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Una storia di Elena97

La madre

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14 minuti

Pubblicato il 05 novembre 2020 in Thriller/Noir

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Seduto composto, con le mani incrociate in grembo, nel suo completo scuro che aveva indossato due volte in tutta la sua vita, John si chiese perché facesse così caldo. Fuori nevicava, eppure in quella piccola chiesa di campagna stava letteralmente morendo di caldo. Pensava che con quel caldo terribile, non sarebbe riuscito a ricordare il discorso che si era preparato, avrebbe solamente balbettato e fatto, quindi, la figura dell’idiota. Non poteva proprio permetterselo.

«Ora ascolteremo il figlio di Margaret, che in questa occasione vuole condividere con noi qualche parola». Le parole del sacerdote lo svegliarono dalla sua trance. Doveva ricomporsi, e immediatamente. Si alzò in piedi, sforzandosi di tenere la schiena dritta, e salì sull’altare, dopo essersi inginocchiato rapidamente. Ancora si ricordava le regole. Dietro al leggio, poté vedere chiaramente le persone sedute sui banchi. Davvero poche. Qualche parente, qualche vecchio amico o conoscente di Margaret, qualche collega di John, qualche anziano che partecipava ai funerali per abitudine, pur non conoscendo minimamente il defunto. Quella vista gli diede sui nervi. Sua madre non meritava forse di più? Cercò di calmarsi, diede un leggero colpo di tosse, si passò una mano sulla fronte fradicia e cominciò a parlare.

«Mia madre era meravigliosa. Disponibile, allegra, altruista. Si affezionava sempre alle persone che conosceva, ma era anche una donna forte e indipendente. Si è sempre arrangiata in tutto. Non ricordo una sola occasione in cui si sia abbattuta. Io le volevo più bene di quanto ne abbia mai voluto a chiunque altro. Era la donna per cui avrei fatto qualsiasi cosa… Qualsiasi».

Nel pubblico, non volava una mosca. Ma gli sguardi parlavano chiaramente. E lui sapeva cosa volevano dire: cosa diavolo sta dicendo?

E John aveva ragione. Per motivi diversi, le persone presenti al funerale stavano cercando di ricordare un momento, un solo momento, in cui John avesse dimostrato affetto o anche solo tolleranza verso sua madre.

«Ho sempre cercato di aiutare mia madre il più possibile. Ogni volta che me lo chiedeva, io andavo a farle la spesa, sapete, lei non poteva più uscire molto, cioè, camminare le faceva male».

La signora Paulson, cara amica di Margaret, seduta in seconda fila, corrugò la fronte, riflettendo. Un pomeriggio di qualche settimana prima era andata a fare visita alla sua amica Margaret, che dopo un po’ aveva timidamente chiesto al figlio di andare al supermercato a comprare qualcosa per cena. John le aveva risposto con grugniti e parolacce che la signora Paulson non aveva il coraggio nemmeno di ripetere nella sua mente. Le aveva detto che non aveva tempo per la sua ca… di spesa, che si arrangiasse, che se le sue ca… di gambe non funzionavano non era colpa sua. Questo voleva dire aiutare la propria madre il più possibile?

«Credo che mia madre fosse molto orgogliosa di me».

In fondo alla chiesa, sul volto di Sam Perkins, l’unico collega con cui John avesse mai scambiato più di due parole, comparve la stessa spontanea espressione che era comparsa poco prima sul viso della signora Paulson. John pensava che sua madre fosse orgogliosa di lui? Eppure gli venne in mente un’occasione in cui la madre di John aveva telefonato in ufficio e Sam, che passava lì davanti, aveva visto attraverso la porta semi aperta John alzare la cornetta e chiedere alla madre cosa cazzo volesse e perché cazzo lo stesse disturbando a lavoro. Quale madre avrebbe potuto essere orgogliosa di un figlio che le rispondeva in quel modo?

La goccia che fece traboccare il vaso fu quando John, alla fine del suo discorso, si mise a piangere. L’opinione generale era che John non fosse molto incline a mostrare i propri sentimenti. Qualcuno addirittura credeva che non fosse in grado di provarne. E invece, ora, i suoi occhi erano rossi, gonfi e pieni di lacrime. Possibile che tutti si fossero sbagliati sul suo conto?

«Mia madre mi mancherà tantissimo. Spero che faccia buon viaggio, ovunque si trovi ora. Mamma, ti prego, veglia su di me».

