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Una storia di LABORATORI_SCRITTURA_CREATIVA

LA VERSIONE DI SIMONE

LA MIA VITA DA MARITO DI BEATRICE

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58 minuti

Pubblicato il 15 dicembre 2018 in Didattica

Tags: #BEATRICE #SIMONE #DANTE

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STORIA DELLA MIA FAMIGLIA

PAOLO ALESSANDRIA
PAOLO ALESSANDRIA

La mia famiglia ha origini probabilmente celtiche. Il nostro casato ebbe origini forse già dall’alto Medioevo e man mano che passava il tempo è diventata una delle più note famiglie fiorentine.

I miei avi sono arrivati a Firenze intorno al x secolo, erano abili mercanti e banchieri. La storia della mia famiglia, che parte da così lontano, mi ha incuriosito a tal punto da spingermi alla ricerca di notizie che la riguardassero, che ho trovato in scritti e testi racchiusi dentro alcuni bauli nella soffitta polverosa di una delle dimore storiche.

Passavano le giornate in giro per i boschi, i villaggi e le città per recuperare quanto più materiale possibile (come: sementi, attrezzature varie, materiali da costruzione, legna, vasi, stoffe, ecc.), per poi venderle. Hanno viaggiato in molte parti del mondo alla ricerca di sempre nuovi sbocchi commerciali. Sicuramente le esperienze vissute e da poter raccontare sono state molte, ricche di situazioni a volte positive e altre anche spiacevoli.

Con il tempo si arricchirono e iniziarono a commerciare appezzamenti di terreno sempre più con posizioni strategiche. Questo commercio si espanse fino a raggiungere tante città in Italia, in Europa, in Asia e in Africa. E grazie ai miei avi se oggi io e mio fratello possiamo vivere in modo così agiato! Non è sicuramente stato sempre facile perché hanno avuto anche momenti di grande difficoltà ma sono riusciti a superarli stando uniti, “remando tutti nella stessa direzione”, supportandosi a vicenda e credendo in quello che facevano.

Tutte le generazioni che si sono susseguite hanno cercato di preservare le ricchezze ricevute in eredità e di crearne altre per le generazioni future. Anche i miei genitori si stanno impegnando su questo fronte. In questo momento stanno facendo costruire un palazzo a tre piani in una zona molto bella di Firenze, dove possediamo già altre case, vicino ad alcuni nostri cugini. Esso comprende numerose camere molto ampie con soffitti decorati, gli arredi che i miei genitori hanno scelto di mettere sono molto ricercati e costosi; non ne ho mai visti di simili tra le persone che conosco. Al piano terra abbiamo aperto una bottega in cui vendiamo tessuti molto pregiati provenienti da molte parti del mondo, dove lavora un mio carissimo zio. Di tanto in tanto passo a trovarlo e lui mi racconta aneddoti interessanti sulla provenienza dei tessuti che commercializza. Mi perdo nei suoi racconti, sono davvero incredibili! Mio padre mi coinvolge sempre molto nei suoi affari, cerca di insegnarmi tutto quello che ha imparato negli anni in modo da non commettere i suoi stessi errori, perché a volte basta proprio poco per andare in rovina. Quando devo portare avanti delle trattative con clienti da solo, mi assale l’ansia, l’insicurezza e ho paura di non essere alla sua altezza e di deluderlo. In questo testo ho cercato di racchiudere brevemente la nostra storia famigliare fino ai miei giorni e spero di non avervi annoiati.

STORIA DELLA MIA INFANZIA

REBECCA BRUNO
REBECCA BRUNO

La mia infanzia non è stata delle migliori. I miei genitori sono sempre stati troppo protettivi. Le paure che avevano non sempre sono paure concrete, ma paura della paura stessa, che gli conduce a proteggermi eccessivamente ed ossessivamente, togliendomi la possibilità di affrontare molte esperienze di fondamentale importanza per il mio sviluppo e impedendomi, quindi, di vivere. Mi facevano uscire poco, anzi pochissimo. Dovevo sempre stare a casa con la tata. Mi hanno sempre impedito di andare al parco giochi come ogni bambino perché pensavano soltanto che mi potesse succedere qualcosa, ed era più sicuro restare a casa. Ma nonostante ciò i ricordi della mia prima infanzia non sono molto chiari, ma alcuni li ho ben impressi nella mente. Il primo è quello dell’arrivo del mio cane in casa mia. Billy, così lo chiamai, aveva il pelo lungo di colore nero, con un’unica macchia bianca sul muso. Inizialmente era un po’ timido, non giocava molto con me, dormiva spesso e faceva i bisognini in casa, facendo arrabbiare la mamma. Man mano che si abituava a noi, giocava, voleva le coccole, gli davo da mangiare io stesso, e spesso con papà lo portavamo fuori a passeggio per fare i bisognini. Se viaggiavamo ce lo portavamo in giro e lui stava buono buono in macchina. Era molto coccolone, si accucciava spesso sulle mie gambe o su quelle di mamma, in quanto era molto legato a noi, invece di papà aveva un certo timore, perché era lui a sgridarlo spesso, quindi aveva visto in lui una sorta di capofamiglia a cui obbedire sempre. Aveva in casa una cuccia bellissima, aveva la forma di casetta, dentro aveva un cuscino rosso, dove la sera andava a coricarsi, tutto accoccolato, credo si sentisse sicuro e protetto in quel luogo. Man mano che cresceva diventava sempre più giocherellone, gli passavo la pallina da tennis e lui me la riusciva a riportare, era il mio orgoglio! Altri ricordi che ho impressi in testa sono quelli del mio primo giorno di scuola, di quando ho iniziato nuoto, quando ho imparato ad andare in bicicletta. Anche se non ci accorgiamo quando siamo bambini, ma l’infanzia è il migliore periodo della nostra vita proprio perché siamo assolutamente felici. Questa felicità esiste grazie alla mancanza di informazioni, di consapevolezza, e di esperienze negative essendo molto protetti dai nostri genitori. Ma solo ora mi rendo conto che anche se sono sempre stati troppo protettivi, lo facevano solo per il mio bene. Forse ero troppo piccolo per capire, ma ora gli voglio solo ringraziare. Un genitore fa tutto ciò solo per proteggere il figlio. Adesso posso veramente dire che la mia infanzia, nonostante molti no da parte di mamma e papà, è stato il periodo più bello. Tanti ricordi belli, molti sorrisi, le giornate con la tata a giocare, le passeggiate, la sera sul divano a guardare un film tutti insieme.

I MIEI SOGNI DI RAGAZZO

FRANCESCA CARCHIA
FRANCESCA CARCHIA

La sua mancanza aveva lasciato un vuoto dentro di me. L’unica cosa che ormai mi rimaneva di lui erano i colori con cui plasmava le sue creature. Alla mente mi tornarono i ricordi di tutti i pomeriggi passati nella stanza delle arti con lui. Lo osservavo e cercavo di apprendere tutto il possibile perché il mio più grande desiderio era sempre stato seguire la sua magnificenza.

Le ore di studio con il mio insegnante, il signor Carducci, quelle nell’aula di musica a esercitarmi con il mio clavicembalo e anche le ore a cavallo nel parco sembravano prive di alcun senso.

Un pensiero fisso aveva trovato posto nella mia mente. Quella sera stessa decisi di dare ascolto ai miei pensieri e chiesi colloquio con mio padre. Era un uomo alto con una corporatura sottile e slanciata, con grandi baffi bianchi e sopracciglia nere foltissime. Passava poco tempo a Firenze siccome era un banchiere molto importante e ogni volta che ci conversavo i suoi grandi occhi scuri mi intimorivano al punto che le parole sembravano sparire dalla mia bocca. Quella sera però era diverso, avrei finalmente dialogato con mio padre della mia passione più grande, l’arte e in cuor mio mi auguravo che mi avrebbe ascoltato.

Bussai senza esitazioni alla grossa porta di quercia che conduceva allo studio di mio padre, era massiccia e con decorazioni floreali intarsiate. La stanza era grande ma buia siccome quel giorno autunnale le nuvole avevano coperto il sole. Al centro della stanza c’era una scrivania di un legno chiaro con venature scure e alcune sedie intorno. Sulle bianche pareti ai lati della porta si ergevano due immense librerie piene di manoscritti antichi e prime copie delle opere più celebri.

La mia determinazione ebbe però un calo nel momento in cui lo vidi. Era seduto alla sua scrivania e leggeva carte dall’aria importante. Indossava una camicia di lino con la pettorina lavorata e dei ricami sul colletto e i polsi, dei calzoni a sbuffo lunghi fino alle caviglie e un paio di stivali scuri. Su una delle sedie era appoggiata la sua tunica più bella, segno che era appena tornato da un incontro con l’aristocrazia. Lo salutai e lui, solo per un attimo, alzò lo sguardo su di me, il suo unico figlio.

