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Una storia di Chrisma

Ozono

Attorno al mio pianeta, dentro di me

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10 minuti

Pubblicato il 15 maggio 2021 in Storie d’amore

Tags: #gelosia #letto #luna #nudo #sigarette

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Lunatica, questa è per te.

Christian.

Apro gli occhi e tutto ciò che vedo è la linea della tua schiena.

La luna, cioè la sua luce, inonda la camera da letto; tu odi che si chiuda la finestra, perché vuoi che a svegliarti sia il sole, domattina.

E a me va bene così.

È dalle due e quaranta che sto cercando di chiudere gli occhi ma finisco solo per sfinirmi, nel tentativo di recuperare un po' di sonno; non voglio regalare anche domani l'impressione che io sia un coglione che si trascina tra un minuto e l'altro della giornata, in attesa di collassare sullo stesso letto che stanotte mi rifiuta. Già mi vedo, ad aspettare che tu esca dal bagno, dopo aver finito di fare le tue cose, e intanto accederò a Facebook e guarderò qualche video stupido in stile How To, che tecnicamente non semplificano mai la vita ma finiscono soltanto per farti chiedere perché.

Odio Facebook.

Odio i social, in generale. Che posto di merda, il cellulare. Che abitanti di merda, quelli che ci vivono.

Domani disinstallo tutto e lancio il telefono dalla finestra.

Niente più notifiche assillanti, niente più richieste d'amicizia da parte di donne che non conosco, che ti fanno soltanto ingelosire inutilmente.

- Chi cazzo la conosce... - ti dico spesso, ma tu fai soltanto finta di credermi e poi, come nel kendo, stringi i lacci dell’armatura e afferri la spada, attendendo il momento giusto per colpirmi.

E ti vedo, concentrata mente e cuore, mentre senti la frustrazione graffiarti da dentro.

Sei assurda. Nel senso buono.

Sei incredibile.

Sto contando i nei che hai tra le scapole, li sto unendo come puntini, cercando di decifrare i tuoi schemi. Sorrido, perché alla fine ti vedo sempre come un enigma che mi affascina e che devo risolvere.

È che a volte parli davvero poco.

Mi dai così pochi indizi, quando sei nei tuoi momenti pessimi, e spesso finisco per inciampare involontariamente in qualche sassolino che si rivela essere un mostro che sonnecchiava sotto la superficie ricoperta di fiori del tuo volto armonioso.

Sospiro. I capelli scuri ti si stendono accanto, lisci come seta e profumatissimi. Il mio odore preferito. Sì, adoro il tuo balsamo, quando mi cammini davanti lascia una scia dolce, che è tua e solo tua.

Assaggio con lo sguardo la linea della tua schiena, le spalle nude e i fianchi.

Ti vorrei, ma se te lo dicessi ora mi uccideresti.

Sbuffo, mi alzo, ho bisogno di fumare.

I talloni si appoggiano delicati sulle mattonelle fresche che raggiungono il salone di casa nostra; l'abbiamo arredata insieme ma ti sei battuta per ottenere quel divano di pelle, che io odio, perché d'estate sudo troppo e non sopporto quella sensazione lì... sì, insomma, quella in cui la mia pelle rimane attaccata al divano.

Ripenso al fatto che sei lì, eppure mi manchi. Girata di spalle, nuda, col lenzuolo che ti copre le gambe e parte delle natiche e il respiro pesante di chi spera che il giorno dopo si sveglierà senza gli stessi pensieri che l'hanno abbattuta.

Raggiungo il tavolino accanto alla porta di casa e mi fermo. La chiave è ancora nella serratura. Giro per sicurezza, non sia mai che abbia scordato di farlo prima di andare a dormire.

Ma tanto lo sapevo che fosse chiusa.

Mi fisso su 'ste cose, di tanto in tanto.

