Dio di pace , sopra la volta celeste , sembra un uomo, ora una donna , ora un bimbo che viene cullato dal padre. E non c’è fiume che finisce dentro un pozzo , non c’è una vecchia che piange sua madre dietro uno specchio , con tutti i suoi anni spesi a combattere il male del secolo. La sua triste storia in molti conoscono e pochi ascoltano.


E tu m’insegnasti le pene del vivere, le acerbe pene della bellezza, le pene che non sono penne e non sono lettere neppure perché , parole che danzano sotto il cielo a sera con le stelle e non c’è amore che possa morire se non vuole che egli muoia all’alba. Un amore fattosi rosso che ha compreso ogni cosa ed ogni cosa è figlio. Come quei giorni brutti del mio vivere come questo verso che si schiude sopra la corolla di spine che circonda la rosa .


Si suppone bisogna essere persone civili di dover pagare ogni conto ed ogni prezzo per vivere in pace e non ci sono sconti quando si entra nel supermercato perché c’è la signorina nuda che ti siede difronte, ti invita a visitare tutto il negozio con le sue scarpine di cristallo . Non c’è pace per chi ha il cuore trafitto dal tradimento , non c’è cane che abbaia al lume della luna nel cielo insieme alle stelle del firmamento. Ed ogni tanto si fa politica , si fa poesia ed il commesso è innamorato della cassiera del supermercato dove faccio la spesa e la signora Gina è talmente grassa che gira sopra una sedia a rotella mostrando il suo corpo tozzo che sembra una tazza di caffè. La quale stizza e dice d’essere una grazia che io ringrazio e poi prendo in giro, perché cosa m’importa d’essere civile, quando ho imparato a far di calcolo da solo, quando ho imparato che nessuno ti salva dal fango in cui sei finito. Ed io volevo bene una donna , la sognavo tutte le notte sotto le stelle, mi facevo cosi piccolo e mettevo le ali , volavo via come fossi un angelo e non credo di aver imparato a volare quel giorno d’estate , vicino al mare sotto le stelle , sotto , quel cielo in quell’ amore che fa rima con mare.


Ed in questo paese, ci sono uomini neri e uomini bianchi ci sono gente che crede in Dio ed io ero fedele , poi non so più cosa sono diventato strada facendo. Cosi ho messo una maschera ed ho cantato questa vita come la conoscevo come l’avevo vista nascere. In questo paese mi definiscono anormale , ma io so d’essere un cantante che non sa cantare e parlo di politica con Gigino al bar il quale ascolta la radio e dice sempre quello che pensa . Mi definiscono amorale , un pirla con molte libre di grasso che cola ed io so che tutto ciò non è vero . So che non avrei dovuto imparare a volare neppure a cantare ad andare in giro sulla moto, poiché gli angeli mangiano fagioli è fanno miracoli negli ospedali , negli ospizi e tutti sono d’accordo che si può essere santi , anche senza sapere quello che tutti non sanno.


Che cosa faccio ? scrivo per non morire , per essere me stesso non credo che tutto ciò sia normale , ma io vivo in molte questioni filosofiche, di molti affanni in strane forme che sembrano archetipi di un divenire biblico , mi diverto a scrivere quello che mi va . E non debbo dar conto all’oste ed al guardiano dell’obitorio e neppure a Carmela che non mi ha mai voluto dare un bacio. Come vivo ? vivo di molte vite ed in molti versi , in tutto scorro come fosse ieri , che presi la penna in mano , come un tempo , oggi , ritorno ad essere un poeta , una nuvola in mezzo al cielo , vivo in questo canto che mi porta lontano, oltre quello che sono , cosa sono io non so, forse una rana , un mostro , un sogno , forse un Dio .


Vivo in un paese normale all’estrema periferia della conoscenza , ai margini di una canzone , nei miei calzoni rotti. Canto e faccio finta di vivere, poiché ho paura di perdere il posto di lavoro, ho paura di morire da un momento all’altro, di fare la fine dell’imbecille , di fare la fine di Aldo morto per amore, sotto i portici di piazza carità. Ucciso per mano ignota per amore e da tanti dolori . Io sono, Aldo dagli occhi azzurri , dai capelli biondi che credeva e viveva la sua libertà senza rancore e dormiva dove gli capitava , sotto i ponti di san pio ai margini del sagrato delle chiese gotiche. Io sono Aldo . Io sono il frutto dell’amore di tante generazioni.


Ma se divento madrileno, voglio dirigere una corrida. Se divento spagnolo, voglio fumare sigari cubani . Se divento messicano , voglio parlare con le belle fanciulle giù al fiume. Se divento cileno, voglio sperare d’essere poeta senza pagare il prezzo d’essere un poeta a metà prezzo . Ma io sono quello che sono e sogno e canto la mia vita come ella viene , come ella mi giuda , verso altri intendimenti . E se diventasse argentino , vorrei girare per il mondo con le mie scarpe da tennis , vorrei giocare a pallone nelle notti europee, essere chiamato paco o sancio pancia ma io so di non essere un Don Chisciotte, sono solo un uomo che ascolta a sera l’esistenza che la reso un attimo libero nel suo canto d’amore.




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