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Una storia di Agneseme

(I Can't Get No) Satisfaction

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11 minuti

Pubblicato il 24 marzo 2020 in Thriller/Noir

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1.

Sono sdraiata, sento la pioggia che batte sulle finestre ma non riesco a vederla, mi vengono in mente i pomeriggi in cui mi divertivo a saltare nelle pozzanghere: ricordo l’odore della pioggia e i racconti dei miei nonni. Ricordo anche il mio nastro, lo avrò ancora?

Nyika e Gilian. Vorrei che fossimo ancora amici. Perché mi torna in mente tutto adesso? Ricordo perfettamente quell’estate in Spagna. I nostri tatuaggi, Nyika che invidiava i miei capelli rossi, un leone; Gilian un delfino. Io uno stupido uccello, Robin, perché non ho scelto il mio animale preferito: la volpe. La volpe è furba, io no.

I miei genitori. I miei veri genitori.

Il lavoro. Tutti i giorni chiusa in quelle dannate quattro mura. Odio il lavoro in ufficio. Sono sempre nervosa. Lo ero anche quando lavoravo in laboratorio: ma era più stimolante. Ma non bisogna mostrarsi deboli, bisogna sempre sembrare perfetti.

Ho sonno, ho sempre sonno. E 'uscito il nuovo episodio della mia serie tv? Sento un rumore. Non chiudere gli occhi!


2.

Abel è seduto sulla sua sedia, è una sedia pieghevole con una stoffa a fiori ormai tutta rovinata. Sta guardando la tv. La tv è sul muto, lui indossa le sue cuffie: delle “Bose” grigie. Per terra un bicchiere di latte.

Abel guarda parecchia televisione per smorzare la tensione e rilassarsi. Alla televisione guarda film principalmente splatter, il suo preferito è “Ichi the Killer”. Non si stufa mai di vedere questo film, anche perché i dialoghi sono sempre diversi dato che se li immagina nella sua testa: il suo televisore è sempre sul muto, le cuffie sempre sulle orecchie. Nell’appartamento risuona della musica proveniente dalle sue cuffie. Abel non sa come è il tempo fuori, l’appartamento è al buio. Tutte le serrande sono chiuse e pesanti tende coprono le finestre. Da poco si è appassionata alle serie tv.


3.

Guglielmina è sdraiata nella vasca da bagno. Il colore della sua pelle sempre più fosforescente e la luce rossa dell’insegna fuori dalla finestra, creano una strana mescolanza che le dà fastidio agli occhi. Non se ne preoccupa perché fra poco non sentirà più nulla.

Comincia a passarsi la lametta su tutto il corpo. Prima sulle cosce per poi salire fino alle spalle, e cominciare a tagliarsi sulle vecchie ferite da poco rimarginate. Preme la lametta, il sangue comincia a defluire, lo sente caldo, chiude gli occhi, si rilassa nel tepore dell’acqua ormai tiepida. Non vuole svenire subito, vuole godersi il momento.

Suonano alla porta, deve essere la cena, se ne era dimenticata. Sviene.

Nero.


4.

Abel si prepara per uscire. Addosso ha i suoi soliti Jeans e la sua t-shirt bianca con alcune macchie qua e là. Ai piedi le sue scarpe di “Yves Saint Laurent” regalategli dalla madre quando ancora frequentava il corso di specializzazione in chirurgia. Raccoglie da terra la sua giacca rossa di pelle ed esce.

Abel percorre sempre la stessa strada, potrebbe dire esattamente il numero di passi che lo separano dalla farmacia. Si guarda intorno, annusa se c’è qualcuno che fa per lui.

Vede una ragazza. Sembra contenta. Male, molto male. Ha una borsa di pelle marrone e un nastro legato al collo. Si dirige verso il museo.

Abel prosegue ed entra in farmacia.

“Buongiorno” dice seria e distaccata la farmacista, non ha mai capito come approcciare quel ragazzo. “Comunque deve essere un figlio premuroso, visto che viene a prendere i medicinali per la madre” pensò.

