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Una storia di Barbarella49

Mistero nella Valle dei Templi

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19 minuti

Pubblicato il 15 marzo 2021 in Thriller/Noir

Tags: #Erotico #Thriller

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I raggi del sole danzavano in pulviscolo dorato in mezzo alle colonne doriche. Elena seguiva la traiettoria di quei raggi, ma il suo pensiero era altrove. Il cielo era di quel colore tra il viola e l’azzurro, il sole sulla via del tramonto, lasciava una scia purpurea al suo seguito.

L’atmosfera era magica. La luce rosata si rifletteva sul tempio della Concordia, che assumeva una tonalità calda arancione. Le colonne maestose svettavano su in alto nel cielo, fin quasi a toccarlo. Toccarlo con la punta delle dita, pensò Elena, quel cielo azzurro con le nuvole sparse in qua e là dove si riflettevano i raggi solari, rendendole brillanti di luce. Voleva godere di quello spettacolo che le si presentava dinanzi agli occhi, farsi assorbire da quella luce ambrata che si rifletteva su quelle colonne, farsi trasportare in una zona spazio temporale, dove nessuno avrebbe potuto raggiungerla. Chiuse gli occhi stanchi per immergersi completamente in quel luogo in quel dato momento e percepirne il significato intrinseco, quello che si presentava solo a lei ed era nascosto agli altri. Quanta storia in quel luogo. Era tutta racchiusa lì in quella valle, la Valle dei Templi che sorgeva sulla cima di una collina nella città di Agrigento. La storia dell’antica Akragas, una città fondata da coloni greci nel 580 A.C. Quello era un luogo sacro, dedicato al culto degli dei. I Templi dorici si erano conservati in modo esemplare. Tre in particolare spiccavano nella loro bellezza: Il tempio di Giunone, il tempio di Ercole e il tempio della Concordia. All’improvviso un guizzo davanti a sé la riportò bruscamente alla realtà, sottraendola al flusso dei suoi pensieri che la invadevano sempre in un fantasticare lento. Un lieve sovvertimento dell’aria, qualcosa le era sfrecciato davanti in modo repentino e fulmineo, fino a scomparire e a tornare tutto come prima. Cos’era stato? Si sentì afferrare dall’incanto magico che si sprigionava da quel luogo, un luogo ai tempi dell’antica Grecia dedicato all’esaltazione dei culti divini, i quali venivano celebrati lì in quei templi maestosi dai sacerdoti. Cercò di immergersi con il pensiero, fino a rievocare i suoi studi, quelli che l’avevano portata a laurearsi con lode con la sua tesina che verteva proprio sulla Valle dei Templi. Sapeva tutto quello che c’era da sapere su quel luogo. In definitiva era diventato parte di sé, tanto ci si era appassionata. Le sembrò di scorgere qualcosa proprio in prossimità delle colonne del tempio della Concordia. Non ci vedeva bene senza occhiali, quindi li prese dalla tasca della giacca e li inforcò, quindi guardò di nuovo. Niente. Non si vedeva alcunché degno di nota. Era sola, completamente sola, in balia di quello spazio solo suo, assorbita dal silenzio. Si avvicinò al tempio della Concordia lentamente. Le sembrava di avvertire delle voci e della musica, forse un gioco dei suoi sensi ultra vigili. I suoi sensi si stavano prendendo gioco di lei? Eppure non aveva mai sofferto di allucinazioni. Forse il sole le aveva dato alla testa, visto che era da un po’ che si trovava lì, da quel pomeriggio per l’appunto e il sole adesso stava tramontando. Non si era accorta del passare delle ore, tanto era assorta nel suo lavoro, che consisteva nel catalogare dei reperti che erano stati da poco rinvenuti nell’area del tempio di Vulcano e che erano destinati ad essere messi in esposizione nel museo archeologico di Pietro Griffo, da lì poco distante. Si trattava in principal modo di vasi dipinti con la tecnica a figure nere e a figure rosse. Tra questi una quadriga con divinità e il funerale di Patroclo, entrambi dei capolavori assoluti.