Così John terminò il suo discorso, per poi scendere dall’altare con una mano sulla faccia. Sembrava davvero disperato. Una disperazione che solo la morte di una madre potrebbe provocare.

John si risedette al suo posto, sul banco in prima fila. Nessuno sedeva accanto a lui. Cominciò a giocherellare con la sua fede, ormai simbolo di un amore finito, che lui non si decideva a togliere. E giocherellando così, il funerale di sua madre giunse al termine.


Si versò un bicchiere di scotch, dopo essersi seduto al tavolo della cucina di sua madre, e, sorseggiandolo, cominciò a ripensare alla giornata appena trascorsa. Si era stupito di tutte le persone che gli si erano avvicinate per fargli le condoglianze, dopo la cerimonia. Persino la signora Paulson gli aveva dato un leggero, leggerissimo, abbraccio, distaccato e diffidente. Credeva che quella vecchia idiota lo odiasse, lui sicuramente odiava lei. Vecchia e falsa, così la riteneva. Amica di sua madre? Quella lì? Proprio per niente.

Ad ogni modo, si era stupito, dal momento che era al corrente di ciò che le persone pensavano di lui. Che fosse aggressivo, cattivo. Ma loro non lo conoscevano davvero. Sua madre… Sua madre sì, che lo capiva davvero. Non lo avrebbe mai definito cattivo, né tantomeno aggressivo. Lei lo conosceva. Lei gli voleva bene. E lui ne voleva a lei.

John si alzò e passò dalla cucina al soggiorno, pieno di vecchissime fotografie che sua madre adorava vedersi sempre intorno. Le persone che comparivano in queste fotografie non erano altrettanto numerose: sé stessa, il padre di John, loro due insieme e poi lui, il suo unico figlio. Da neonato, da bambino, da ragazzo. Nemmeno una da adulto.

Si sedette sul vissuto divano, appoggiò il bicchiere sul basso tavolino di vetro e si massaggiò il braccio sinistro. Era da un po’ che sentiva un dolore pungente, pensò di aver fatto un movimento brusco. Dopo essersi tolto giacca e camicia ed essere rimasto solo in canottiera, si guardò per vedere se magari ci fosse un ematoma o un puntura d’insetto, e si soffermò sul tatuaggio. Il sorriso di sua madre era ancora vivo sul suo corpo, così come i suoi grandi occhi marroni. Quando aveva detto al tatuatore di volersi tatuare il viso di sua madre su mezzo braccio, aveva ricevuto la classica occhiata giudicante a cui ormai era abituato. La classica occhiata da non-so-farmi-i-cazzi-miei, come la definiva lui. Che la gente dicesse quel che voleva, a lui quel tatuaggio piaceva. Anzi, lo adorava. Anche se doveva ammettere che, col braccio piegato in quella posizione, il sorriso di sua madre sembrava più un ghigno, una smorfia, anch’essa giudicante come quella di tutti gli altri. Solo che il suo sguardo fatto di inchiostro non sembrava il classico sguardo da non-so-farmi-i-cazzi-miei, sembrava più uno sguardo da vai-all’inferno-John.


Se la madre di John avesse potuto parlare di suo figlio, in effetti, le parole pronunciate sarebbero state molto diverse da quelle che John, dentro di sé, si immaginava. Probabilmente, avrebbe cominciato esprimendo lo stupore che aveva provato quando la sua ormai ex nuora le aveva detto che aveva deciso di lasciare John perché lui alzava le mani. Suo figlio? Il suo John? Le sembrava impossibile…

Avrebbe poi continuato descrivendo la compassione che l’aveva avvolta nel vedere suo figlio tornare a vivere da lei, due valigie in mano e l’aria più afflitta che mai. No, sicuramente Rachel si era sbagliata, aveva ingigantito la situazione, non era proprio possibile che suo figlio l’avesse picchiata.

E poi, avrebbe descritto l’incredulità, la paura e la rabbia che le erano sorte nel petto quando John l’aveva colpita per la prima volta. Il pugno le era arrivato dritto sulla testa e l’aveva fatta cadere a terra. Eppure… No, forse era stato solo un momento. Un errore. Un gesto non volontario che gli era sfuggito. Avrebbe perdonato suo figlio perché sicuramente non sarebbe più accaduto.

E invece, era accaduto ancora. E ancora, e ancora. E quelli non erano stati degli errori, non era mai stato un errore. L’errore era insito in lui stesso, radicato nella sua anima.