Abel non risponde, sta pensando a quella ragazza, è nervoso. Rivede il nastro legato alla borsa che svolazza.

La farmacista digita qualcosa al computer e nota le macchie sulla t-shirt di Abel. Sangue? Abel nota lo sguardo della farmacista.

Abel senza nessuna espressione in volto dice: “Ho effettuato un trapianto di cuore su un avvocato ieri sera e non ho avuto tempo di cambiarmi. Comunque sta bene.” Poteva essere un’ottima battuta, se seguita da un sorriso, un occhiolino o un “sto scherzando!”.

Ma suonò proprio come vero. Il farmaco arrivo velocissimo tramite i tubi pneumatici alle spalle della farmacista. Abel pagò e uscì.

Durante il ritorno verso casa scandagliò ogni passante, immaginando la loro vita e il loro livello di soddisfazione personale. Troppa gente che ce l’aveva fatta... a differenza sua. Ma l’apparenza inganna.

Abel apre il portone del condomino, sale le scale, l’ascensore è occupato. Inserisce le chiavi nella prima toppa della porta, poi nella seconda e infine nella terza. Ha una porta blindata, gli altri affittuari credono solo sia un po' paranoico.

Si toglie le scarpe, e indossa delle ciabatte di plastica bianche e si toglie la giacca, che appende ad un gancio sul muro.

“Sono tornato con le medicine!”. Nessuno risponde, risuonano solamente dei “bip”. Ma Abel non sembra turbato, evidentemente non si aspettava nessuna risposta.

Apre una porta in fondo al corridoio e lancia dentro il pacchetto di medicinali. Lungo il suo braccio i peli cominciano a rizzarsi, ha la pelle d’oca ma non sembra spaventato.

Il pacchetto va a sommarsi agli altri.

Indossa un camice verde ed entra in una stanza sulla destra del corridoio. “Come va oggi Rick?”

Questo Rick è intubato, due fori al posto degli occhi. Abel prende una cartellina dà in fondo al letto. Controlla, scrive, cambia dosaggi alla flebo che Rick ha attaccata al braccio.

Vicino a Rick c’è una donna.

“È stato bello conoscerti, pensavo saresti durata di più signorina.” L’elettrocardiogramma sullo schermo è piatto.

“Rick chiudi gli occhi.”

Abel si slaccia i pantaloni e si posiziona sopra alla donna.


5.

“Hai visto l’episodio di ieri?”

“Ovvio! Hai visto come è finito? Non vedo l’ora di vedere come vanno avanti con i flashback. Voglio vedere come è arrivata a ridursi cosi! L’attrice comunque è bravissima!”

Mentre parla, la ragazza appoggia sul bancone della reception la sua borsa a tracolla. Tira fuori un piccolo specchietto, si slega il nastro che ha attorno al collo e rifà il fiocco, si controlla il trucco.

“Oddio, mi si comincia già a vedere la ricrescita.”

“Non so perché ti tingi i capelli.”

“Lo so io... Ciao, vado in ufficio.”

Sulla porta dell’ufficio troneggia una targhetta con il suo nome e l’appellativo di “Biologa”.

Seduta alla scrivania comincia a leggere una serie di scartoffie che aumentano ogni giorno di più. Le vengono in mente i giorni che passava in laboratorio quando era ancora una giovane e spensierata ragazza di campagna, ma la vita l’ha portata a trasferirsi nella grande città e ad accettare il lavoro come direttrice del museo.

Comincia ad agitarsi ripensando al suo passato. Vorrebbe telefonare ai suoi genitori, ai suoi veri genitori: ma non saprebbe cosa dire. Le ci vorrebbe una vacanza, le torna in mente la Spagna.

Tra varie scartoffie, riunioni e caffè “di lavoro” anche questa giornata è finita.

“Sei senza giacca?” le chiede la collega alla reception.