Con voce flebile cominciai il mio discorso. Lo avevo preparato nella mia mente nel tragitto dalla libreria alle sue stanze ma ora non mi sembrava più adeguato come prima. Man mano che parlavo ritrovavo sicurezza ma, nel momento in cui ebbi finito, dalla sua persona giunse solo una sonora risata. Nella stanza calò un gelido silenzio, trattenni il respiro per un tempo indefinito e poi lui continuò. Fu chiaro e coinciso, non lo avrebbe permesso, aveva altri piani per me. Avrei seguito le sue orme prendendo il suo posto quando lo avrebbe ritenuto necessario. Mi congedai e corsi. Attraversai gli immensi corridoi e i saloni della nostra villa nella periferia di Firenze, fino alla stanza delle arti, il mio posto sicuro. Solo in quel momento lasciai che le lacrime bagnassero il mio pallido viso, sarei diventato quello che mio padre aveva deciso per me. Un calcio partì dal mio corpo e colpì il cavalletto che sorreggeva la tela bianca, vuota, inespressiva. Un sentimento oscuro e cupo si impadronì di me, tutto quello che mi circondava mi ricordava solo il mio sogno di ragazzo spazzato via dalla volontà di mio padre. Distinto presi in mano la tavolozza e la lanciai contro uno dei coloratissimi quadri alle pareti. Con un forte spintone buttai giù la libreria di ciliegio, non sapevo da dove arrivava tutta quella potenza e in parte mi spaventò. Tutte le enciclopedie contenute al suo interno si dispersero per tutta la stanza che era grande e fredda. Strappai dal muro tutti i dipinti e gli araldi appesi li da decenni e li tirai in un angolino lontano. Tirai la sedia scura su cui ero abituato a sedermi mentre lo osservavo e piansi cosi forte che qualcosa dentro di me si spezzo.

Mi fermai stremato e mi sedetti sul pavimento di mattonelle bianche e grige. Un nuovo pensiero si focalizzo nella mia mente, non avrei dipinto mai più, non sarei stato più lo stesso. Perdonami nonno, non sarò mai come te.


LA MIA CITTÀ

CRISTINA CHIERA
CRISTINA CHIERA

La mia famiglia arrivò a Firenze nel X secolo e in poco tempo divenne una delle più note famiglie fiorentine di mercanti e banchieri. Io abitavo in centro, la mia casa era circondata da negozi e taverne, che frequentavo fin da quando ero piccolo. Ero molto conosciuto a Firenze infatti avevo molti amici, ma i miei veri compagni di avventura era tre. Passavamo insieme tutti i pomeriggi e ogni giorno ci addentravamo in un luogo diverso della nostra città. Preferivamo i boschi, partivamo subito dopo pranzo, ci trovavamo tutti davanti alla taverna e poi ci dirigevamo ai confini della città dove c’erano immense distese di prati. Quando finivano i prati iniziavano fitti boschi di conifere. una volta entrati fingevamo di essere cavalieri che difendevano il loro castello costruendo fortini, barriere e spade con i ramoscelli che trovavamo per terra. Dopo un paio di ore tornavamo in città e ci dirigevamo a casa mia a fare merenda. Dopo di chè uscivamo di nuovo e andavamo a giocare a pallone in piazza con gli altri bambini dei dintorni.

Crescendo le nostre avventure diminuivamo sempre di più fino a quando ci si vedeva solo più per una partita a carte alla taverna e i boschi erano un ricordo ormai molto lontano. Io mi sposai, con Beatrice Portinari, una donna stupenda, bella e altruista. Amavamo passeggiare lungo il fiume e fermarci sul ponte a guardare il sole che tramontava, oppure sederci sulla pachina, sotto il salice piangente, che c’era difronte alla chiesa e passavamo le ore a guardare i bambini giocare e correre.

In età adulta passavo la maggior parte del mio tempo libero alla taverna, perciò i ricordi belli sono pochi, ma ricordo quando da piccolo i miei genitori mi portavano a fare le passeggiate per i vicoli della città. Adoravo passeggiare, sentire i profumi che uscivano dalle finestre delle case, dei fiori e degli alberi, ma soprattutto adoravo parlare con le persone per strada e fare così nuove consocienze.

I ricordi di Firenze sono molti, ho sempre amato la mia città e non ho mai pensato di lasciarla. Adoro i suoi profumi al mattino, la sua gente e le sue distese di verde.




A PROPOSITO DI QUEI PORTINARI

ELIAS EL QARI
ELIAS EL QARI

La famiglia si fa riconoscere mediante uno stemma denominato Portinari che mostra una porta nera sui lati vi sono due leoni rampanti neri su uno sfondo nero che racchiude tutta l'immagine dello stemma, la famiglia era composta da 5 membri di cui 4 maschi(Folco,Tommaso,Pigello è Candido) poi vi era un'unica donna cioè Beatrice(il suo nome reale era Bice fu Dante a darle il nome di Beatrice cioè portatrice di beatitudine)era la donna amata da Dante alla quale dedica diverse opere prima è dopo la sua morte.

Alcuni membri della famiglia di Beatrice verso un certo periodo intorno al XV secolo divennero uomini di fiducia di persone che rivestivano una alta carica sociale in quell'epoca, altri membri invece decisero di stabilirsi in altre città anche al di fuori dell’Italia.

Un membro della famiglia che a quell'epoca era il più ricco di Firenze era Folco che era una persona molto volenterosa è altruista difatti fece costruire un ospedale nella città per dare aiuto a chi ne aveva bisogno, tutt’ora l'ospedale è ancora attivo in città ed è anche il principale a Firenze.

La Famiglia dei Portinari era una famiglia molto carismatica è composta da genere di alto clero sociale come citato in precedenza era la famiglia più importante di Firenze da tutti i punti di vista sia economici che sociali.

BEATRICE

NICOLAS FACCIA
NICOLAS FACCIA

Mi ricordo la prima volta che la vidi, il suo sguardo mi colpì. Mi sembrò quasi un miraggio, i capelli scuri le incorniciavano il viso e la sua bocca cantava parole dolci e soavi. Andai via abbagliato da tanta bellezza e la notte la sognai.

Nei giorni seguenti la cercai ovunque, non la vidi più per diverso tempo.

In una fredda mattinata di novembre, da poco recatomi al lavoro, incrociai lo sguardo più dolce che io nella mia vita vidi mai. Mi fermai sulla parte destra del ponte che accarezza l’Arno e aspettai il suo passaggio, quando fu a pochi passi da me presi tutto il coraggio che avevo e mi stanziai come una statua davanti a lei. Incredula e imbarazzata mi pose una smorfia interrogativa e con tutto il fiato che mi era rimasto le chiesi dove fosse diretta. Dopo alcune domande seguite da risposte brevi e concise le chiesi il nome. In tutto quel tempo in cui fui impegnato a fare domande fuori luogo non le avevo chiesto il nome, mi sentii sciocco.

“Beatrice” lo pronunciò increspando lievemente le labbra e lo disse sottovoce quasi con vergogna, io lo ripetei. Una creatura tanto bella non poteva che avere un nome altrettanto angelico.

Iniziammo a camminare quasi senza accorgercene i nostri passi erano spensierati come le nostre menti, erano così leggeri, sembrava quasi che passeggiassimo con delicatezza per paura di far male alle piccole piantine che erano cresciute tra una pietra e l’altra.

Non credo di essere stato mai così felice in vita mia.

Dopo alcuni anni ci sposammo, non ci credetti realmente finchè non la vidi percorrere la navata della piccola chiesetta. Il mio cuore fece una capriola e la mia mente tornò al giorno in cui la scorsi per la prima volta.

Amai Beatrice con tutto me stesso e quando morì non lo accettai mai. Non parlai mai più di lei perché avevo paura di “sporcare” il suo animo.

Quella notte non riuscii a dormire, avevo solo lei nei miei pensieri la cosa più strana è stata quando mi addormentai che riuscii anche a sognarla. Il giorno dopo mi alzai di scatto dal letto e mi sono diretto subito nell esatto punto dove la incontrai la scorsa volta ma non la vidi, mi voltai e vidi che lei stava a non meno di dieci passi da me così mi feci coraggio e mi incamminai verso di lei ma quasi arrivato alla mia meta scorsi un uomo di media altezza con una tunica con cappuccio rosso con attorno alla testa una corona d’alloro e portava in mano dei fogli scritti, capii subito che tutti quei testi erano indirizzati ad una persona specifica e quella persona era proprio beatrice e quando capii che lei lo stava ascoltando mi infuriai e tornai a casa mia sbattendo la porta d’ingresso e mi chiusi in camera; rimasi lì per un giorno intero odiavo a morte quell’uomo e non potevo permettergli di portarmi via la mia donna, così uscii di casa e chiedendo a persone varie capii che quell’uomo si chiamava Dante Alighieri un poeta di Firenze.