Erano le sue orecchie o le era sembrato di cogliere il ruggito di un leone? Possibile? Cosa le stava succedendo. Non era da lei farsi impressionare per così poco. Quando arrivò davanti alle colonne si fermò un attimo, indecisa sul da farsi. L’entrata all’interno era consentita, quindi poteva anche andare dentro a controllare. Fu investita da un refolo di vento, che le scompigliò i lunghi capelli, quel giorno lasciati cadere sulle spalle. Di solito li raccoglieva in una treccia, ma oggi presa dalla fretta, era uscita dandosi una spazzolata veloce senza perdere altro tempo. A Giovanni piacevano tanto i suoi capelli. Giovanni era il suo ragazzo da un po’ di mesi. Anche lui era un archeologo e si erano conosciuti proprio lì, mentre lavoravano alla catalogazione dei reperti. Non che fosse stato un colpo di fulmine, ma poco ci mancava. Giovanni non era bello fisicamente, ma era un tipo e di lui l’affascinavano soprattutto l’intelligenza e l’immensa cultura che aveva. Le parlava sempre di un sacco di cose interessanti e lei ascoltava affascinata i suoi racconti, anche perché viaggiava molto e le raccontava spesso usi e costumi di popoli e territori. Quel giorno non l’aveva potuta accompagnare, era impegnato, ma si sarebbero visti il giorno dopo. Non vedeva l’ora. Era sempre molto dolce con lei, la portava spesso a cena fuori in locali carini e poi dopo andavano sempre a fare due passi lungo la spiaggia, con le onde del mare che facevano da sottofondo. Di solito, la passeggiata durava molto, vedevano la luna spuntare dal monte fino ad illuminare il mare, rendendolo vivo di riflessi argentei. L’atmosfera era romantica. A volte parlavano e sembrava che non potessero più stare zitti e che avessero urgenza di sapere al più presto l’una dell’altro, perché avvertivano dentro una voglia di conoscenza che sembrava non avesse fine. Altre volte stavano in silenzio, assaporandolo fino ad annullarsi in esso, fino a sentirsi immersi in quell’atmosfera nella quale nessuno di loro avvertiva più la solitudine, in quanto respiravano la stessa aria, vedevano lo stesso cielo con la luna, ascoltavano ed udivano le medesime cose in una simbiosi eterna e perfetta. Quella era la comunanza. Stare zitti insieme, assaporando l’uno la compagnia dell’altro e non c’era bisogno di niente perché tutto si esauriva lì e non era semplice provare qualcosa del genere. Erano una sola anima e un solo corpo anche senza sfiorarsi e toccarsi, non ne avevano bisogno. La musica era dentro di loro e avrebbe suonato in un crescendo di violini, fino a raggiungere l’orgasmo dei sensi. Tutto questo senza toccarsi. Era bellissimo. In quelle occasioni sentiva una musica dentro di sé, le risuonava nelle orecchie fino a rimbombarle nella testa. Si perdeva in quelle note. Poi lui la guardava e in quegli occhi leggeva una dolcezza infinita, una comunione di cose che la stravolgeva, la inteneriva e la faceva sciogliere come neve al sole. Poi finiva tutto così, lui la baciava lì sotto la luna, sotto le stelle, davanti a quel mare spettacolare e bellissimo che pareva non avesse mai una fine. Il suo bacio era così lungo e appassionato e le richiamava il primo movimento del quartetto d’archi la Caccia di Mozart. Le loro lingue si muovevano allo stesso ritmo di quei violini, viole e violoncelli. Era bellissimo! Certo lei era una sognatrice, la spiaggia era vuota e a volte ne approfittavano anche per spingersi un po’ più in là. Le toglieva delicatamente la maglietta, le toglieva il reggiseno, lei veniva scossa da brividi di piacere intensi, poi lui iniziava a baciarla dappertutto e ci metteva un tale amore e impegno, che al pensiero si sentiva accapponare la pelle. Com’era dolce. Le piaceva troppo. Le piaceva tanto. Avrebbe voluto stare lì per sempre con lui, mentre lui continuava a coccolarla, a farla sentire importante. Si distendevano sulla sabbia, i loro cuori erano impazziti dal desiderio e dalla frenesia e battevano irrequieti all’unisono, come se si trattasse di un cuore solo. La spiaggia era umida, ma diventava rovente al loro contatto fatto di mani che frugavano, perlustravano, stravolgevano, si muovevano impazzite senza più freni inibitori. La possedeva lì sulla sabbia, sotto quel chiarore lunare, la possedeva più volte, cambiando spesso posizione, traendo un godimento reciproco che arrivava fino alle stelle. Quello era il paradiso sulla terra. Poi intrecciavano le mani, si rivestivano in fretta e se ne stavano abbracciati per non so quanto tempo a guardare quegli astri su in alto, a scrutare ben bene fino a vedere una stella cadente. Lei conosceva la posizione di tutte le costellazioni e i nomi delle stelle, era un’appassionata e poi parecchie facevano riferimento proprio alla mitologia, come per esempio Andromeda, Pegaso e Cassiopea. Com’era bello il cielo e si vedeva la Via Lattea, una scia luminescente di stelline che formavano come un braccialetto argentato nel cielo blu. Quei momenti erano impressi in modo indelebile nel suo cuore. Amava Giovanni e anche lui l’amava e si sarebbero sposati presto. Il pensiero era facilmente volato fino a lui, ma adesso doveva tornare con i piedi per terra. Basta sognare. Entrò dentro e stupita si rese conto che qualcosa non andava. L’interno del tempio le si presentava davanti agli occhi non come era adesso ma come era esattamente millenni fa, ai tempi del suo massimo splendore. Non poteva crederci! Un enorme vestibolo si presentava ai suoi occhi in tutta la sua magnificenza, con ai lati le colonne dipinte superbamente con un intonaco bianco. La navata centrale era illuminata dai raggi del sole, era ampia e in fondo c’era la statua della divinità. Strizzò gli occhi e vide delle figure muoversi attorno al naos, la stanza dove si trovava la statua della divinità. I raggi del sole si riflettevano negli occhi della statua, che sembrava così accendersi di un palpito di vita. Elena vide quelli che dovevano essere i sacerdoti. Erano calvi ed indossavano una tunica bianca. C’era un religioso silenzio, come è normale in tutti i luoghi di culto. Là in fondo brillava l’altare bianco nel suo colore spettrale d’oltretomba. In mezzo a quel bianco spiccava qualcosa di scuro, una chiazza che dapprima incerta si rivelò poi essere in espansione. Era di un rosso vermiglio e gocciolava sul pavimento, impeccabile nel suo candore. Il sangue gocciolava e a lato una carcassa di un animale appena sgozzato. I sacerdoti si davano un gran daffare tutto intorno, sventrando il povero agnello e prendendo le interiora e quelle piccole parti che le persone lì raccolte avrebbero mangiato dopo. Vasi capienti erano appoggiati vicino all’altare ed avrebbero contenuto quelle interiora. Quello era il sacrificio offerto per la loro divinità e che avrebbe portato alla città fortuna, prosperità e ricchezza. Le persone che assistevano sembravano ipnotizzate, il loro sguardo era assente. Forse si trovavano sotto qualche forma di trance.

