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Una storia di OrnellaStocco

Questa storia è presente nel magazine Storie di Donne

Piccola Yara

299 visualizzazioni

3 minuti

Pubblicato il 13 ottobre 2018 in Altro

Tags: #yara

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Ho seguito la triste storia di Yara fin dalla sera in cui hanno dato la notizia ai telegiornali. Il mio pensiero è arrivato in quel paese, nella bergamasca, alla famiglia, alla mamma. Da mamma ho immaginato la sua notte in piedi, nell'estenuante attesa del ritorno della figlia.

Yara in quella casa non è mai più tornata.

Avevi, con entusiasmo, accettato di portare lo stereo alle tue compagne nella palestra che frequentavi. C'era un saggio da preparare, sognavi di fare la ginnasta. Con la gaiezza della tua età hai percorso quelle poche decine di metri che ti separavano dalla tua casa, dalla tua vita, convinta che niente e nessuno avrebbe potuto strapparti i sogni che agitavano la tua giovane mente. Cosa mai poteva accaderti in quelle strade già deserte nel tardo e buio pomeriggio di un freddo giorno di novembre?

Il malefico era lì, alla tua ricerca, come uno spietato predatore a caccia di un’indifesa preda da catturare. Il suo furgone bianco era stato visto aggirarsi in quella zona. Ci sono le telecamere. Occhi non umani, senza anima. Non mentiscono. Non tradiscono.

Probabilmente con modi gentili, ti ha invitato a salire su quel furgone, tu, con l’ingenuità dei tuoi tredici anni, ti sei fidata, ti sei seduta di fianco a quell'uomo con quei suoi occhi chiari e magnetici che ti avevano, forse, rassicurato.

Quando hai capito, quando il tuo cuore ha iniziato a batterti nel petto sei fuggita, quel campo forse ti era apparso come un’isola in cui trovare riparo. Protezione. Piccola Yara, il tuo carnefice era più forte di te che sei caduta sotto il suo miserabile corpo che cercava il tuo piccolo corpo.

Quella notte era scesa la neve come a voler coprire con la sua coltre immacolata l’orrore. Come un velo pietoso a coprire il tuo viso. Sei morta per il freddo. Sei morta per il dolore, per il sangue che sgorgava lentamente dalle ferite. Sei morta stringendo nella tua mano un ciuffo d’erba. Mio Dio. Quante volte, in quella notte che ti ha inghiottito come una belva feroce, hai chiamato la tua mamma, che ti venisse a salvare? E il tuo papà, dove era, perché non era lì a proteggerti dal mostro? Erano a casa ad aspettarti, increduli, inconsapevoli di quanto di più orribile ti era già accaduto. Piccola Yara.

Per tre mesi il cielo ha assistito impotente alla decomposizione del tuo esile corpo. Da ginnasta che mai saresti stata. Ma, sono sicura, che proprio dal cielo è arrivato un messaggio. E non può essere che un messaggio divino quello che ha portato un uomo a giocare con il suo aereo modello proprio in quel campo. E non può che essere stato un segnale del cielo se quel piccolo veicolo è caduto a pochi metri da te. Ti hanno trovata piccola Yara. L’orco per tre mesi ha sperato che quel campo diventasse la tua tomba.

Quando dava la buonanotte ai suoi figli.

Quando si faceva il segno della croce in chiesa.

Quando, anche lui, commentava la tua scomparsa.

Quel gelo che ha fermato il tuo cuore in qualche modo ti ha protetto ma soprattutto ha conservato perfettamente il DNA del tuo aguzzino. Il suo sangue era mescolato al tuo. Ti ha lasciato in quel campo sperando che tu morissi. Sperando che nessuno ti trovasse.

Il pm Letizia Ruggeri aveva promesso ai tuoi genitori che tutto sarebbe stato fatto per catturare chi, con disumana crudeltà, aveva compiuto quell'atroce delitto. E davvero tante persone si sono adoperate lavorando giorno e notte per te, piccola Yara.

Tante persone ti hanno voluto bene e tante persone hanno messo a disposizione tutto quello che avevano. Passione, volontà, mezzi all'avanguardia nel settore ma soprattutto un grande senso di giustizia. Hanno fatto un lavoro spaventoso, un’indagine unica al mondo che ha portato ad effettuare diciottomila test del DNA.

Nessun dubbio piccola Yara. Nessun dubbio. Riposa in pace.


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