Ritornai su quel ponte e vidi subito Beatrice sola così andai da lei e mi presentai lei fece lo stesso e successivamente le chiesi se le andava di fare una tranquilla passeggiata e lei senza minimamente pensarci rispose in modo affermativo, allora ci incamminammo verso la piazza centrale di Firenze per poi dirigerci in un prato lontano da tutto e da tutti, in quel momento avevo occhi solamente per lei e lei solo per me in quel momento mi avvicinai e la baciai quello fu il nostro primo bacio.

Qualche giorno dopo rividi quel poeta dalla mia donna e nel momento in cui lui se ne andò le chiesi perchè continuava a parlarle e lei mi rispose che le dedicava molte poesie e libri per esprimere il suo amore verso di me.


STORIA DEL MIO MATRIMONIO

FEDERICO FRESIA
FEDERICO FRESIA

era molto tempo che avevamo il pensiero di sposarci ma per vari problemi abbiamo sempre rimandato , da anni avevamo il desiderio di sposarci ma non riucivamo mai a realizzare il nostro desiderio , i primi tempi in cui pensavamo di sposarci eravamo bloccati nel realizzare il nostro desiderio dalla disapprovazione del padre di beatrice nei confronti della nostra relazione , quando il padre finalmente si decise ad accettare la nostra relazione e di conseguenza approvare il nostro matrimonio beatrice dovette partire con la madre , per andare a dare aiuto ad un parente malato , quando beatrice mi disse questa cosa mi sentivo infranto , tanto lavoro per avere lapprovazione del padre per poi vedere tutto buttato al veto , non sapevo quanto beatrice sarebbe stata lontana dalla citta , ma gia sapevo che non sarebbe stato poco tempo , ma non solo io ero affranto dalla notizia anzi beatrice era ancora peggio di me , la notizia del matrimono che non si poteva fare e del parente malato la distrussero mentalmente , non fu un el periodo per noi . Dopo circa un anno e poco piu beatrice tornò a casa , eravamo entrambi felicissimi , incominciammo subito a pensare ai preparativi del matrimonio , ma dopo qualche settimana spunto un nuovo prolema , il figlio di una famiglia molto ricca notò beatrice , la trovava affascinante e disse che voleva prenderla come sposa , beatrice era ovviamnete contraria ma non aveva molta scelta , poteva andare all'altare con lui e cosi facendo distruggere tutti i nostri sogni oppure l'unica altra alternativa era scappare dalla citta , ma non sapevamo dove andare , da firenze decidemmo di andare a genova , ci semprava il posto migliore poi avevo dei parenti la che ci potevano ospitare per un po di tempo , allora dopo pochi giorni senza dire niente a nessuno ci mettemmo in viaggio , un viaggio molto lungo ma una volta arrivati sapevamo che ci avrebbero accolto . arrivati dai miei parenti ci accolsero con molta gioia , iniziammo entrambia a cercare lavoro in modo da poterci comprare una csa tutta nostra e una volta stabilizzati poter finalmente organizzare il matrimonio . trovai lavoro al porto , un lavoro ben pagato ma molto duro , beatrice trovò lavoro al mercato , riuscivamo a vederci molto poco , eravamo tutti e due impegnati con il lavoro ma sapevamo che sarebbe stato ripagato tutto quel sudore speso . finalmente dopo qualche mese avevammo abbastanza soldi per poterci permettere una casa , era molto bella , non eccessivamnte grande ma ci accontentavamo . da li a poco l'idea del matrimonio tornò e stavolta niente poteva fermarci , tranne la mancaza di soldi , avevamo speso quasi tutto per la casa e il resto ci serviva per vivere e mettere aposto la casa che era molto vecchia e aveva bisogno di qualche lavoro , ma sapevamo che era solo questione di tempo stavolta , non sapevamo se dire la notizia del nostro matrimonio ai parenti a firenze , loro non sapevano che arevamo a genova e identificare la nostra posizione era molto rischioso , ma beatrice insisteva per informali , era una cosa molto rischiosa da fare , se la famiglia ricca avesse saputo che beatrice si trovava a genova di sicuro sarebbe saltato dinuovo il matrimonio , ma alla fine gli informammo lo stesso , per fortuna non successe niente . la data era ancora da decidere ma sapevamo per certo che ci saremmo sposati . la notiza arrivo ai genitori di beatrice che sapendo che non avevamo i abbastanza soldi per fare il matrimonio ci mandarono buona parte dei soldi che ci servivano . non riuscivamo piu ad aspettare , allora chiedemmo un prestito alla banca . finalmete avevamo i soldi , iniziammo tutti i preparativi veri e propi , e dopo qualche settimana tutto era pronto , informammo tutti i parenti e amici della data ed il luogo . Arrivò il fatidico giorno , eravamo entrambi molto agitati , ma non solo noi quasi tutti , eravamo tutti molto agitati emozionati e felici . finalmente eravamo all'altare e dopo pochi minuti eravamo marito e moglie , la mia felicita era alle stelle , non ci credevo , finalmente eravamo sposati dopo quasi quattro anni dal pensiero del matrimonio . la cerimonia fu bellissima , iniziammo una vita da sposati con l'unico rimpianto di non poter tornare a firenze per proteggere l'incolumita di beatrice , ma eravamo felici lo stesso , ora mai ci eravamo abituati a genova e alla fine non era poi cosi male , non sapevamo ancora se saremmo stati per sempre a genova , ma in quel momento della nostra vita non ci imprtava , volevamo solo goderci il nostro matrimonio , la nostra vita da sposi .

IL MIO LAVORO DI MERCANTE

NIKOLETA LUMI
NIKOLETA LUMI

Sono anni che la mia famiglia ed io ci dedichiamo all’attività mercantile a Firenze. La nostra compagnia sta diventando sempre più estesa e ricca in tutta Europa.

Non è facile occuparsi di tutto questo, si hanno molte responsabilità e bisogna dedicargli parecchio tempo. Io mi occupo principalmente della parte contabile dell’attività.

Per fortuna sono circondato da persone molto affidabili e competenti che rendono questo lavoro meno complicato e pesante. Una di queste persone è il mio carissimo amico Lorenzo che conosco da quando ero adolescente. È sempre stato al mio fianco e mi ha sempre appoggiato in tutto e al momento mi aiuta con la compagnia.

Questa attività ci ha reso una delle famiglie più ricche di Firenze infatti abbiamo molte case situate tutte su una strada che poi prese il nome: “la via de’Bardi”.

Mi sposai molto giovane, grazie ad un matrimonio combinato, con la figlia di un ricco banchiere di Firenze che si chiama Beatrice Portinari. Subito non ero entusiasta poi l’ho conosciuta e ho cambiato subito idea. È una ragazza stupenda e bellissima e credo di essermi davvero innamorato.

Sfortunatamente non passo molto tempo con lei a causa del mio lavoro dato che sono sempre impegnato a fare i conti per la compagnia, nonostante l’aiuto di Lorenzo lavoro spesso fino a tarda ora.

Ora devo anche pensare ai nostri rivali e prestare attenzione; basta un minimo sbaglio per andare in rovina. Nel 1345 abbiamo avuto uno scontro con i Peruzzi e in seguito diversi scontri con i Buondelmonti ma con quest’ultimi siamo riusciti ad arrivare ad una pace con la loro famiglia.

L’attività sta procedendo piuttosto bene, ci stiamo espandendo e abbiamo diverse filiali in tutta Europa, sono fiero del lavoro che la mia famiglia ed io stiamo facendo.

Però c’è una cosa che mi rattrista e mi preoccupa, ovvero mia moglie. La vedo di rado e ci scambiamo poche parole al giorno, però non posso abbandonare l’attività.

Le cose andarono piuttosto bene per un bel po' di tempo, finché non arrivò un terribile periodo per la nostra attività mercantile. Avevamo deciso di fare dei prestiti ai grandi sovrani, sembrava una buona idea ma col passare del tempo si rivelò un enorme fallimento dato che questi prestiti non vennero mai restituiti e ciò portò al fallimento della compagnia. Mi sento deluso e in colpa per tutto questo però devo andare avanti. Ora posso dedicare un po’ di tempo per Beatrice, tempo che le ho negato in questi anni.

Nonostante ciò la nostra famiglia resta ancora una delle più importanti nella città di Firenze.


A PROPOSITO DI QUELL'ALIGHIERI

ELISA MARELLO
ELISA MARELLO

Se c’era una cosa che non potevo sopportare era la ricchezza della famiglia Alighieri. La mia famiglia non andava per niente d’accordo con quella di Dante perché eravamo due famiglie molto benestanti che facevano a gara per essere la più importante di Firenze e dal momento che Dante iniziò a prendere potere politico e a crescere nell’ambito letterale la sua famiglia divenne quella più considerata rispetto alla mia. La madre di Dante, mio coetaneo, era una donna molto affascinante per il suo modo di vestire, per i suoi capelli, per il suo portamento e per la sua voce. Giravano voci dai malparlieri che avesse un amante all’interno della loro corte e il marito con furbizia faceva l’indifferente e continuava a viziarla con gioielli come collane, orecchini e bracciali di molto valore solo per avere continuo potere sulle terre della donna.