Elena guardava terrorizzata. I sacerdoti agivano con gesti lenti e precisi, ad un certo punto uno di loro la individuò, le puntò il dito contro, le si avvicinò insieme all’altro, parlando in una lingua per lei sconosciuta. Si stupì di vedere sé stessa indossare una tunica bianca uguale alle loro, ma nella versione femminile. La trascinarono di peso davanti all’altare. Quindi le fecero cenno di sdraiarvisi sopra. Elena ubbidiva terrorizzata, a nessuno importava quello che le sarebbe successo e lei era vittima di un ingranaggio antico a cui sarebbe andata inevitabilmente incontro. Le immobilizzarono gli arti con delle corde, quindi le fecero respirare qualcosa che la stordì e le tolse un po’ di quella capacità di ragionare. Successivamente la denudarono. Sentiva freddo, brividi le scorrevano addosso, aveva perso la cognizione del tempo, si sentiva un animale in trappola. Ad un tratto vide una faccia familiare: Giovanni, si era lui. Ma cosa ci faceva lì? Fece per aprire bocca per farsi aiutare, ma Giovanni indossava l’antica tunica dei sacerdoti e non mostrava segno di conoscerla. Le fece solo una lieve carezza sulla guancia. I sacerdoti insieme cominciarono a recitare una litania, che pareva non avesse mai fine, al termine della quale i fedeli si inginocchiarono e iniziarono a cantilenare una nenia insopportabile. Tutti gli occhi erano assenti, ad eccezione di quelli dei sacerdoti, nei quali si leggeva una consapevolezza fiera e maligna. Uno di questi tirò fuori un coltellaccio. Elena non riusciva a credere ai suoi occhi. Eppure non le risultava che in Sicilia si compissero sacrifici umani, ma quello che stava avvenendo lì in quel momento sembrava dimostrare il contrario.