“Si.” Dice quasi rassegnata. Fuori c’è un vento fortissimo e sta' cominciando a piovere.

“Fa' niente, ho bisogno di un po' di aria fresca comunque”, sorride alla collega che ricambia, ed esce. Sta' per piovere, ricorda i salti nelle pozzanghere con i suoi amici d’infanzia.

“Chissà quanti bambini amano saltare nelle pozzanghere” pensò.

Olivia ha la mente piena di date, scadenze e le fa male la testa, non vede l’ora di sdraiarsi sul divano e guardare la tv.


6.

Guglielmina è ancora nella vasca da bagno, il sangue è ormai secco e l’acqua non è più limpida. Fuori dalla porta della stanza i gatti randagi hanno mangiato il suo pollo alle mandorle. E 'sveglia, ma non lucida come vorrebbe, le fa male tutto il corpo non riesce nemmeno a sbattere le ali.

Ripensa alla sua famiglia, ai giorni passati a risolvere equazioni matematiche nella solitudine della sua cameretta e al suo sogno di diventare anestesista. Alla fine c’era anche riuscita ma a che prezzo? Entrambi i suoi genitori erano morti, coincidenze? Tutto è andato a rotoli da quel giorno.

Le dicevano sempre che era intelligente, e il suo QI più alto della media lo confermava. Come aveva potuto allora raccogliere quello stupido fungo? Come si chiamava l’ultimo film che aveva visto? E quel ragazzino carino al quale dava ripetizioni? Nella sua testa mille immagini si confondevano sovrapponendosi.

Il cellulare suona, è un messaggio.

Ha la testa ovattata ma si deve alzare, fa leva con le ali per alzarsi dalla vasca e si aiuta con le braccia, ma sono troppo deboli ancora. Le ali devono compiere tutto lo sforzo, fortunatamente il suo corpo non pesa molto.

Recupera il cellulare: “Ci vediamo al solito posto, alla solita ora.”

Ha fame, si ricorda di aver ordinato del cibo la sera prima, ma dov’è?

Forse il fattorino lo aveva lasciato fuori. Apre la porta, per terra c’è una vaschetta di pollo alle mandorle senza pollo e degli spaghetti di soia alle verdure quasi in buono stato. Tira dentro tutto, si siede sul letto e comincia a mangiare avidamente.

Deve farsi una doccia e cominciare a truccarsi, il verde della sua pelle deve sparire, le ali si nasconderanno sotto al cappotto, per le orecchie userà un cappello.

Finisce di mangiare e con meccanica precisione comincia a prepararsi, tra una striscia di cocaina e l’altra. Da quando si è trasformata a causa di quel fungo le droghe le fanno meno effetto, è costretta ad assumerne sempre di più e sempre più spesso.

E’ pronta. Sniffa un’altra striscia di coca.

Nero.


7.

Abel ha freddo, c’è vento in strada e sta per piovere.

E 'appostato dietro ad una cabina telefonica, una delle poche rimaste, la cabina è rossa e lui si mimetizza perfettamente grazie alla sua giacca. Vede uscire dal museo la ragazza di quella stessa mattina. Sembra triste, ma è solo stanca. Stanca della sua impegnata giornata da donna in carriera e di successo. Queste sono le cose che Abel pensa.

Alla ragazza si muovono i capelli in modo disordinato, Abel nota ancora il nastro attorno al collo: non riesce a capire di che colore è, e non gli importa approfondire.

Comincia a seguirla, con questo genere di ragazze è sempre troppo facile. Svampite e assorte nei propri pensieri.

Abel estrae dalla tasca una siringa e con una precisione chirurgica la preme nella coscia della sua vittima. Abel appoggia delicatamente la ragazza su di sé, intorno non c’è anima viva ma è sempre meglio non destare sospetti. Raccoglie la borsa caduta a terra, intravede un diario con degli arcobaleni e un portachiavi a forma di volpe.

Fortunatamente è vicino a casa e questa volta non ha dovuto prendere la macchina.

