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Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine TRAVELOGUE

MUSIC OF CHANGES / 2

Musicologia all’origine della cultura globalizzata / 7

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17 minuti

Pubblicato il 26 novembre 2019 in Giornalismo

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MUSIC OF CHANGES / 2

Musicologia all’origine della cultura globalizzata / 7

Keith Jarrett
Keith Jarrett

Consapevoli che ‘non c’è musica senza poesia’ ci lasciamo trascinare nell’ascolto di “Sferes” (1976) dello strepitoso pianista Keith Jarrett, compositore e organista che l’ha registrata utilizzando il ‘Trinity Organ’ di Karl Giuseppe Riepp (1710-1775), dell'Abbazia Benedettina Ottobeuren, ci accorgeremo inevitabilmente che l’affermazione corrisponde a questa inconfutabile verità, che egli ha colto nei quattro movimenti ‘improvvisati’ che danno nome alla sua ‘sinfonia per organo’ (dal titolo omonimo).

Come lo stesso Jarret informa: “Nessun ‘overdubs’, cioè senza l’utilizzo di ornamentazioni tecniche, in modo che quello che si ascolta è solamente il suono puro dell'organo dell'abbazia. Molti degli effetti unici, sono stati ottenuti tirando per così dire un po’ le chiuse delle uscite, mentre altre restavano nella posizione di ‘aperto o chiuso’. Gli organi barocchi come questo si avvalgono straordinariamente di questa capacità”.

Copertina del disco ECM
Copertina del disco ECM

Quella stessa inconfutabile verità che ci permette di dire che ‘la forza prorompente della musica accresce d’eccezionale vigore le parole’ e, viceversa, che ‘la lirica estensione della poesia riveste la musica di onirica bellezza’. La musica quindi come conduttrice di ‘parole’ non necessariamente verbali, quanto scaturite dal suono recepito dall’ascoltatore capace di intima sensibilità, sia epidermica che del profondo dell’anima che ne suggerisce la verbalizzazione.

Sferes”, come altre composizioni dello stesso Jarret, rientra in quella musica esperenziale denominata ‘ambient’, ripresa dall’iniziale composizione “Imaginary landscape n.1” di John Cage del 1939, e che avrà molti validi prosecutori e sostenitori.

David Byrne
David Byrne

David Byrne è indubbiamente uno di questi; statunitense d’origine scozzese, musicista, compositore, produttore discografico, attore, scrittore, vincitore di Oscar con Ruiki Sakamoto e Con Su per le musiche del film di Bernardo Bertolucci “L’ultimo Imperatore” (1987), dei premi Golden Globe (1988) e Grammy (1989) per la sua produzione musicale. Fondatore dei Talking Heads, David Byrne figura fra i collaboratori con Brian Eno nella realizzazione dell’album “My Life in the Bush of Ghosts” del 1981, che riscosse i favori della critica e fu tra i prodromi delle produzioni di ‘musica campionata’, che s’affacciava in quegli anni sul mercato discografico come ‘nuova tecnica musicale’ che permetteva l’impostazione di una base musicale preparata (appunto ‘campionata’ anche detta ‘software culture’), su cui elaborare, aggiungere, sovrapporre, intervallare ecc. un tema leader o altro, e che avrà un enorme sviluppo successivo, tale che oggi anche la cosiddetta canzone pop è spesso elaborata su una ‘base’ campionata.

Copertina dell'album.
Copertina dell'album.

La sua produzione musicale è vasta quanto varia e spazia oltremodo dalla ‘colonna sonora’ per il cinema, alla coreografia per balletto, dal Rock alla World Music, per quanto, ciò che più interessa questa ricerca, sono almeno due composizioni: “In Spite of Wishing and Wanting” del 1981 che apriva al genere ‘paesaggio sonoro’ (ambient), e “The Forest” del 1991 che in qualche modo ne rappresenta l’evoluzione e la conclusione. Per quanto riguarda invece le arti visive, a parte il citato progetto in PowerPoint, Byrne vanta al suo attivo una serie di mostre a partire dalla metà degli anni novanta: installazioni, sculture, dipinti, spesso non firmati.