Il padre invece era un uomo molto astuto e dava molta importanza al denaro e agli affari.

Era una persona molto fredda e non dava importanza al figlio e questo fu un motivo che portò Dante a rifugiarsi nella letteratura e non fu mai appoggiato dal padre perché era contrario a ciò.

Dante, mio peggior rivale perché ha avuto più successo rispetto a me era l’uomo che ha sposato Gemma Donati una donna intellettuale e molto carina dalla quale ha avuto tre figli.

Ha avuto molto successo in tutti i campi, ed io ne ero molto geloso.

Si occupava del benessere dei cittadini di Firenze e fui molto felice quando lo mandarono in esilio perché ero convinto di poter prendere il suo posto.

Ma Dante durante il periodo di esilio iniziò a scrivere poesie e a seguire lunghi racconti che lo portarono ad una carriera mondiale.

A questo punto ero ancora più geloso perché avevo capito che non avrei mai potuto prendere il suo posto.

Arrivato ad un certo punto capii che non potevo mai avere ciò che aveva avuto lui e iniziai a capire l’importanza delle cose e delle persone che avevo intorno a me dedicandogli molto più tempo.

Questo mi portò ad avere una famiglia che amavo ogni giorno di più.

La mia vita oramai era sempre piena di bellissime sorprese.





QUEI TERRIBILI SOSPETTI

GIORGIA MARENGO
GIORGIA MARENGO

Camminavo per le strade di Firenze con la mente vagante in pensieri superflui, quando vidi da lontano tre donzelle dai volti non nuovi per me, infatti dopo poco collegai i visi ai rispettivi nomi di ognuna: Ludovica Bernardi, Marta Carolla e Marianna Rossi, mogli di tre importanti avvocati della città.

Conoscevo le tre donne per via della loro discreta confidenza con Beatrice, mia consorte.

Man mano che i miei passi avanzavano, i nostri sguardi si avvicinavano, ma notai una differenza nei loro atteggiamenti. Erano solite ad accennarmi un timido e rispettoso saluto, senza far trasparire nient’altro. Sta volta invece, il timido saluto lasciava spazio a risatine beffarde e ridicolizzanti, sguardi divertiti accompagnati da ghigni meschini.

“Buongiorno signore Dei Bardi” incalzò la signora Rossi, la più sfacciata delle tre con quel suo tono provocatorio “Sta facendo una buona e rinfrescante passeggiata?”, risposi quasi seccato da quell’interruzione “Piacevole, grazie. Ma non trovo faccia così tanto caldo, è un autunno piuttosto mite.”.

La mia attenzione si spostò per un attimo su una bancarella del mercato, e le signore non sembravano richiederne altra, finchè una di loro non si lasciò sfuggire, a voce non lieve, un commento che sentii come un fulmine a ciel sereno: la donna ridacchiò “Se il povero Simone sapesse cosa narrano le poesie del poeta Alighieri, avrebbe caldo pure lui!”.

Quelle poesie le avevo lette distrattamente, non mi era apparso nessun dubbio, ma in quel momento ci ripensai.

Gelo. Non potevano essere coincidenze, lui scriveva di una donna, quella donna praticamente perfetta e discreta. E ora i riferimenti meschini di quelle comari, no, non potevano essere coincidenze.

Continuai a percorrere quella via nervosamente, passai davanti ai luoghi d’incontro dei cittadini fiorentini. Mi guardavo intorno infastidito da quel presentimento a cui non sapevo dare forma, notai gente conosciuta fermare i discorsi che stava intraprendendo per guardarmi, osservarmi, forse era la mia paranoia, che mi faceva notare presunti sguardi simili a quelli delle tre signore, mi osservavano però, uomini con aria perplessa e compassionevole, donne titubanti, cosa stava succedendo?

Feci nuovamente mente locale su quei testi, ma la mia mente era troppo inquieta e annebbiata, quasi non volesse capire, farmi capire, dalla paura di sapere ciò che non sapevo, ma che evidentemente altri sapevano, immaginavano e schernivano.

Quella donna angelica, quelle donne, quel poeta, questi punti avevano tutti una cosa in comune, Beatrice.

Poteva Beatrice essere la donna di cui narrava Dante?

Poteva mia moglie essere coinvolta in uno scambio di effusioni poetiche con quell’uomo?

E perché mai?

I dubbi mi assalirono fino alla porta di casa.


LE MIE TENTAZIONI

SILVIA MELONI
SILVIA MELONI

Ero felicemente sposato con la ragazza più bella di Firenze. Non potevo desiderare di meglio , mi ritenevo un uomo felice e fortunato per quello che avevo. Ma c’era una cosa che mi faceva uscire dei binari, una donna, ma non una qualsiasi lei aveva qualcosa di diverso mi pareva speciale per i miei occhi. Sono anni che i miei pensieri tornano a quella locanda, poco distante da casa mia, ricordandomi i bei tempi e ricordi passati con lei ,la cameriera della locanda, Ginevra. Prima di conoscere e sposare la mia amata Beatrice ogni giorno passavo ore su ore in quella locanda a chiaccherare. Stare con Ginevra mi sentivo a mio agio e un giorno mi osai di chiederle in concessione una passeggiata lungo i giardini meravigliosi di Firenze.

Il tempo pareva che volasse. Ogni giorno aspettavo che lei finisse il turno lavorativo per stare un po da soli. Era una donna che mi provocava ma dolce nello stesso tempo. Era bellissima mi pareva un angelo , i suoi sguardi quasi quasi mi ipnotizzavano. Per non parlare del suo profumo cosi dolce e sensuale. Per un breve periodo ebbimo una breve relazione allo scuro di tutti. Ero consapevole che non poteva funzionare tra noi due infondo io facevo parte di una famiglia di nobili e lei faceva parte del basso ceto. Se i malparlieri avessero saputo della nostra storia sarei stato una grande delusione per la mia famiglia.

Ma lei mi trasmetteva la passione e ogni giorno avevo voglia di vederla.

Maledetto il giorno in cui scoprii che usciva con altro uomo della stessa sua classe sociale. Da quel giorno non tornai più in quella locanda.

Passò tanto tempo e mi sposai con la donna più bella di firenze che tutti desideravano.

Un giorno presi forza e decisi di ritornare nella locanda , non dovevo temere niente infondo io ero un uomo ormai sposato.

Lei era ancora li. Bella gentile e ingenua come all’ora. Mi azzardai di parlarle per fare due parole e di nuovo il tempo mi volò.

Tornai a casa dalla mia amata ma i miei pensieri erano in quella locanda con Ginevra. Non so se avevo fatto la cosa più giusta ritornare li ma una cosa era certa , quella donna aveva rubato un pezzo del mio cuore e per sempre ne sarà padrona.

QUEL BAMBINO MAI AVUTO

YLENIA MUSSO
YLENIA MUSSO

Stava lì, stesa nel nostro letto, Beatrice era bianca come la neve d'inverno, io le parlavo e sfogavo il mio straziante dolore sul suo gelido cadavere. Per ore rimasi seduto al suo fianco a fissarla speranzoso di vedere un suo movimento o di udire la sua graziosa voce. Dopo un po' arrivarono i parenti a casa, anche persone che non avevo mai visto prima, erano tutti accostati intorno a lei e la guardavano con volti spaventati e increduli della morte di una ragazza così giovane.

Passarono le ore e la sera stessa le fecero il funerale. La sua bara era circondata da fiori di mille tipi e mille colori, il loro profumo era uguale alla fragranza che si metteva ogni giorno. Non potevo immaginare la mia vita dopo la sua morte, come sarebbero stati i miei risvegli e le notti senza di lei.

Avevamo sognato da anni di avere un bambino e in un attimo persi entrambi. Le notti e i giorni in quella casa erano troppo silenziosi e tristi per me, quando mi alzavo dal letto non vedevo lei e non udivo il suo buon giorno che mi dava la spinta per potermi alzare dal comodo giaciglio e lasciare la mia bella tra le lenzuola piene di sonno. Quando uscivo dalla stanza intravedevo la camera del bimbo. Io e Beatrice non sapevamo se sarebbe stato maschio o femmina e quindi avevamo dipinto la stanza di colori misti, sembrava un grande arcobaleno. Nella stanza c'era un mobiletto con al suo interno vesti di colore bianco e calzature di varie misure, poi su una credenza erano disposti giochi e peluches fatti a mano da lei. Prima della nascita del bambino c'eravamo impegnati a rendere la sua camera perfetta, curandola in ogni minimo particolare, senza tralasciare nulla.

Immagino noi tre soli in questa casa: nell'aria il continuo frastuono delle urla del nostro bambino, l'aroma del caffè caldo che aleggia per la casa, io che finisco velocemente il mio sigaro mattutino sulla terrazza per accudire l'infante, con il fumo ed il freddo che mi avvolgono.

Le mattine frenetiche, gli occhi stanchi, i risvegli improvvisi. Un grande caos, ma in cui è sempre presente il nostro amore.