Con la dose che cera nella siringa la vittima sarà priva di sensi per almeno un’ora. Entra in casa e si dirige verso la stanza in fondo al corridoio.

“Cara, ti lascio qui dentro con mia madre. Come dici? No, non ti preoccupare non la disturbi. È piuttosto morta. Se hai freddo vai sotto le coperte con lei.”

Abel lascia la ragazza per terra. Immobile e priva di sensi. Il pavimento è cosparso di scatole di medicinali.

Accende la tv, indossa le sue cuffie, fa partire la musica con un semplice “tap” sul suo telefono e sul telecomando preme il pulsante del muto. Per terra un bicchiere di latte.

Intanto fuori inizia a piovere.


8.

Guglielmina sta ora camminando. Sulla strada che le scorre a fianco sfrecciano Lamborghini e Ferrari dei più assurdi colori. Odiava quelle persone: piene di soldi ma con pessimo gusto.

“Ci vediamo al solito posto, alla solita ora”, così recitava il messaggio. Sa benissimo cosa sta andando a fare, è arrivata la sua partita di coca da spacciare. È contenta perché nell’ambiente si è fatta un nome, tutti la rispettano. Viene pagata profumatamente e in più ha accesso a tutta la droga della quale ha bisogno.

“Ciao Gu...”, un uomo in giacca e cravatta la accoglie all’entrata di quello che sembra uno strip-club. “Entra pure, ti sta aspettando.”

“Grazie Bradley.”

Guglielmina entra, di fronte a lei ci sono già decine di uomini ubriachi che sbavano su corpi anoressici di ragazze minorenni.

Guglielmina passa velocemente schivando questi luridi uomini ed entra nella stanza in fondo a quel ritrovo di falliti e pervertiti.

“Ciao Guglielmina, ecco qui la tua partita. Mi hanno detto che ti sei comportata bene l’altro giorno con il direttore del Bellagio. Che bastardo! È pieno di soldi e voleva fotterci.”

“Già...” Guglielmina non avrebbe mai pensato di usare le sue abilità matematiche nel campo dello spaccio, ma la vita è strana.

Guglielmina esce con le sue dosi all’interno di un finto album di fotografie. Fuori dalla porta non c’è più Bradley. Sente un movimento dietro di lei, scorge un'ombra muoversi.

Nero.


9.

Sono sdraiata, sento ancora la pioggia. Quel rumore si fa sempre più vicino. Arriva qualcuno?

Ho sentito la tv, ne sono sicura. Dove sono?

Arriva qualcuno. Ha una ragazza in braccio. È priva di sensi, no è sveglia, ha aperto gli occhi. Mi guarda. Mi guarda? Io la guardo.

Ha un nastro verde legato attorno al collo, è simile al mio.

Lui chi è? Cosa le sta' attaccando al braccio? Guardo il mio braccio, ho una flebo attaccata. Mi sta' drogando. Mi sta' drogando? E 'per questo che ho sempre sonno. Ho sonno. Sono riuscita ad aprire gli occhi. Da quanto sono qui? Davanti a me c’è un letto vuoto.

L’uomo esce dalla stanza. Mi tocco la testa, ho la mano sporca di sangue. Mi tolgo dai capelli in mio nastro azzurro: c’è ancora. È sporco di sangue, ma lo stringo. Questi cosa sono? Stò perdendo i capelli, i miei bellissimi capelli rossi. Ripenso ai miei genitori, che mi hanno salvata adottandomi.

La nuova ragazza trema, ha freddo. Io ho freddo? Riesco a girarmi.

I nostri letti sono vicini, troppo. Alzo lo sguardo siamo almeno sette persone lì dentro.

La ragazza mi guarda. Sto cercando di toccarla. Mi sta' guardando il tatuaggio. Il mio portafortuna. Ma non è servito a nulla.

Voglio dirle qualcosa prima che quel pazzo torni.


“E’ un pettirosso, si chiama Robin.”


FINE.





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