Nel gennaio 2007 il New York Times gli ha dedicato un profilo, prendendo a riferimento un’affermazione tratta dal suo blog personale, nel quale Byrne dichiara d’essere stato: «Ero un ragazzo borderline, immagino a causa dell’Asperger». È del 2006 l’uscita di una versione rimasterizzata del disco "Speaking in Tongues” prodotto nel 1981 con Brian Eno, con l’aggiunta di alcuni nuovi bonus track , successivamente ri-pubblicate in “Creative Commons”. Nel 2011 scrive le musiche per “This Must Be the Place”, film di Paolo Sorrentino nel quale il musicista si esibisce cantando l'omonimo brano incluso nell'album dei Talking Heads “Speaking in Tongues” recitandone alcune brevi parti.


Se tutto ciò che abbiamo appreso fin qui è pressoché spiegato in una intervista rilasciata dallo stesso Byrne durante la presentazione di “The Forest” allorché - egli dice - avvertì la necessità di inserirsi in quel mondo della musica che stava cambiando, e che in effetti cambierà con l’aiuto delle nuove tecnologie che rappresentavano il nuovo mito da amare:


È stato detto che un mito è un sogno che ci aiuta a trovare il nostro luogo nel mondo. In 'la foresta' ciò diviene il mezzo che da inizio a un processo: scoprire quello che è nella nostra natura e di cosa noi siamo fatti. Sia che generi delle idee o dei pregiudizi; che propagandi ciò che ci riempie o quello che noi pensiamo sia bello o brutto, quello che noi consideriamo Natura e quello che noi pensiamo è Dio. Il processo è stato un po' come una immersione nell'inconsapevolezza dello storico (isterico?), della mente storica europea nella speranza di scoprire come noi ci stiamo evolvendo, da quale genere di provenienza animale (?). La musica ci dice queste cose nella maniera del sogno che noi, in certi casi non capiamo, almeno non con le nostre menti dopo il risveglio. […] Non è affatto un caso che molte di queste preoccupazioni vennero di nuovo in superficie e discusse estesamente durante la Rivoluzione Industriale in Europa e nord America, quando noi pensavamo che gran parte delle nostre idee con le quali convivevamo, la maggior parte dei concetti e dei sentimenti noi pensavamo fossero ‘moderni’. […]

Che ciò che faceva parte della Natura fosse bello e quello che era delle città fosse brutto, un po’ come per assunto diciamo che Dio è parte della Natura e che l’Uomo non fa parte di quella stessa Natura. [...] Una delle scoperte personali che ho fatto mentre lavoravo a questo progetto è che noi siamo molto meno ‘moderni' di come noi pensiamo e siamo. Per gran parte noi stiamo vivendo e ispirando un mondo nuovo e mentre pensiamo già è lo sentiamo vecchio. Noi abbiamo bisogno di divenire consapevoli dei nostri pregiudizi e deviazioni prima di poter fare il prossimo passo. […] Allo stesso modo io stesso vorrei essere capace di simpatizzare con quanti avvertono il futuro nella fabbrica, la bellezza e il potere, le molte possibilità delle macchine che cambieranno il mondo”.

Con ‘Paesaggio sonoro’ traduzione dall'inglese ‘soundscape’, presente nel dialogo del compositore canadese Raymond Murray Schafer che ne coniò per primo l'espressione, si intende: "un qualsiasi campo di studio acustico [...], una composizione musicale, un programma radio o un ambiente" con riferimento innanzitutto all’ambiente acustico naturale, consistente nei suoni delle forze della natura e degli animali, inclusi gli uomini. È il campo di studio del design acustico la cui teorizzazione è stata sviluppata dal World Soundscape Project, un progetto di ricerca condotto negli anni Settanta dal teologo musicale Schaeffer alla Simon Fraser University di Vancouver (Canada). Progetto al quale Eno e Byrne aderirono con il loro lavoro di ricerca.