Bice avrebbe tanto desiderato una bambina. Per quanto riguarda la questione del nome del bambino, ricordo chiaramente che la mia amata avrebbe voluto chiamarla Emilia, e non casualmente. Questo nome apparteneva ad una sua cara amica d'infanzia con cui aveva trascorso un'intera estate girovagando per le strade fiorentine, giocando a nascondino ed infastidendo gli anziani del paese. Emilia dovette lasciare Firenze a causa del lavoro paterno e Beatrice non ebbe più sue notizie. Nonostante il poco tempo trascorso insieme, Emilia lasciò un segno profondo nei ricordi di Beatrice, perciò pensò di chiamarla così in sua memoria.

A me non dispiaceva affatto l'idea di dare a nostra figlia un nome che a mia moglie ricordava il passato, ma un po' per gioco e un po' per svago io ribattevo con altri nomi che mi venivano in mente sul momento, solo per il gusto di vederla infastidita.

Io ero convinto che sarebbe stata una femmina e che sarebbe stata bella come la madre. La nostra piccola Emilia...

Per il suo futuro avevo già le idee chiare: da bambina vivace e giocosa sarebbe diventata una splendida ragazza piena di virtù che trascorre il tempo dedicandosi all'arte del cucito e alla lettura di poesie. Sarebbe stata una ragazza fedele alla chiesa ed alla famiglia. Con le sue doti avrebbe sicuramente trovato un uomo con le sue stesse qualità che l'avrebbe rispettata ed amata come i suoi genitori.

Sicuramente avrei dedicato molto meno tempo al mio impiego per occuparmi in prima persona di mia figlia, insegnandole i valori da rispettare e cercando di assicurarle in futuro il ricordo di un'infanzia piacevole. Bice avrebbe fatto lo stesso, dato che desiderava da tempo di avere un figlio a cui dedicare tutta sé stessa.

Tutto questo rimarrà solo un sogno irrealizzabile, che ha un sapore terribilmente amaro ma che mi permetterà di continuare a vivere.

LA MORTE DI MIA MOGLIE

VERONICA PELAZZA
VERONICA PELAZZA

Mi ricordo bene quel giorno, quando tornai a casa dopo il lavoro, mia moglie era lì che mi aspettava. Le chiesi se andava tutto bene e lei mi rispose che aveva una novità: era incinta. All'idea di avere un bambino o bambina che sia, eravamo entrambi felicissimi e già curiosi di vedere a chi assomigliava. Passarono i mesi, la pancia di Beatrice cresceva e noi eravamo sempre più elettrizzati all'idea di avere un piccolo noi che gira per casa. Mi ricordo quando andammo a comprare il necessario per le prime settimane di vita del bimbo. Ci mettemmo delle ore, perché Beatrice voleva che tutto fosse perfetto. Poi ci fu la sera in cui si ruppero le acque a Beatrice. Io chiamai subito il dottore, che arrivò dopo pochissimo. Quando fu il momento giusto, iniziò a far partorire Beatrice. A metà del parto il dottore ci disse che Beatrice aveva contratto un infezione e che non ce l'avrebbe fatta ne lei ne il bambino. Infatti, nella notte lei e il bambino se ne andarono. Inutile dire che perdere la moglie e il figlio è una cosa distruggente. Nei giorni seguenti organizzai il funerale tra un ricordo e l'altro. Tra i miei pensieri più frequenti c'erano il primo sguardo in cui mi sono subito perso; il primo bacio, dolce e delicato come la mia Beatrice; tutte le piccole attenzioni che solo lei mi sapeva dare come la colazione a letto nei giorni di festa, quando arrivavo a casa e mi diceva :<<Ti ho preso questo, appieno l'ho visto ho pensato a te>>; quando le ho chiesto di sposarmi, il suo sorriso e le lacrime di gioia in risposta alla mia domanda non le dimenticherò mai e infine la prima volta che abbiamo fatto l'amore, in un modo molto sensuale che solo lei riusciva ad avere. Mi ricordo anche tutte le volte che mi ingelosivo dopo aver letto le poesie che Dante Alighieri scriveva per mia moglie, ma lei mi rassicurata dicendo che non gli importava, anche se sapevo che non era così, sentirglielo dire mi faceva stare più tranquillo. Oggi è martedì, e come tutti i martedì, giovedì e sabati mi reco in cimitero per salutare la mia Beatrice e per portarle dei fiori. A volte ci sto poco, giusto il tempo di un saluto veloce mentre altre volte, ci sto anche delle ore in cui le parlo e le racconto tutto quello che mi succede. A volte mi capita anche che, senza accorgermene, le chiedo dei consigli anche se so che non può rispondermi e quando me ne accorgo mi rattrista sempre un po’ di più. Oltre ai ricordi mi rimangono i sogni, quasi tutte le notti Beatrice mi viene a trovare mentre dormo. Io credo sia un modo per dimostrarmi che lei c'è ancora e che mi vuole bene. Anche se, quando era in vita, adorava le poesie di quel poeta, Dante Alighieri. Mi diceva che non significavano niente ma si vedeva che le piaceva essere lodata. Anche se ero geloso da morire non potevo dirgli più di tanto, in fondo nemmeno io sono un santo d'uomo. Mi ricordo quando mi scoprì con un'altra donna, quella stessa donna che io incontrai in una riunione di lavoro a Roma con tutti i più importanti banchieri del tempo. E quella non fu l'unica volta… Ci fu quella volta che mi scoprì con la moglie di quello che una volta era un mio grande amico. Ma nonostante tutto questo lei mi amava talmente tanto che passava sopra a queste cose e mi perdonava anche se la facevo soffrire, di questo mi pento perché lei non meritava tutto quello che le ho fatto passare. Comunque per nove mesi è stato bello immaginare una vita in tre e lo è ancora perché molto spesso mi ritrovo a pensare a come sarebbe stato insegnare al bambino a camminare, a mangiare da solo, conoscere i suoi amici, la sua prima fidanzatina ed è bello immaginare cosa poteva diventare da grande, quale mestiere avrebbe scelto. Mi immagino anche come sarebbe stata brava Beatrice a fare la mamma, lei è sempre stata brava con i bambini, riesce a farsi capire e ascoltare senza troppo sforzo. Io invece non lo sono, io sono uno che sta abbastanza sulle sue, ma so che con mio figlio sarei stato diverso, avrei dato tutto me stesso per quel bambino. Nonostante tutto so che questi ricordi, sogni e momenti immaginati non smetteranno mai di esistere, nel profondo del mio cuore.

QUELL'OSPITE SGRADITO AL FUNERALE

SEBASTIAN PELLEGRINO
SEBASTIAN PELLEGRINO

Ero lì, al suo funerale. Fu straziante il dolore che provai per lei, era tutta pallida e rigida. Ci dettero un attimo per poterla salutare un ultima volta, prima di chiudere definitivamente quell’orribile anta. Questo gesto avrebbe segnato la fine della vita della bellissima ragazza. La misero nel sepolcro dei Bardi, un luogo inquietante, cupo ed estremamente silenzioso. Iniziò la funzione nel più comune dei modi, a metà funzione arrivò una figura a me famigliare: si trattava del corteggiatore che le aveva regalato un vestito ricamato a mano. Questa persona si chiamava Vincenzo, il cognome era sconosciuto però. Mi ha sempre turbato l’idea che Beatrice potesse avere qualcuno che la corteggiasse da mattino a sera, senza darle mai pace. Un girono infatti, Vincenzo ed io ci eravamo incontrati ed avevamo avuto un litigio che però poi era cessato per l’arrivo di Beatrice. In sua presenza, lui si fece vedere come un uomo interessato solamente ad un rapporto di amicizia, mentre in realtà la sua intenzione era di averla in sposa. Un giorno così, arrivò davanti a casa sua con un elegantissimo vestito bianco ricamato a mano; lei fu costretta ad indossarlo e ad accompagnare Vincenzo ad una cena di gala.

Ad un tratto, Vincenzo si alzò e interruppe il parroco mentre stava celebrando la funzione. Chiese così di poter vedere la donzella per un’ultima volta. Il parroco non glielo permise, ma lui si avvicinò ugualmente al sepolcro. Quando stette di fronte a lei si appoggiò sul fianco della bara. Si mise a baciarla disperatamente sulle guance e sulla fronte. Io furioso, volendo evitare quest’ingiustizia nei confronti di Beatrice, decisi di correre incontro a Vincenzo e strattonarlo via dal sepolcro. Insieme, ci allontanammo dalla funzione. Decisi di fargli capire che avrebbe sempre dovuto lasciar perdere Beatrice e dedicarsi ad un’altra donzella; iniziai a parlargli ad alta voce, ma lui si alterò e iniziò ad avvicinarsi sempre di più a me, minacciosamente. Dopo pochi minuti di urla l’uno contro l’altro mi sferrò un pungo sulla guancia destra, io ricambiai con forza. Alcuni istanti dopo però arrivarono delle giovani amiche di Beatrice che ci separarono e ci chiesero cosa fosse successo. Io raccontati i fatti accaduti, mentre faceva finta di nulla. Alla fine le fanciulle decisero di scacciare Vincenzo dalla funzione e gli dissero di non presentarsi mai più, nemmeno a pregare di fronte a Beatrice, per la mancanza di rispetto che ha avuto nei suoi confronti. Vincenzo tentò di ritornare al sepolcro, ma glielo impedii, fermandolo con uno spintone. A questo punto non oppose più resistenza e arreso, si allontanò sconsolato.

