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Una storia di DomenicoDeFerraro

CANTO NELL’ORTO DEL RE

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4 minuti

Pubblicato il 16 marzo 2019 in Poesia

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CANTO NELL’ORTO DEL RE


La pace cerco tra gli orti silenziosi, lasso nel verso esule cavalcando l’onda dell’ossesso, attraverso il sesso fiorito da cianciose parole . Rassegnato miezzo a tanti guai ,allisciato ben vestito con tante domande cuorpo , me venne a cacà miezzo l’evera vasciulella , sperando di star meglio. La gioia sopita , s’ode dentro il mio grido attraverso l’ eco della città che esulta in glorie dimenticate troppo in fretta . Miezzo a questo casino, sulagno la piglio in mano questa speranze nella bona sciorta , sciore che profuma l’aria dello giardino . Addore che sale , storia figlia di adamo , vengo commosso nel dolce discendere e mesto apro la porta alla meraviglia tra colori purulenti , pieno di epigoni et mestrue essenze. Di vita spese in fretta cambiando l’aspetto cercando soluzioni nel suono di un clavicembalo e di trichebalacche esprimo e suono, mesto rifuggo nell’ ilare sorriso.


Ora l’avventura intrapresa mi spinge per luoghi audaci, in cilestri suoni e confuse rime eretiche, ellittiche, cretine represse in sviluppi raggiri di gioie adunche , chete memorie d’amore perduti qui nell’orto del re di Sicilia. Odo il canto del mare che trascina via l’odio ed il rancore. Ed odo il mondo degli ultimi fatto di milioni di persone qualunque , veggo, forse spinto dall’illusione che sboccia come un fiore selvaggio. Generosa vita, amore che nulla lascia capire chi siamo in vero , se siam onesti o banditi, rei , prigionieri di mille ricordi striminziti , scalzi con sciuscelle ai piedi , piccerelli , cenciosi in strocchie e papocchi , chi tiene occhio , chi tiene mente porta chisto a Sorrento. Lo giardino vedo bello, pomposo , sulagno, ricco di storia patria, vedo l’onne dello mare, strano ammore accatate miezzo a tante sventure da figliole carnose e procace che non portano la mutande senza reggiseno, distese coppo ò letto con il seno dentro una lenza di sole. Mille poesie entrano ed escono , scemano nella volgarità delle voci , sfociante in pastrocchi , ma tu allucca e non tiene mente allo core .


Di tanta bellezza, giace in fondo al nostro essere un prode eroe che ordina il mondo in dolori , conditi di molti versi tra falsi miti greci , epigono di baci e carezze espressioni della morte che avanza immemore nel canto s’eleva nell’aria malsana . Mare che ringiovanisce le membra. Ora sono nell’inferno di questo mondo, ora sono qui che giaccio pelle ed ossa con pochi indumenti e molti dubbi.

Ora vieni e lasciati sedurre di molte gioie, l’animo si ammalia di versi e pregi d’incanti scipi,

Chi mi offende, chi mi rincorre in questo mio discernere i molti concetti , figlio di molte sventure che io poscia mi trascino seco.

Chi mai ti volle ferire ? tu fatto di solo nome , di sola incerta colpa

Son qui che grido il mio nome al vento, vado per giorni lieti viaggiando immemore

Non dire bugie ti cresce il naso

Son solo , esule prigioniero di me stesso

Non dire stronzate

Sono un buon guaglione

Avresti fatto a n’ate chelle fatte a mè chisto ommo t’avesse accise ò vuò sapè perché .

Non voglio una fossa , mi basta una canzona mi basta un poco di mare

Faciemme appresse mò viene sera

Questo è un affronto signore avascete le mane

Tenete questo ardire , non voglio più sapere nulla di voi

Che pena mi fate , ingrata vita m’avesse fatto frate sarei diventato santo.

E tutto una tarantella

Io non voglio più uscire .

Te scasse e sci , te scasse e sci

Una banda di scemi

Faciteme ò piacere signora, dicete a chesta stoppola che la voglio bene assai


Lungi per sogni, tra luoghi ameni di molte rimembranze di tarde ore passate liete, fino al giorno che passa veloce, ramingo dentro il giardino dell’ esperidi di molte parole dette di pochi usati verbi nell’inferno , deliro e scrivo il mio soffrire. Di molte frasi fatte di umori neri che salgono lenti . Lieto in questo discendere fiumi di parole , nell’oblio di ballate e canti mi alzo il bavero mi metto a cantare.


Sono felice seguo il mio verseggiare come fosse un sogno qualunque, attraversato la città , sono qui nel giardino del re con tutti i miei errori , con la sacca piena di stupide poesie che esprimono , forse fingono di non capire . Nell’ora desta ecco il din don nell’eco del mio dolore e tutto qui come l’avevo desiderato, confuso, falso , una maschera un altra storia che mi riporta dove nacqui dove crebbe il desiderio di essere me stesso .

Tu mi dirai che io son matto

Tutti dicono attenti al lupo

Ora sono io in te.

Tu nel mio cuore, io il tuo scettro, il tuo dire strampalato fatto di poche ed esule aspirazione commiste al desiderio che sale nella dolce rinascenza, nella mesta beltà che affiora tra mille ricordi .

Passeggia un gatto nel giardino.

Zampetta, saltella . Il gatto cerca il topo, cerca la vita che abbiamo nascosto nell’animo. Ora sono il gatto mammone dalle nove code con una coda colorata d’azzurro. Ora sono il cavallo mazzocchi e la pazzia di un era che non ha prezzo . Un tempo che odora di fiore d’arancio perduto in altre dolcezze in questi lidi solitari dove emerge ogni bellezza che trascina seco secoli di storia attraverso la nostra esule esistenza.


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