Se Margaret gli chiedeva di andare a fare le spese, lui rispondeva di no. E se lei osava dirgli che da quando l’aveva colpita alle gambe con il mattarello faceva fatica a camminare, e quindi scendere al negozio di alimentari per lei era difficile, lui si infuocava e le diceva di andare a farsi fottere, che non scaricasse su di lui la colpa delle sue maledette e inutili gambe.

Se Margaret chiedeva a John di abbassare il volume della televisione perché erano le due del mattino e lei non riusciva a dormire, lui alzava ancora di più, per poi lanciarle dietro il telecomando che lei non riusciva mai a schivare e che, quindi, la colpiva sempre, se era molto sfortunata, proprio sulla testa.

Se la madre di John avesse potuto parlare di suo figlio, avrebbe detto che da piccolo era il ragazzino più dolce di tutto il mondo, sul frigo c’erano ancora appesi i disegni che lui le aveva regalato: un fiore con scritto “Per la mia mamma Margaret”; lei con tanti cuoricini intorno; la loro casa e loro due vicino, distesi sull’erba e sorridenti. Se la madre di John avesse potuto parlare di suo figlio, avrebbe detto che da qualche anno a questa parte lui non era più suo figlio. Era un mostro che, lentamente, giorno dopo giorno, tra botte e insulti, l’aveva portata alla morte.


John, ancora in canottiera e ormai piuttosto ubriaco, passeggiava per l’appartamento, piccolo e polveroso. Si soffermò davanti ai disegni appesi al frigorifero. Disegni che da piccolo aveva regalato a sua madre. Prese in mano quello che gli piaceva di più, ritraeva la loro casa e il loro giardino e, distesi sull’erba, loro due, madre e figlio, due sorrisi enormi sulle facce di pennarello. Al vedere quell’immagine pensò che probabilmente nessun figlio al mondo aveva mai amato la propria madre come lui aveva amato la sua. Si era dedicato a lei con tutto sé stesso. Sicuramente, quando era tornato a vivere con lei dopo la fine del suo matrimonio, sua madre era stata contenta di averlo così vicino. La aiutava con la spesa, con le faccende, la assecondava in tutto. La viziava. Certo, ogni tanto capitava che discutessero un po’, ma in quale famiglia non succede?

Riflettendo su questo, riprese a massaggiarsi il braccio sinistro, creando un’illusione ottica in cui sembrava che stesse accarezzando il viso di sua madre. Si rispostò in salotto.

Si distese sul divano, su un fianco, il braccio sinistro teso all’insù. Ora sua madre lo guardava dall’alto, a testa in giù. A John sembrò lontanissima e, in un certo senso, lugubre. Si sentì piccolo. Si sentì come deve sentirsi un insetto quando viene osservato da vicino da un ragazzino. Non è sicuro di cosa voglia fare, quel ragazzino. Non ha senso andare nel panico, magari non vuole fargli male, magari vuole solo guardarlo. O magari, vuole schiacciarlo senza pietà, finché non vedrà uscirgli le budella e i liquami. Si chiese se, da lassù, sua madre volesse schiacciarlo come un insetto oppure solamente guardarlo.

Sì, era vero; ogni tanto, l’aveva colpita, ma non l’aveva mai fatto con cattiveria. Si sa, le persone anziane tendono ad essere più esigenti, tendono a perdere la pazienza più facilmente e, talvolta, sanno essere piuttosto egoiste. Tutte le volte in cui John aveva colpito sua madre – tutte le pochissime volte, avrebbe precisato lui – era stato perché lei si era comportata male. Una volta, gli aveva chiesto almeno dieci volte di andare a fare la spesa e lui ogni volta le aveva risposto che ci sarebbe andato presto, e lei non capiva e alzava la voce e gli diceva che era un buono a nulla. Ecco, quella volta John le aveva dato una leggera, leggerissima, spinta. E lei era teatralmente caduta a terra e si era messa a piangere. Che reazione esagerata…