Secondo il rituale una giovane donna era destinata ad essere sacrificata, dopo essere stata deflorata dinanzi a tutti i fedeli.

Le viscere dell’inferno l’avrebbero inghiottita, già ne sentiva le fiamme infuocate lambirle la pelle lattea.

Fuoco cammina con me! Il fuoco le lambiva il corpo.

Il sacerdote passò il coltellaccio a Giovanni. Oh no, proprio a lui, pensò. Perché? Cercò di implorarlo con gli occhi, ma lui era un’altra persona e stava solo facendo il suo dovere. A quel punto Giovanni i cui occhi erano ormai spiritati ed erano accecati da un desiderio malevolo, posò il coltellaccio e iniziò ad accarezzarla piano piano.

Lei era bella, pensò Giovanni e voleva divertirsi un po’ prima di compiere il rito.

Con il coltello veniva fatto un taglio netto e profondo nell’addome, quindi con degli strumenti chirurgici di precisione avrebbe praticato delle incisioni.

A quel punto gli organi interni della ragazza si sarebbero rivelati a lui in tutta la loro bellezza.

Avrebbe visto il suo cuore, rosso come una fragola matura, sottoposto ad un battere ritmico incessante.

Avrebbe avvicinato le sue mani a quel cuore e poi lo avrebbe tolto dal suo corpo ancora palpitante e avrebbe grondato sangue, di cui poi si sarebbe cibato, bevendolo avidamente.

Si sarebbe purificato, attraverso la ragazza. I suoi peccati sarebbero stati lavati.

Avrebbe raggiunto la purezza.

La carne vergine di lei lo avrebbe rinvigorito.

I suoi organi offerti in devozione alla Dea, che li avrebbe accettati con gratitudine.