Copertina del libro.
Copertina del libro.
Vangelis Papathanassiou
Vangelis Papathanassiou
Copertina del Soundtrack
Copertina del Soundtrack

In aggiunta a questa esperienza avanguardistica così prolifica in musica mi limito ad elencare qui di seguito i nomi di artisti che negli anni ‘80/’90 hanno dato impulso creativo al genere cosiddetto ‘elettronico’ misurandosi in qualche occasione con i ‘geni’ della manomissione musicale, sfolgoranti per creatività e intuizione: a incominciare da Luciano Berio pioniere dell'avanguardia europea, tra i più importanti anche nel campo della musica elettronica, per il quale mi riservo di aprire un discorso a parte; il già citato Pierre Boulez , direttore d'orchestra, saggista, compositoredi musica contemporanea; il pur grande Vangelis Papathanassiou, tastierista e compositore, autore di 'colonne sonore' di successo, come: "Antartica", "Blade Runner", "1492", "Chariot of fire" e lo straordinario "Invisible Connections".


Senza ovviamente dimenticare alcuni eccellenti autori dell’ormai vasto panorama della musica contemporanea, come ad esempio i giapponesi Stomu Jamash’ta e Masanori Takahashi in arte Kitaro, Mike Oldfield, Jean Michel Jarre, Peter Gabriel, il gruppo dei Tangerine Dream di Edgar Froese ispiratore della musica elettronica contemporanea, Steven Halpern, John Surman, Kip Hanrahan, nonché i Popol Vuh che dal Rock psichedelico sono passati alla musica 'ambient' per poi accedere alla musica elettronica con ottimi risultati, ed altri, moltissimi altri che ancorandosi alla più commerciale pop-music, all’intrattenimento, all’ easy-listening, hanno comunque raggiunta una esemplare popolarità.

Michael Nyman
Michael Nyman

In tutto questo trambusto di suoni, volendo riappropriarci della tradizione emozionale seppure con punte di pathos minimalista e contaminazione onirica, per quanto indubbiamente più armoniosa e rilassante, propongo l’opera omnia del compositore Michael Nyman, pianista eccezionale, musicologo e librettista, rappresentante del ‘minimalismo in musica’, è stato tra i primi a utilizzare questo termine in ‘Musical contest’ nel 1969. Risale al 1967 l’inizio della sua proficua collaborazione con il regista cinematografico Peter Greenaway, per il quale ha composto numerose colonne sonore. Tuttavia egli deve la sua popolarità al film “Lezioni di piano” (1993), un film di Jane Campion di cui ha composto la colonna sonora. Più recentemente Nyman ha riproposto la sua “Water Dances” composta per il cortometraggio “Making a Splash” di Peter Greenaway.

Di grande interesse compositivo sono i suoi lavori musicali non legati al cinema, come: “Noises, Sounds & Sweet Airs” (1987), per soprano, contralto, tenore ed ensemble strumentale (basato sullo spartito di Nyman); “Ariel Songs” (1990) per soprano e banda; “MGV” (Musique à Grande Vitesse) (1993) per gruppo; “The Piano Concerto” (1993) basato sullo spartito di ‘Lezioni di piano’, con aggiunta di clavicembalo, trombone e sassofono; l'opera “The Man Who Mistook His Wife for a Hat” (1986), basato su un case-study di Oliver Sacks; e diversi quartetti per archi. Nyman ha inoltre scritto un libro nel 1974 sulla musica sperimentale intitolato “Experimental Music: Cage and Beyond”, in cui esplora l'influenza di John Cage sui compositori classici.

Locandina del film.
Locandina del film.

A mio parere possiamo decisamente ammettere di aver assistito a un’ulteriore ‘evoluzione in musica’, iniziata con un vero e proprio strepitoso avanzamento della musica elettronica anche in ambito vocale e strumentale, entrambe utilizzate a piene mani. Evoluzione che giunta a un certo punto, sembra essersi fermata di colpo, facendo addirittura quasi dei passi indietro, per poi tornare a ricalcare la strada già fatta, come a volersi identificare nel nuovo ambito investigativo che l’ha vista varcare la soglia del XXI secolo senza una vera meta da raggiungere, se mai ne fosse stato quello lo scopo. Tuttavia da alcuni anni a questa parte assistiamo a un suo 'revival' sulla scena musicale, come fosse accesa da un nuovo interesse per un possibile recupero di quelle assonanze ‘nuove’ e/o ‘altre’ che a suo tempo non del tutto scandagliate, di cui si era fatta portatrice.