UN DOLORE INCOLMABILE

MATTIA QUAGLIA
MATTIA QUAGLIA

Quando Beatrice morì, caddi in un dolore incolmabile ed ebbi innumerevoli attacchi di panico, provarono tutti a tirarmi su il morale gli amici, i conoscenti, i famigliari ma non ne volevo sapere me ne stavo chiuso nella stanza del mio palazzo a Firenze.

Mio padre mi promise in spose innumerevoli donne, molte di esse bellissime, ma non ne volevo sapere pensavo solamente a lei anche se era venuta a mancare.

Per due lunghi mesi non sono uscito praticamente mai e mangiavo pochissimo, saltavo molti pasti della giornata.

Un giorno decisi di uscire di casa erano circa le due di notte, andai fuori Firenze su una montagna e mi confessai a Dio di tutte le baldorie che avevo commesso nella vita, pregai Dio di mandarmi in paradiso così da raggiungere Beatrice, con le lacrime agli occhi mi buttai nel vuoto dalla montagna stanco di cosa mi aveva tolto la vita.

QUEI TERRIBILI SOGNI

LUCA RACCA
LUCA RACCA

Sogni terrificanti e terribili, ogni volta era questo il triste destino che mi attendeva. Ogni notte ,quei sogni colmi di tenebre e mostri orrendi (demoni e spettri), e lei che in ognuno di essi era li Beatrice la mia amata. Che era svenuta su quell'letto e quei mostri li quasi come se la sorvegliassero in attesa del suo risveglio per poi divorarla, io lo vedevo quei occhi erano intrisi di sangue e non aspettavano altro che il momento giusto per ucciderla, ed io impotente potevo solo rimanere a guardare incredulo è stringere i denti per evitare di cadere nella disperazione più assoluta. Erano orrendi e maligni perché ogni volta erano li con quegli sguardi agghiaccianti , e fissavano sia me che Beatrice, sembrava sapessero che io non avrei fatto nulla per colpa della mia codardia è del mio timore nei loro confronti. Penso veramente di essere un vigliacco, io che credevo di essere superiore ha tutti per via della mia nobiltà in realtà non ero nulla ed ero debole, sono sempre stato aiuto da tutti e non ho mai fatto nulla per conto mio ed e per questo che sono un debole e questi sogni terribili sono la prova di tutto questo, sono una tappa che devo superare con la mie sole forze senza timore e con la speranza di vincere. E anche se sarà un percorso difficile e ricco di insidie l'importante sarà non fermarsi mai e anche nelle più grandi difficoltà rialzarsi e continuare, è questo viaggio inizia da qui superando questi sogni a testa alta e senza ripensamenti di alcun tipo. Questo era un breve tema su (quei terribili sogni) spero vi sia piaciuto e che non vi abbia annoiato la sua lettura.

UN NUOVO AMORE

SARA ROBALDO
SARA ROBALDO

Era morta ormai da tempo la mia amata, il mio più grande amore era volato via insieme a quella piccola creatura che dovevamo avere assieme, ed essere una famiglia felice magari avendo altri figli e una vita lunga e felice. Invece la morte è arrivata prima di quanto pensassi e se li è portati via in un batter d’occhio. Io ormai della mia esistenza non so più che fare, sono qui insieme alla mia fedele amica ormai da tempo, l’unica che non mi fa pensare, che mi rende leggero, senza pensieri e sentimenti. Sì è proprio lei una bottiglia, ripiena di non so bene quale alcolico, so solo che ho quasi finito le bottiglie che avevo in casa con me, che sono riverse lì per terra, che mi guardano sapendo solo loro cosa sto passando ormai da tempo. La mia famiglia qualche volta passa a salutarmi a cercare di darmi una mano, mio fratello è l’unico ormai che almeno una volta al giorno, l’unico che non ha ancora mollato l’idea che io possa riprendermi, che mi sta accanto, che cerca di allontanarmi dall’alcol e dalla mia disperazione e commiserazione. Eccolo lo sento sta arrivando di nuovo, con le sue parole gentili ed il suo cercare di farmi uscire e rivivere.

“Simone, Simone guardami! Mi senti fratello” eccolo che mi chiama, che mi tira su in piedi dal pavimento ormai sudicio, che non viene pulito da tempo. “fratello sei qui, non devi! Lasciami te ne prego, non c’è il caso, tanto oramai sono così lei non c’è più era l’unica che mi facesse stare bene, lasciami così andrò prima da lei e dal piccolo” lo guardo ma non riesco a vederlo bene, è tutto sfocato ma vedo che mi sta portando al bagno anche se non capisco cosa voglia fare “adesso ti lavo e ti metto apposto ed usciamo capito -la sua voce diventa roca e si incrina vedo delle lacrime scendere dai suoi occhi- non voglio più sentirti dire quelle parlo così, non hanno senso non puoi dirlo sei giovane e non puoi lasciarti andare così devi vivere anche per loro capito? E per noi non pensi alla tua famiglia! A me a mamma pensa a lei e a quanto starebbe male sapendo che il suo figlio migliore non c’è più pensaci fratello!” ormai le sue lacrime scendono liberamente, anche se non avrei mai voluto vederlo piangere così per me, però potrebbe avere ragione, il solo pensiero della disperazione che proverebbero mia mamma e lui, mi fanno pensare. “Va bene ci proverò però tu non lasciarmi se non ci riuscirò capito? Adesso dammi una mano l’alcol mi annebbia ancora la vista” così vedo che mi porta vicino alla vasca dove vedo dell’acqua fumante, che probabilmente aveva preparato precedentemente “ti darò una mano e starò con te finché non starai meglio Simone” così mi dà una mano a svestirmi e ad immergermi, poi vedo che prende un rasoio e del sapone “ ti faccio la barba, così come sei adesso non ti riconoscerebbe nessuno” allora mentre io mi passo lentamente una spugna sul corpo lui mi insapona la faccia ed inizia a tagliare la barba ormai diventata troppo lunga. Dopo essermi lavato e rasato Cecchino è andato a comprare dei nuovi vestiti per me dato che i miei ormai erano tutti rovinati.

Scendo le scale lentamente, mi guardo intorno e vedo il caos che ho fatto bevendo e non ragionando dalla disperazione, ci sono mobili rovesciati, vetri rotti, le sedie in frantumi, sembra quasi che siano entrati dei ladri in casa, mentre in realtà sono io l’artefice di tutto ciò. Sento la porta che si apre e vedo entrare Cecchino con dei vestiti fra le mani. “ecco fratello è quello che ho trovato più velocemente che ho potuto, poi in questi giorni andremo a comprarne altri, ma adesso pensiamo a sistemare la casa” così si avvicina a me e mette i vestiti in braccio a me, poi mi dice di cambiari che abbiamo molto da fare. “Cecchino grazie, quando starò meglio mi sdebiterò con te e con la mamma andrò a parlarci presto” così ci mettiamo a lavorare e ben presto il piano inferiore della casa è sistemato “Adesso dobbiamo solo compare i mobili che non abbiamo potuto recuperare e le stoviglie” così Cecchino mi guarda cercando in me un segno di assenso per uscire da casa, intuisco. “non devi avere paura a chiedermi le cose oppure a dire ciò che pensi tranquillo “allora si avvicina alla porta e inizia ad aprirla “Andiamo su, è quasi il tramonto e io devo tornare a casa, vorresti venire da me a mangiare fratello? così vedrai i tuoi nipoti” lo guardo e sorrido perché solo lui poteva chiedermi una cosa del genere solo dopo poche ore che io ho deciso di riprendere in mano la mia vita “Va bene è tanto che non li vedo, mi sono mancati e poi non voglio stare solo per stasera” così usciamo di casa e ci chiudiamo la porta alle spalle, mi guardo intorno, era tanto che non uscivo più mi è mancato respirare l’aria di Firenze, le persone, quella piccola fontana che zampilla difronte a casa mia , e la piazza dove i bambini giocano ed i genitori, più che altro le madri parlano tra loro sulle notizie del vicinato. Cecchino mi guarda e sorride “Senti che ne dici se pensiamo domani ai mobile e pensiamo ad andare a mangiare e a parlare su come iniziare la tua nuova vita e la ripresa di essa?” lo guardo e ricambio il sorriso “Mi va più che bene e poi mi sta venendo una gran fame e tua moglie cucina divinamente” così ci incamminammo verso casa sua che è qualche casa dopo la mia.