Abbassò il braccio e se lo portò al petto, stringendolo con l’altra mano. Sembrava che si stesse abbracciando da solo. Ma per via del tatuaggio, sembrava anche che stesse abbracciando sua madre. Con quella sensazione che non voleva lasciare il suo petto, quello strano dolore che percepiva provenire dal braccio sinistro, ripensò alla volta in cui le aveva colpito entrambe le gambe col mattarello. Forse aveva esagerato? Forse sì, ma era anche vero che lui stava provando a fare una telefonata di lavoro molto importante e che lei non la smetteva di rompergli i coglioni. “Aiutami a fare i biscotti, John! Avanti, è domenica, non stare al telefono tutto il giorno, ti richiameranno loro”. I biscotti? E a lui cosa cazzo gliene poteva fregare dei biscotti? Che fosse domenica? Sua madre si era forse rincoglionita del tutto? Non le aveva detto nulla. Le si era solo avvicinato, le aveva preso il mattarello dalle mani. Sua madre gli aveva sorriso raggiante. Credeva che lui volesse darle una mano, credeva che suo figlio volesse trascorrere del sano, gioioso tempo insieme a lei. Invece, lui aveva cominciato a colpirla sulle gambe col mattarello. Le cosce, le ginocchia, i polpacci… con una tale forza, una tale forza… Lei era caduta, urlando. Urlandogli di smetterla, per favore, smettila! Smettila, per dio! E lui, aveva smesso. Forse aveva esagerato, ma praticamente era successo solo quella volta. Quell’unica volta.

Disteso sul divano, la bottiglia di scotch mezza vuota davanti a lui sul tavolino, il bicchiere di vetro completamente svuotato, John chiuse gli occhi, e piangendo si addormentò.


Il dolore più pungente che avesse mai provato in vita sua lo svegliò, smorzandogli il respiro. Si sollevò di scatto, aprì la bocca per dire qualcosa, ma non uscì alcun suono. Abbassò lo sguardo, aspettandosi di vedersi mille lame conficcate nel petto, perché era quella la sensazione che stava provando. Le lame invisibili gli penetravano sempre di più nel torace, mentre il suo urlo silenzioso continuava. Le gocce di sudore gli colavano sul viso e si confondevano con le lacrime che, poco prima, gli erano scaturite dagli occhi. Cosa stava succedendo? Cosa sta succedendo, porca puttana??

Poi, sentì la sua voce.

John… John, non avere paura.

Mamma?

Sì John, sono la tua mamma

Mamma! Mamma! Aiuto. Non sto bene, mamma, aiuto!

Lo so che non stai bene caro… Guardami.

John si guardò il braccio sinistro e un’altra fitta di dolore lo trafisse. Nasceva dal braccio, procedeva per tutta la sua lunghezza, raggiungeva le sue mani, le punte delle dita, e tornava indietro, ripercorreva lo stesso tragitto, per poi terminare nel torace. Sua madre, dal braccio, lo guardava ridendo.

È questo quello che ti meriti, bastardo!

Mamma… Perché mi fai questo?

E sua madre continuava a ridere, a ridere, a ridere. E la sua risata risuonò per tutto l’appartamento. Rimbalzò sulle pareti, sui mobili, fece scoppiare i vetri, i suppellettili di cristallo, le cornici delle fotografie tanto amate da Margaret. Le schegge di vetro volarono per tutta la stanza, affilate e lucidissime. Sembrava quasi di stare in una di quelle palle di vetro di Natale con dentro la neve finta, solo che al posto della neve, erano i frammenti di vetro ad andare da tutte le parti. Il soffitto si crepò, e la crepa si allargò, si diramò in quattro nuove spaccature, che procedettero veloci lungo le pareti, fino a raggiungere il pavimento di parquet. Le finestre si aprirono di scatto, facendo volare all’impazzata le tende di morbido tessuto, le porte sbatterono. E nel frattempo John moriva. Moriva a causa di quel dolore nato dal suo braccio sinistro, nato dallo sguardo di sua madre. John moriva e mentre moriva, chiese scusa a sua madre per tutto quello che le aveva fatto. E mentre implorava il suo perdono, si rendeva conto che era tutto inutile: sua madre lo stava uccidendo.

Quando il cuore di John cessò di battere, lui aveva ancora gli occhi parti. Adagiato sul divano, in posizione seduta, con le braccia molli si lati, la testa reclinata sullo schienale, lo sguardo vuoto verso l’alto, John aveva smesso di pensare. Aveva smesso di fare del male. La casa era silenziosa, tutto era in ordine, le pareti lisce, senza neanche una crepa, i soprammobili disposti con cura, le fotografie di Margaret perfette nelle loro cornici. Le finestre erano chiuse, le tende tirate. Tutto era normale. Ed era in quella normalità, in quella compostezza, che la madre di John aveva avuto la sua vendetta.


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