Numerosi sono infatti i mucisti per così dire ‘tradizionali’ che rivelano una qualche eccezionalità; non da meno sono quei ricercatori attenti e scrupolosi che vanno scandagliando nelle viscere del passato e del presente le infinite possibilità del ‘suono’: dalla ricostruzione di antichi strumenti (andati in parte perduti) alla creazione dei nuovi dispositivi tecnologici di riproduzione sonora che hanno dato un incremento straordinario alla produzione musicale dei nostri giorni, toccando punte di sofisticata sensibilità acustica fin’ora mai giunta all’orecchio umano. All’occorrenza suggerisco la lettura di un interessante libro sul Suono, di quella che possiamo intendere come: “L’esperienza uditiva ai suoi oggetti” (*).

Copertina del libro - Raffaello Cortina Editore.
Copertina del libro - Raffaello Cortina Editore.

Tuttavia prima di arrivare all’attuale ed estrema piattaforma sonora ci sono alcuni passaggi che non vanno assolutamente ignorati, concentrati nelle scelte e nell’utilizzo tradizionale e/o virtuosistico; o meglio, formale e/o informale, degli strumenti a disposizione, a partire da quelli più classici come, ad esempio, quelli utilizzati in modo evolutivo dal quartetto d’archi Kronos Quartet (*), formato da due violini, quelli di David Harrington e John Sherba; una viola e un violoncello, rispettivamente nelle mani di Hank Dutt e Sunny Yang. I quali, fin dagli inizi in San Francisco nel 1973, si sono inseriti con competenza nell’ambito della musica contemporanea, affrontando scelte musicali per così dire improprie per un insieme d’archi, che vanno dal ‘classical’ al pop, al rock, al jazz, al folk, alla world-music.

Una particolarità questa che lascia pensare a un ‘ibrido sonoro’ e che invece dà forma a un tutt’uno eterogeneo, di suoni, voci, rumori, melos ed ‘estensioni musicali’ di intensità variabile, in grado di approfondire aspetti interattivi ed assumere ‘forme e scale musicali’ che in moltissimi casi vanno oltre la concezione strumentale tradizionale. Ad esempio nell’affrontare sonorità percussive dell’Africa o estremamente lontane dal nostro abituale sentire, quali quelle dell’Estremo Oriente magari riprese dalla tradizione millenaria del Giappone, nella volontà espressa di costruire un ‘ponte’ tra i due emisferi del globo, Oriente-Occidente, nel riconoscimento della validità d’ogni singola esperienza musicale, sulla quale i Kronos instaurano la dominante degli ‘archi’ sapientemente dosata, da superare ogni dubbio sulla possibile non-autenticità del brano eseguito.

Vogliamo chiamarla ‘musica del nostro tempo’ con annessa contaminazione, rielaborazione, corruzione sonora, inadempienza minimalista, possibile infrazione della privacy d’autore, violazione della sensibilità dell’ascoltatore? Tutto in uno nulla escluso.


Orbene, ogni definizione finisce per enfatizzare il lavoro del gruppo, che pur non scostandosi dall’originalità dei brani, molti dei quali scritti appositamente per loro da autorevoli compositori di livello internazionale, come: Philip Glass, Terry Riley, Kenny Volans, Bob Ostertag, Henryk Gόrecki, Witold Lutoslawski, Astor Piazzolla ed altri. Anche per questo Kronos Quartet rappresentano sulla scena mondiale l’unico esempio di professionisti che possono vantare di aver spaziato in ogni genere di cultura musicale dal XX secolo fino ai giorni primi decenni, ricevendo numerosi riconoscimenti e Grammy Award specifici della musica contemporanea. Non in ultimi, i premi Grammy Award alla miglior interpretazione di musica da camera e il Polar Music Prize for Classical Music. La loro discografia include ad oggi 43 studio-albums, due compilation, cinque soundtracks, e 29 collaborazioni con altri artisti, e tutti di grande levatura