Passo una bella serata in compagnia dei miei due nipotini che non vedevo da tempo, anche se loro volevano venire a trovarmi quando stavo male, ma è meglio così e che mi vedano adesso che ho deciso di riprendermi. Dopo aver salutato mio fratello e mia cognata e ringraziato per l’ottima cena che ormai non facevo da tempo. Dopo essere uscito mi dirigo verso casa, poi però penso che voglio fare una passeggiata per sgranchirmi le gambe. Così cambio direzione e mi dirigo verso la chiesa guardandomi intorno e ammirando la mia città, non pensavo che mi fosse mancato così tanto vederla. Poi arrivato alla chiesa mi siedo sui gradoni e mi guardo intorno mentre sento i rumori che vengono dalle case e dalle osterie, poi sento le campane suonare e guardo l’ora, mi accorgo che ormai è tardi perciò mi alzo e mi incammino verso casa ma cambiando strada ed infilandomi in un vicolo buio, che conosco e che so che mi porterà vicino a casa. Mentre cammino però sento un lamento, mi fermo per capire da dove venga. Rimango ad ascoltare, ma non sento più nulla, allora muovo qualche passo ma poi lo sento di nuovo, questa volta era più forte allora mi giro e vedo che c’è un vicolo completamente al buio, allora mi avvicino lentamente ed ecco di nuovo quel lamento poi sento un “shh” appena udibile, così mi avvicino sempre di più e vedo un’ombra scura rannicchiata vicino ad un muro, che muove le braccia lentamente come se stesse cullando qualcosa. La mia curiosità diventa maggiore quando la figura stringe a sé quel piccolo fagotto, allora pian piano inizio ad avvicinarmi e nel mentre mi abbasso per essere all’altezza della figura, che penso essere una donna con un bambino da come lo stringe a sé. Allora provo a parlare sottovoce “non avere paura, non voglio farti nulla” però vedo che si allontana ancora di più “non ti credo -le trema la voce- voi uomini siete tutti uguali, vai via non ho nulla con me a parte lui- e stringe a se il bambino- non fargli male ho solo lui, ti prego!” allora mi fermo senza più avvicinarmi perché se ci provassi la farei scappare sicuramente “non ti farò nulla fidati di me, ti posso capire, io non ho più nessuno” dico con voce rammaricata e con le lacrime che tentano di uscire al solo pensiero, cerco di cacciarle indietro ma una lacrima sfugge al mio controllo e vedo la donna che mi fissa incuriosita e con gli occhi sbarrati “tu stai piangendo veramente, quindi potrei fidarmi di te- mentre inizia di nuovo a cullare il bambino- se mi farò aiutare e ti concederò la mia fiducia, prometti di proteggere il mio bambino?” e mi guarda intensamente aspettando una risposta che non tarda ad arrivare “lo prometto permettimi di redimermi per quello che non ho potuto fare contro la natura” allora vedo che inizia a strisciare verso di me e pian piano inizia a mettersi in ginocchio “aiutami ad alzarmi per favore” allora mi avvicino a lei e le poggio le mani fianchi e lentamente ci solleviamo stando attenti al piccolo fagotto che ora è in mezzo a noi. Poi però vedo che trema anche se cerca di non farsi vedere,non si reggerà in piedi per le poche forze che le saranno rimaste e per la stanchezza “posso prenderti in braccio, non ti reggi in piedi, fai fatica a tenere il piccolo in braccio e rischi di cadere a terra, permettimi di aiutarti” così la guardo attendendo una risposta, ma prima che arrivi vedo che le iniziano a cedere le gambe allora la accompagno a terra mentre tengo anche il piccolo bambino che stringe a se, allora dopo che è seduta a terra cerco di capire se è cosciente ma vedo che le sue palpebre sono quasi del tutto abbassate “perdonami ma devo portarti in braccio, andremo alla mia dimora, non è molto lontana” allora metto le braccia sotto le sue ginocchia ed uno intorno alla sua vita, mentre vedo che lei stringe il bambino per non farlo cadere, allora mi dirigo verso casa. Arrivato cerco di aprire la porta che non è chiusa per mia fortuna, allora la spingo ed entro in casa, poi allora vado verso la mia stanza salendo le scale lentamente in modo da non perdere l’equilibrio. Arrivato nella stanza vado verso il letto dove adagio la donna con il bambino lentamente, poi allora la guardo, per la prima volta, ha il viso sciupato i capelli ormai sporchi come tutto il resto di lei, chissà quanto tempo sarà rimasta per la strada, ma non provo a chiederle vedendo che ormai sta dormendo come il piccolo che è adagiato sul suo petto, mi giro e vado a prendere una coperta pulita per coprirla essendo che il fuoco è spento, ma lo accenderò appena mi sarò assicurato che lei stia bene e che possa dormire bene. Dopo averla osservata qualche minuto pensando ancora a cosa le possa essere capitato, esco dalla stanza e vado verso le scale e scendo al primo piano dove prendo della legna per accendere le stufe in modo che si scaldi tutta la casa, dopo ciò vado in una delle camere da letto che sono presenti in casa e mi corico per dormire sperando che anche lei possa dormire e riprendersi.

Il mattino dopo mi sveglio sentendomi riposato e tranquillo inizialmente, ma poi mi ricordo dei miei due ospiti nella mia stanza allora mi alzo e mi dirigo lì, appena entrato vedo che lei sta ancora dormendo profondamente ma il piccolo è sveglio e mi guarda con quegli occhi ancora troppo piccoli per trasmettere delle emozioni. Allora mi avvicino cautamente e provo a prenderlo in braccio, riuscendoci dopo qualche minuto, il bimbo mi guarda e apre la piccola bocca da dove esce un piccolo lamento “piccolino avrai fame immagino, ma in casa ho ben poco e a te serve del latte, quindi adesso ti rimetto nel letto con tua madre, non svegliarla è stanca, riposa ancora anche tu” allora lo rimetto giù e vado a prepararmi per uscire a comprare tutto quello che potrebbe servire. Tornato a casa poso ciò che ho comprato su un tavolo che è rimasto integro e che non ho rotto come ho fatto con altro, oggi andrò anche a comprare dei nuovi mobili, ma prima devo occuparmi dei miei ospiti. Salito al piano superiore sento una lieve cantilena provenire dalla mia stanza allora apro la porta lentamente e vedo la donna cullare il piccolo bambino che piange e si lamenta, allora mi avvicino “ho comprato del cibo per noi e del latte per il bambino, quindi se riesci ad alzarti andiamo a mangiare al piano inferiore, nel mentre scalderò dell’acqua per farvi lavare, poi se te la sentirai mi accompagnerete a comprare dei nuovi mobili e devi vestiti per voi” allora la donna si alza in piedi con il piccolo, accenna un sorriso “grazie stai facendo troppo per noi, una donna che prima era costretta a fare la prostituta usata e mal tratta, con il corpo pieno di segni e l’animo ormai marcio, rimasta incinta e poi abbandonata per strada a morire, perché avevo dato alla luce un maschio, il mio piccolo, solo lui anche se non so chi sia il padre mi ha permesso di restare in vita, non so nemmeno il tuo nome e tu non sai il mio, però ti sarò debitrice per sempre” allora vedo che esce dalla stanza ed io la seguo per le scale “Simone, mi chiamo Simone e mi dispiace per quello che ti è successo, però adesso io ti potrò dare una mano e darò se tu vorrai rimanere con me una figura paterna a tuo figlio, adesso mi dirai come vi chiamate?” siamo arrivati nella cucina dove lei si guarda intorno incuriosita, e anche sorpresa nel trovare solo alcuni mobili ed una stufa accesa “io mi chiamo Agnese e il mio piccolo si chiama Leonardo, e va bene mi farò dare una mano da te ma solo perché Leonardo ne ha bisogno” così si avvicina al tavolo e prende il latte, si guarda in torno alla ricerca di un pentolino che trova poco dopo e che mette a scaldare, poi poggia delicatamente Leonardo sul tavolo e mi guarda “dimmi cosa posso fare e dove sono gli utensili da cucina, dobbiamo mangiare anche noi” penso un attimo a dove sono le cose “allora le prendo io le pentole ed i piatti e le posate tu pensa a cosa vorresti cucinare” allora dopo aver preso il necessario inizia a cucinare nel mentre io provo a dare il latte a Leonardo dopo averle chiesto il consenso di prenderlo in braccio, lei mi ha detto che da adesso sarò suo padre quindi non dovrò chiedere il consenso per tutto quello che vorrei fare. Dopo aver mangiato concedo loro del tempo per lavarsi tranquillamente e rilassarsi.