Iniziò dalla punta dei piedi fino a salire su. Sotto quel tocco che lei conosceva così bene rabbrividì dalla paura, le sembrava che di lì a poco avrebbe perso i sensi e che il suo corpo sarebbe stato in balia di quegli individui deplorevoli. Giovanni le accarezzò lentamente le gambe fino a salire su, era così lento che sentiva che non ce l’avrebbe fatta a resistere. Cercò di gridare, ma ne uscì solo il vuoto, un grido soffocato. Aveva perduto la voce. Una lacrima scese a bagnarle il viso, ne sentì il sapore salato, volle assaporare quella piccola particella di sé. Perché quel rito tribale e perché era stata scelta lei? Quale significato si celava dietro? Il terrore le correva addosso, il sangue tamburellava forte nelle sue vene, il cuore batteva all’impazzata. Ogni singola parte del suo corpo vibrava come se fosse attraversata da una piccola corrente elettrica. Elena era stordita, i colori del luogo sacro le danzavano davanti agli occhi che bruciavano. La statua della Dea sembrò essere invasa da linfa vitale e sotto gli occhi increduli della ragazza si mosse. Sulla spalla teneva l'arco e una faretra marrone contenente le frecce. Nessuno si accorse di niente. Nel frattempo Giovanni le accarezzò le cosce, poi il pube, i seni con movimenti lenti e circolari. Quindi le dette un bacio, mordendo le sue labbra, fino a farle sanguinare. Ne sentì il sapore ferroso in bocca. A Giovanni all’odore del sangue si scatenò qualcosa dentro e perse tutti i suoi freni inibitori. Tutto questo sotto lo sguardo in trance degli astanti, che parevano non rendersi conto di ciò che succedeva. Alla fine le salì sopra come un animale e con la sua lingua iniziò a perlustrarla dappertutto. Quella lingua era infuocata e le provocò brividi di paura ed eccitazione insieme. Se ne vergognava, ma non poteva farci niente. Sarebbe morta forse lì. Eccitazione e paura, due cose all’apparenza antitetiche eppure così vicine, dal significato intrinseco emotivo evidente. La sua lingua era calda, incandescente, ruvida, ma anche dolce e le baciò lentamente i capezzoli che diventarono turgidi all’istante, mentre con la mano la toccava lì avanti ed indietro sottraendole gemiti involontari e scorrevano le acque dei fiumi e bagnavano la mano e il braccio di lui. Le agguantò il sedere, glielo strinse in una morsa e continuò a sfiorarla dietro e davanti, mentre la libidine aumentava. Quanto le piaceva. Ma era al tempo stesso spaventata. Stava per svenire, doveva essere scema, per provare quelle sensazioni. Si sentì trafiggere da mille aghi che la punzecchiavano torturandola in varie parti del corpo. L’altare di marmo era freddo e le ghiacciava gli arti, provocandole un contrasto fuoco- ghiaccio che la stravolgeva. Era succube di lui. Quando le sfiorò il pube pensò di morire. Temeva la morte, aveva sempre avuto paura del nulla, del vuoto e della signora con la falce. Le provocava un’angoscia senza fine, più che altro la spaventava l’idea di non esistere più. Sentiva di essere vicina all’ora fatale e un sudore freddo le si diffuse per tutto il corpo. Non poteva sfuggire al suo destino. Lui ficcò la lingua dentro di lei, nei suoi anfratti e baciò avidamente e così a fondo con una meticolosità che la faceva impazzire. Eccitazione e paura insieme. Una scarica di adrenalina a mille. Era bello? Era terrificante e tremendo insieme, ma lui la stava anche baciando dentro e questo sì le piaceva da matti. Provava un piacere parossistico. Piaceva anche a lui perché lo sentiva mugugnare in modo lento e soddisfatto. Vedeva la sua testa con i capelli neri intento a fare quella cosa, ondate di piacere la investivano e bagnavano come il mare sulla spiaggia, finché sentì come lava incandescente attraversare le sue viscere, fino a stravolgerla completamente in echi concentrici di gioia che la sconquassarono tutta. Gridò e il suo urlo attraversò tutta la navata. Lui alzò la testa soddisfatto e la baciò sulle labbra, questa volta con più passione ed aveva il sapore di lei, lo avvertiva in modo così forte che ne era eccitata. Tuttavia i brividi di paura non l’abbandonarono. Il suo corpo fremeva, non ce la faceva più dalla vergogna, dal timore di quello che sarebbe successo dopo. Ormai sapeva che non avrebbe avuto scampo, lo sapeva, ne era consapevole e spaventata. Chiuse gli occhi mentre lui continuava e il sudore gocciolava dal suo corpo, piccole goccioline che cadevano per terra come al rallentatore e gli ultimi raggi del sole morente si disperdevano in mille ghirigori dorati intorno, facendo brillare ancora una volta la statua della divinità. Era Atena, la Dea della caccia, com’era bella ed anche invincibile. Elena era disperata, stava per svenire dall’orrore. Giovanni la guardò come un leone osserva la sua preda e preso da un impulso irrefrenabile del suo membro che era diventato duro come un blocco di marmo si avvicinò alle labbra di lei per permetterle di accoglierlo nella sua bocca. Le labbra di lei erano morbide e iniziarono a succhiare, baciare, assaporare, leccare, mentre lui continuava a baciarla dentro, assaporandola lentamente e mordicchiandola fino allo sfinimento. E quando fu soddisfatto e la fame di lei si fu un po’ placata sentì l’urgenza di congiungersi alla ragazza a formare una sola entità. La penetrò in modo brutale ed animalesco, dandole dei colpi violenti, ripetuti, vigorosi. Fusi in un corpo solo si muovevano a ritmo lento e poi sempre più frenetico. Lentamente e poi sempre più veloce in un crescendo. Elena adorava i crescendi, soprattutto nella musica, quel lento movimento seguito poi dalle note sempre più forti ed intense. Aspettavano il raggiungimento di un qualcosa che li avrebbe portati all’appagamento. Per lei un’esperienza nuova di sofferenza e di piacere insieme. Pensava di essere una ragazza normale, ma dopo quello che aveva provato quella sera cominciava a dubitarne. Pensava di avere un animo perverso. Come poteva godere in una situazione simile, nella quale non sapeva nemmeno quale sarebbe stata la sua sorte, se sarebbe stata uccisa o meno? La sensazione di avere mille occhi puntati addosso accrebbe ancora di più la sua eccitazione. Che cosa vergognosa stavano facendo, il massimo della trasgressione. E poi dopo cosa sarebbe successo? Anche questo creava in lei una sensazione di incertezza che la faceva tremare e al tempo stesso desiderare che quella cosa non finisse mai. Sembrava che tutte le sue remore fossero crollate e che non si vergognasse più di nulla. Il soddisfacimento di piaceri corporali copriva di gran lunga tutto.