Kronos Quartet
Kronos Quartet
Copertina del CD
Copertina del CD

A conferma della loro decennale professionalità prima di approdare alla musica contemporanea stanno i loro primi lavori contenenti musiche classiche e adattamenti di musica popolare, jazz e rock, rintracciabili in almeno due albums: “Kronos Released 1985-1995” e “Winter was hard” del 1988, che includono, inoltre, brani di Samuel Barber, Arvo Part, Michael Daugherty, Jimi Hendrikx, Philip Glass, George Crumb, Anton Webern, Alfred Schnittke, Scott Johnson, Tigran Tahmizyan, Dumisani Maraire. Numerose sono le collaborazioni importanti, alcune delle quali incluse nei vari lavori di altri artisti pop come Joan Armatrading, Dave Matthews Band, Andy Summers, Nelly Furtado, e Nine Inch Nails.

È del 1993 l’album “Kronos Quartet-Short Stories” che raccoglie in un’unica sezione strumentale brani di Henry Cowell, Steve Mackey, Sofia Gubaidulina, Heliot Sharp, Willie Dixon, John Zorn, John Oswald. La sua originalità sta nel fatto di raccogliere verosimilmente autentiche ‘storie’ narrate per soli strumenti musicali ad archi la cui bellezza ‘onirica’ si traduce in peculiarità poetica dell’incontro, in cui la narrazione spazia all’infinito da una lato all’altro del conosciuto, lasciando all’ascoltatore / lettore la possibilità di improvvisarsi narratore e costituirsi nel ruolo di protagonista interamente alla musica.


Ogni singola storia narrata, pur avendo vita a sé, sposa perfettamente il messaggio fissato nella indicibile immagine/effetto della copertina del booklet che accompagna il CD ELektra-Nonesuch, in cui una macchina da scrivere d’epoca, emana fiamme dal rullo dove è immaginabile un contesto di animosità sulla tastiera e fervore nella scrittura narrativa.

Come puntualmente avviene all’ascolto dell’unico brano cantato per voce solista dal titolo “Aba kee tayk hamaree” (10:56) di Pandit Pra Nath, composta in puro stile tradizionale pakistano di Lahore:


È il mio turno, oh Dio, preserva la mia dignità come hai fatto con Drophadee dalla sua nudità, donandole un sari interminabile. La mia dignità è nelle Tue mani, nessun’altro può farlo. Per me che desidero il tuo asilo.” (Surdas).



Laurie Enderson
Laurie Enderson

Volendo essere, come si dice, ‘up to date’ trascrivo qui di seguito un’attenta quanto accurata recensione di Claudio Todesco sull’evento musicale della collaborazione dei Kronos con Laurie Anderson (3), vedova di Lou Reed, intitolato "Landfall" (2017) edito dalla prestigiosa etichetta Nonesuch, che è possibile ascoltare sul canale TIMMUSIC. Ciò che rappresenta una prima (ma non l’unica) collaborazione discografica fra la musica elettronica/sperimentale e il quartetto d’archi che i Kronos hanno già eseguito più volte dal vivo:


L’album inizia come un respiro flebile, un suono che si sdoppia e si fa via via più cupo e corposo; presagio di un evento che va preparandosi all’orizzonte, una minaccia che il quatetto d’archi evoca con grande esattezza. C’è qualcosa di mesto e assieme potente nei trenta frammenti musicali che compongono “Landfall”, una tristezza pacata che non sconfina mai nel dramma, ma anzi si trasforma in una forma inusuale di bellezza, un processo di trasfigurazione che sfocia in un sentimento che somiglia se non alla serenità, per lo meno all’accettazione. “Landfall” è il suono della perdita: delle persone che amiamo, degli oggetti che abbiamo accumulato nel corso di una vita, delle specie animali estinte, delle costellazioni che non conosceremo mai, di questo e di tutto. Laurie Anderson e il Kronos Quartet riescono a rendere questo suono poetico e vibrante”.

Copertina dell'album di Laurie Enderson con i Kronos Quartet.
Copertina dell'album di Laurie Enderson con i Kronos Quartet.