Quando mi chiama e mi dice che sono pronti ad uscire mi giro verso le scale, e quasi non riconosco la donna che ho trovato la sera prima nel vicolo sola e abbandonata a se stessa, i suoi capelli sono lunghi fino alla vita, sono di un colore ramato affascinante ed ondulati, il suoi viso ora pulito è candido come l neve e vedo che sulle guance ha delle lentiggini che vanno in contrasto alla carnagione così chiara, le labbra chiare ed il naso fine ed infine gli occhi, che sono di un marrone quasi verde, così ammaliante, è bellissima vorrei dirglielo ma non sarebbe un bene adesso. “andiamo Agnese così vi farò vedere le strade che potrai usare per arrivare a casa nel mentre compriamo il mobilio e dei vestiti” e mi giro a guardarla, alla luce del sole è ancora più bella “va bene, ma vorrei degli abiti semplici e poi se posso una spazzola e degli oli per il bambino, in modo da poterlo profumare dopo averlo lavato” – “va bene non c’è alcun problema se vorrai anche per te delle creme o degli oli, basta che me lo dirai e le prederemo, tra poco inizierò a lavorare di nuovo e non ci saranno problemi” –“va bene, una cosa, io ti ho raccontato quello che mi è successo, tu mi racconterai ciò che ti è successo per farti stare così male? Solo quando tu lo vorrai, ma vorrei conoscerti di più” - “tempo al tempo Agnese, te lo racconterò ma non adesso, non mi sento ancora pronto”.

Dopo aver comprato tutto quello che poteva servire, tornati a casa Agnese ha messo a dormire il piccolo Leo, mentre lei mi ha dato una mano a sistemare la casa e a pulirla del tutto, nell’attesa che arrivassero i mobili.

Così iniziò una convivenza tra i tre, tra i pianti del piccolo Leo e gli ottimi piatti preparati da Agnese, i regali che gli fece Simone a tutti e due, la conoscenza della famiglia di Simone, che non fu mai più felice di così, vedendo che il loro figlio più grande, che stavano perdendo stava andando avanti con una donna ed un bambino che avevano oltre alla gratitudine per averli salvati, anche dell’amore da donargli e che lui ricambiava, anche se tra i due non si era ancora fatto avanti nessuno, ma Simone voleva aspettare che il piccolo Leo avesse un anno, per organizzare quella che sarebbe stata una cena tra i due adulti, dopo aver lasciato alle cure amorevoli della madre di Simone il piccolo Leo, che adorava i suoi nonni anche se ancora troppo piccolo per sapere la verità, così Simone quella sera aveva deciso che avrebbe chiesto alla sua, ormai la considerava così nei suoi pensieri, Agnese di diventare la sua compagna e di continuare a stare assieme per molto tempo ancora, e Agnese in cuor suo sperava che la cena fra loro due fosse organizzata per segnare una svolta importante nella loro convivenza e nella loro relazione di sola amicizia che hai due iniziava a fare male al cuore, perché come si dice sempre al cuor non si comanda, quindi si trovarono ad amarsi segretamente senza sapere, fino a quella sera, dove dopo la cena Simone chiese ad Agnese di darle la sua mano, e dopo averla stretta a se e portata al cuore, che galoppava come non mai in quel momento, le disse i suoi sentimenti e che era ormai da tempo che li provava ma voleva aspettare per essere sicuro di quello che voleva fare ed anche il compimento del primo anno di età di Leo che così poteva essere lasciato dai nonni, anche se magari non avrebbe dato fastidio ai due, ma Simone voleva che fosse una cosa speciale tra loro due, le spiegò anche il motivo dei suoi incubi che ogni tanto tornavano e del motivo per cui quando loro erano arrivati lui e la casa erano messi così male, Agnese lo capì e dopo poco si strinse forte a lui, piangendo qualche lacrima sia per la perdita del suo amato, oramai poteva chiamarlo così, e dalla felicità del sapere che i suoi sentimenti erano ricambiati, e che a tutti e due faceva battere forte il cuore la presenza vicina l’uno dell’altro.

Così Simone aveva trovato un nuovo amore ed anche un bambino da amare ancora di più e anche una famiglia, inaspettata ma stupenda.

STORIA DELLA MIA VECCHIAIA E DEI MIEI RIMPIANTI

DANIELA VOGLI
DANIELA VOGLI

Sono sempre stato un uomo a cui non importava nient’altro che lavorare. La mia famiglia era una delle più note famiglie fiorentine di banchieri e mercanti che crearono una ricchissima compagnia commerciale. Nella mia infanzia non ho avuto dei genitori molto presenti per via di questo loro lavoro importante. Da piccolo mi ero fatto una promessa ed era quella di essere un padre presente, nonostante il lavoro, di crearmi una bella famiglia e di essere felice. Nonostante questa promessa però col tempo il mio obiettivo principale era quello di continuare a mandare il più avanti possibile questa compagnia, di lavorare come mercante. Ai tempi si facevano i matrimoni combinati e io dovetti sposarmi con una donna affascinante appartenente alla più ricca famiglia di banchieri di Firenze, Beatrice Portinari. Non ho mai considerato la nostra relazione, a me non importava. Davo molta più importanza al lavoro. Non ero geloso, nemmeno delle poesie che le dedicavano e alle attenzioni che riceveva. Ho sempre pensato di aver sbagliato a sposarmi con lei e forse non mi meritava. Meritava un amore come quello di Dante. Mi dispiaceva per lei, ma non fosse stato per i nostri genitori non l’avrei mai sposata e sono sicuro che valeva anche per lei. A lei piaceva essere corteggiata, apparire, essere al centro del mondo, con me però non lo era. Quando morì, anche seppur non ero innamorato sono stato davvero male, era comunque la mia compagna che mi poggiava in ogni mia crisi per via del lavoro. Era molto giovane e tutto ciò non se lo meritava. In quel momento cominciarono i miei rimpianti più grandi. Dopo qualche anno mi risposai con una donna che amavo davvero, con cui mi creai una famiglia, ero contento, finalmente felice. Dopo qualche anno però iniziai ad avere problemi, la compagnia stava fallendo. Sempre stressato e infelice ho iniziato a trascurare la mia famiglia, proprio come mio padre. Col tempo mi resi conto dello sbaglio e prima di cadere in uno stato di depressione mi ripresi. Cercai di rimediare ai miei sbagli e di riprendere il rapporto d’amore con mia moglie. Dimostravo ogni giorno quanto fosse importante per me, lei e i nostri bambini. Durante la mia vecchiaia, stavo molto tempo solo a riflettere sulla mia vita, sulla mia gioventù. Ho avuto un sacco di rimpianti, il rimpianto più grande era quello di aver mancato di rispetto a Beatrice. Mi sentivo in colpa, era colpa mia. Questo rimpianto l’ho sempre avuto da quando morì Beatrice. Non ne ho mai parlato con nessuno, neanche con mia moglie. Mi sentivo colpevole, colpevole perché seppur non l’amavo, non le ho fatto vivere la vita che voleva, la vita che si meritava. Era una donna meravigliosa, tutti avrebbero voluto essere al mio posto. Beatrice era di gran lunga più giovane di me, probabilmente era questo che non riuscivo ad accettare. La ignoravo. Non sono molto soddisfatto della mia vita. L’infanzia l’ho passata con genitori assenti, ho inizialmente sposato una donna che non amavo e poi quando mi risposai creando una famiglia, ebbi problemi con il lavoro. Ho perso anche l’interesse per il lavoro. Vorrei rimediare i miei sbagli ma ormai è troppo tardi.

UNA VITA DI RIMPIANTI

FRANCESCA PELOSO
FRANCESCA PELOSO

Avevo 15 anni quando, in una notte di pioggia, la testa sobbalzava di pensieri e rimpianti. Ricordo, nella mia infanzia di non aver goduto di una figura paterna nonostante fossi io a non volerlo .

Una mattina sentii mia madre urlare così corsi subito dalla porta della loro stanza e in quel momento realizzai cosa le fece mio padre, andai nella mia stanza con il cuore in gola, mi nascosi aspettando.

Dopo alcuni minuti non sentii più nulla, la porta si apri e nel buio vidi la faccia di mia madre, distrutta , come se mi chiedesse aiuto, in quel momento avrei voluto vedere mio padre nelle sue stesse condizioni. Iniziai a sentirmi in colpa per non averla aiutata e la paura aveva preso il sopravvento.

Passarono giorni e “quell’uomo” non si vedeva più, ma la cosa più importante era che mia madre stesse bene. Con il passare degli anni, superata la maggiore età si manifestarono altri rimpianti e le prime domande, cosa avrei potuto fare per evitarlo? Si sarebbe potuta risolvere?, non aver avuto mio padre in casa mi mancava, ma nonostante tutto non lo perdonerò mai.

Stavo pensando al senso di abbandono e i miei pensieri andarono al 1287 quando mi sposai con la donna più affascinante di Firenze, la famosissima Beatrice Portinari appena adolescente, appartenente a una famiglia di banchieri. Andò tutto bene, fin quando rimase incinta, poi morì e per questo motivo rimpiango in giorno che concepì.

Rimasi solo, ad accudire mio figlio, ogni anno che passava vedevo sempre di più in lui la mia amata, ormai defunta, amavo lui più di ogni altra cosa al mondo. In quegli anni mi avevano offerto un importante lavoro e dovetti rinunciare per questo motivo diventare padre è stato il mio rimpianto più grande.


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