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Una storia di chi813

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Un piano molto semplice

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6 minuti

Pubblicato il 18 settembre 2018 in Storie d’amore

Tags: #quandomenoteloaspetti #ilcuorechedecide

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Sono sempre stata una persona che quando doveva prendere una decisione ci rifletteva per minuti, ore, giorni, mesi e anni interi, a seconda della questione. Soppesavo e ponderavo tutti gli aspetti, valutavo tutte le opzioni e le possibili conseguenze di una scelta o dell'altra, passando così periodi, a volte, di immobilismo totale.

La scuola, l'università, i corsi, il lavoro non erano i soli temi di indecisione principali. Scegliere il benzinaio più economico in cui fare rifornimento, trovare la scatoletta di tonno che rispecchiasse tutti gli standard di pesca sostenibile, individuare il vasetto di olive (fra le decine sugli scaffali del supermercato) che provenisse da un luogo possibilmente non contaminato, prendere in affitto il garage oppure no, andare al cinema o guardare un film sul divano, continuare a fare una cosa anche se non mi piaceva perché non mi piaceva neanche dire di no... insomma, non vorrei elencare ora tutti i vari motivi di perplessità, bastino questi da esempio per spiegare le grosse perdite di tempo a cui faccio fronte quotidianamente nella mia vita.

Però, e qui c'è un grossissimo però, l'amore non è mai rientrato in questa lista. In amore non ho mai pensato, mai riflettuto, mai stilato una lista di se e ma, in quel campo valeva sempre l'istinto. Ragazzi giusti, ragazzi sbagliati, ragazzi che si sono dimostrati sia l'uno che l'altro a seconda dei periodi, li ho provati tutti. Non ci potevo fare nulla, il cuore mi spingeva a fare cose che probabilmente non avrei mai fatto se ci avessi pensato attentamente come facevo in tutte le altre cose, e per questo non me ne dava il tempo, sapeva che altrimenti non l'avrei accontentato. E in effetti devo dire grazie a lui se, nel periodo post-universitario, ho passato uno degli anni più belli della mia vita.

Mi trovavo a Sydney per un tirocinio al consolato italiano quando conobbi Arzum. Visto che lo stage era completamente non retribuito, per mantenermi avevo trovato lavoro come cameriera in un ristorante nella zona del porto, molto carino e affollatissimo di gente. Andavo praticamente tutte le sere, appena finito al consolato, mi allacciavo il grembiule e via di corsa fra i tavoli. Gli altri camerieri erano ragazzi come me, tutti provenivano dai luoghi più diversi del mondo, e lo stesso valeva per i cuochi, i lavapiatti, i manager e i baristi. Mi trovai da subito bene con ognuno di loro, c'era un bel clima, anche nelle ore più intense si trovava sempre un momento per scherzare o per una battuta, finito il turno poi si usciva insieme o ci si fermava anche solo qualche minuto per una birra prima di andare a letto. Fu durante le serate più impegnative che mi accorsi però di essermi presa una cotta per uno dei baristi, Arzum appunto.

Era nepalese, i capelli neri erano sempre sistemati con il gel in modo un po' azzardato, sul mento e sulle guance una barbetta leggera gli scuriva ancora di più la pelle, gli occhi altrettanto scuri erano grandi ed espressivi, un brillantino all'orecchio si notava subito. Alto e magro, la camicia nera che dovevamo indossare come divisa al ristorante gli stava meravigliosamente. Aveva sempre il sorriso pronto, anche quando era concentrato nei suoi ordini, e mentre doveva spiegarmi le bevande che mi aveva preparato sul vassoio. Lo ammiravo fare i disegnini con la schiuma del latte nel caffè e le decorazioni con la cannuccia nei cocktail.

Probabilmente iniziai prima con l'arrossire alle sue battute, per poi divenire più sciolta e rispondergli a tono. Successivamente cominciammo a chiacchierare mentre asciugavamo le posate, ormai a serata conclusa, e parlavamo di viaggi, di quello che ci sarebbe piaciuto fare e di dove saremmo voluti andare.

Una sera gli dissi che sarei mancata per una settimana perché avevo programmato di andare in Tasmania con la mia compagna di stanza. Quella sera stessa mi baciò inaspettatamente tra gli armadietti del guardaroba.

Durante la mia breve vacanza non feci altro che pensare a quel bacio. Desideravo rivederlo, possibilmente in situazioni più intime, magari una qualche uscita solo noi due, una pausa pranzo insieme, una colazione, una camminata, un giro al mare... ma chissà che c'era invece nella sua testa.

Ritornai al lavoro col cuore che batteva all'impazzata per l'incertezza del momento ma non appena entrai in sala, e me lo ritrovai di fronte ad accogliermi col suo ampio sorriso, mi sciolsi completamente. Da quel giorno ci fermammo spesso a bere una birra insieme finito il turno, facevamo una passeggiata nel parco, qualche effusione su una panchina e poi mi accompagnava a casa, dove di nascosto dalle mie coinquiline lo facevo entrare per qualche altro minuto. Non si può dire che ci frequentassimo ufficialmente, ma di certo ci piacevamo. Il problema forse era che io stavo per finire il tirocinio e il mio ritorno in Italia era previsto per una ventina di giorni dopo, per questo nessuno dei due, cosciente di ciò, aveva aspettative maggiori e vivevamo così la nostra "storia" alla giornata.

A due settimane dalla mia partenza però iniziai a percepire Arzum più distante, come se si stesse già allontanando, anche se ero io di fatto quella a dovermene andare, e allo stesso tempo cominciai a sentire una fitta tra le costole.

L'ultima sera al ristorante, a una settimana dal fatidico giorno, mi chiese di stare un po' insieme. Ovviamente accettai ma nessuno dei due riusciva a parlare, sembrava che non avessimo più niente da dirci, non facevamo altro che bere la nostra birra in silenzio osservando la gente camminare davanti a noi. Potevano essere trascorsi trenta minuti, o forse di più, quando lo sentii aprire bocca e sussurrare qualcosa. Subito non capii cosa mi avesse detto, e mi limitai a guardarlo in modo interrogativo. Ripeté la sua frase, ma di nuovo non riuscii a connettere. Mi ci volle una terza e poi una quarta volta per prendere coscienza del fatto che mi stava chiedendo seriamente di non partire.

La sua idea era quella di lavorare lì ancora per qualche mese, per mettere da parte un po' di soldi, e poi di viaggiare fino alla scadenza del mio visto. Un piano molto semplice, così semplice che la mia testa non riusciva a riempirsi di domande come era abituata a fare. Dissi solo che, se davvero non stava scherzando, ci avrei pensato attentamente ed entro domani avrei deciso qualcosa.

Ripiombammo nel silenzio, finimmo il goccio di birra rimasto, ci dirigemmo senza fretta verso il mio appartamento con le mani in tasca, io guardando le nuvole in cielo, lui calciando i sassolini lungo la strada. Mi baciò teneramente davanti alla porta, si girò e io non lo trattenni, avevo bisogno di riflettere.

In realtà non riuscii a formulare un solo pensiero in tutta la notte e in tutta la mattinata seguente. Qualcosa dentro di me, sicuramente il cuore, aveva già deciso e non voleva conoscere alternative.

Decisi così di restare, con lui e il suo piano geniale, senza se e senza ma, e quelli successivi furono senza ombra di dubbio tra i mesi più belli della mia vita.




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