Estratto da“Essays on Pictures, Language and Code” è qui ripreso, seppure solo in parte, dal boocklet programmatico del CD di Laurie Anderson:


L'artista avant-garde Laurie Anderson e il quartetto d'archi più cool d'America Kronos non avevano mai collaborato l’una con l’altro. Una cosa li accomuna: non sono soliti distinguere fra ciò che è “colto” e ciò che è “popolare” ed è anche la loro capacità di giocare su più tavoli a rendere “Landfall” speciale. Il Kronos Quartet ha commissionato a Anderson la composizione. Non conoscendo i principi della scrittura per quartetto d’archi, l'artista ha lasciato passare molti anni prima di dare il via alla collaborazione e mettere assieme uno spettacolo multimediale, in cui un software trasforma le note suonate sul palco in testi, e ora un disco in cui i suoni di violini, viola e violoncello si fondono in modo impeccabile con tastiere e campionamenti – una fusione fra strumenti acustici, elettronici e software cui sovrintese anche Lou Reed, così racconta l’artista americana nelle note di copertina. […]

'Sandy', il terzo uragano più distruttivo che abbia colpito gli Stati Uniti, si è abbattuto nella East Coast nel 2012 quando Laurie Anderson stava già lavorando al progetto. Le ha fornito un nuovo contesto, oltre a un titolo per l’album – il termine “landfall” indica l’approdo di un uragano sulla terraferma – e per alcuni strumentali. Il tema delle conseguenze dell’uragano si è sovrapposto a quelli che si erano già delineati: la perdita e la capacità del linguaggio di descrivere ed evocare ciò che esiste e ciò è svanito, salvandolo dall’oblio. Ma al di là dei temi sottesi, (contemporaneamente al disco esce il libro retrospettivo di Laurie Anderson “All the Things I Lost in the Flood”), “Landfall” è musica che attira in modo inesorabile in una narrazione libera, cupa e seducente fatta di frammenti musicali e una mezza dozzina di spoken word, per un totale di trenta episodi di durata variabile per lo più fra uno e tre minuti in cui Laurie Anderson e il Kronos Quartet fondono le loro “voci” in modo perfetto, le usano per raccontare la mancanza come un sentimento che ha qualcosa di funereo e assieme contemplativo. […]

Le composizioni nate dal loop di Anderson all’Optigan sono poi state suonate ed espanse dal Kronos con la sua fenomenale capacità espressiva. Grazie al lavoro del fonico Scott Fraser, il suono dei loro strumenti ha una presenza magnifica. Negli spoken word Anderson, da consumata storyteller, racconta piccole storie, le strade che si trasformano in fiumi neri durante l’uragano e un karaoke mal funzionante in un bar olandese, un discorso di Lincoln e un libro sulle specie animali estinte, natura e sogni. E per 70 minuti è davvero come essere risucchiati in una dimensione onirica che lascia una sensazione di spossatezza e assieme di illuminazione. “Landfall” è un disco ipnotico e meditativo, dotato di una bellezza ora intimidente, ora luminosa. È struggente pur essendo misurato, è poetico anche quando Anderson racconta piccoli episodi apparentemente insignificanti. E la musica non è mai frutto di una scrittura retorica, nonostante i temi rappresentati. Termina con l’immagine dell’artista che, passato l’uragano, scende nel seminterrato della sua abitazione newyorchese e vede gli oggetti cumulati in anni di performance galleggiare sull’acqua: vecchie tastiere e proiettori, libri e pezzi di scenografie, il passato che si dissolve sotto i suoi occhi: “E ho pensato: che bellezza, che magia, che catastrofe”.


Il Kronos Quartet, è la formazione che ha ridisegnato il suono stesso del quartetto d’archi, propone un programma che alterna energia e delicatezza. Fra la trascrizione di un successo degli Who e quella di una canzone del cantante siriano Omar Souleyman, tra il capolavoro di Steve Reich e uno dei più dolci brani di Laurie Anderson, un intero universo sonoro aspetta il pubblico, per farne danzare il cuore e il cervello”.


(continua)


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