La passione li avrebbe condannati, la passione li aveva travolti. L’inferno sulla terra, lo scontrarsi di angeli e demoni, qual era la colpa che doveva espiare?

Giovanni era irriconoscibile, un espressione stravolta gli deturpava il viso, gli occhi erano accesi da un bagliore malefico. Eppure era lui. Gli antichi riti eseguiti al sopraggiungere del cambio di stagioni, antichi voti con il plenilunio, compiuti sotto una quercia secolare. Tutto era collegato in un ciclo eterno, ecco perché in quel momento si trovava lì a dimostrazione del fatto che la vita era un cerchio e che gli avvenimenti passati e presenti potevano fondersi e convivere insieme.

Giovanni che si muoveva dentro di lei, che continuava a toccarle i seni, il cui viso era deformato dall'eccitazione e dal desiderio lanciò infine l'urlo gutturale dell'orgasmo raggiunto, quindi si gettò a terra. Elena terrorizzata e tremante, aspettava il compiersi del suo destino. Un destino crudele dal momento che il suo fidanzato si era trasformato nel suo carnefice e questo le arrecava un dolore tremendo, un dolore che la dilaniava internamente e che la faceva sentire impotente e disperata.

La statua della Dea si mosse, pronta a scagliare il suo dardo.

Giovanni si alzò, prese un recipiente all’interno del quale c’era un unguento con il quale cominciò a cospargerla. L’unguento era arancione scuro ed aveva un odore pungente, che le aumentò la nausea, che già provava. Ci mise tutta la cura a compiere questa azione. Dopo averle dato un bacio leggero sulle labbra, afferrò il coltellaccio, lo alzò su in alto all’altezza degli occhi. Elena gridò con quanto più fiato aveva in gola. A quel punto la freccia infuocata scagliata dalla Dea infiammò i vasi sotto all’altare e fece allontanare i sacerdoti. Anche Giovanni fu pronto a fuggire. Rifulgente in tutto il suo splendore la Dea le si avvicinò in una nuvola celeste abbagliante, la guardò negli occhi e poi con uno schiocco delle dita la liberò dalle corde. Le disse: “ Vai, sei libera… presto fuggi via."

Elena aveva dolore dappertutto, ma si alzò ben eretta e pronta alla fuga raggiunse la soglia del tempio, strinse gli occhi e quando lentamente li riaprì lì per lì non si rese conto di dove fosse. Ma poi vide le tapparelle della finestra, dalle quali entrava la luce soffusa dei lampioni. Una chiazza di luce della luna splendeva sulle coperte. Era nella sua stanza. Era stato tutto un brutto sogno. Accidenti che incubo, pensò e si addormentò di nuovo. Questa volta cadde in un sonno senza sogni.





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