Guardo il mio riflesso nudo allo specchio accanto al portaoggetti che c'è lì, dove ho messo le mie Camel quando, qualche ora fa, sono rincasato. Quello non è altro che un piattino di legno, non molto grande, coi bordi intarsiati e decorati da queste fantasie arabeggianti. Dentro, oltre alle sigarette, ci sono il mio portafogli e le chiavi dell'ufficio e della macchina, e poi un tuo fermaglio nero, un tuo elastico per capelli, anch'esso nero, che metti sempre al polso prima di uscire, le cartucce per la tua sigaretta elettronica e la bolletta che domani mattina andrò a pagare.

Questo mese abbiamo esagerato con la corrente.

Ma divago. Sono lì solo per una ragione.

Prendo le Camel e penso che non le fumerò fuori al balcone, perché sono nudo.

No, voglio tornare da te, e magari guardarti dormire, che vederti così mi rilassa.


Con te tutto è trasceso così rapidamente, penso. Fino a poco tempo fa non eri che una sconosciuta e ora mi dormi accanto, penso.

Cammino per casa e tutto e buio, se non per il tizzone della sigaretta accesa davanti al mio volto, che come una piccola torcia mi guida nel corridoio.

C'è corrente.

Tira vento.

Se avessi sonno dormirei come un re, ma so che tu hai freddo, perché su questo non ci riusciamo a trovare. Anche ad agosto, ma almeno un lenzuolo deve sempre farti da mantello.

Io a volte dormo a terra, perché ho troppo caldo.

Monterò un climatizzatore, prima o poi. Un'altra delle cose che dico sempre e che non ho mai fatto. Come odio, questa cosa di me.

Ma poi, basta con queste cazzate; è ora che l'universo mi faccia godere la mia sigaretta. Ai problemi pratici ci penserà il Davide di domani.

Rientro in camera, lentamente mi avvicino a te, afferro la sigaretta tra le labbra e ti alzo il lenzuolo fin sulle spalle. Proteggi i seni tra le braccia, hai freddo, l'espressione che hai sul volto è turbata.

Ma sei bella, come poche altre cose che ho visto nella mia vita, e il fatto che tu sia così complicata non fa altro che renderti più bella.

Guardo la finestra, mi ci avvicino. Odi che fumi in casa ma questa me la perdonerai, dato che l'angoscia mi ha divorato, stanotte, e non sono riuscito a chiudere occhio, perché anche se allungando la mano sarei riuscito a toccare la tua pelle bianca, come la luna che mi guarda annoiata, ti sento distante.

Abbiamo litigato.

Mi appoggio alla finestra, prendo un tiro, aspiro il fumo, riempio i polmoni e butto fuori.

Ciminiera.

Se la signora della palazzina di fronte decidesse di stendere la lavatrice adesso, alle quattro e quarantacinque, probabilmente mi denuncerebbe, penso. E farebbe bene.


- Fumava nudo, poggiato al davanzale, e mi guardava mentre stendevo i mutandoni!


Tu probabilmente scoppieresti in una risata tremenda.

La signora di fronte non è esattamente il mio tipo, non credo che tu possa esserne gelosa, anche se su questo argomento riesci sempre a sorprendermi.

Mi volto, faccio un favore al mondo e gli do le spalle. Ti guardo dormire.

Fumo.

Come nel kendo, urli il tuo kiai, il posto che decidi di colpire, prima di affondare il fendente.

Spadaccina provetta, tu. Se lo avessi saputo avrei fatto un po' di pratica, prima di cominciare a darti confidenza.

Cioè, un attimo.

Aspetta, che prendo un tiro.

Dicevo… Lo accetto. Sei fatta in questo modo e lo ritengo meraviglioso.

Butto fuori il fumo, ci guardo attraverso e vedo le tue stupende contraddizioni: sei piccola, ma hai una forza che non ha eguali; spesso sei dura, con la tua armatura da kendoka, ma nascondi una fragilità immensa, che non è mai stata contenuta nel tuo metro e cinquanta e poco più.

Va oltre.

Questo mi ha sempre affascinato.

Ho amato anche il fatto che tu fossi brillante e sveglia, certamente più di me, che sto molto più in silenzio quando dovrei parlare e, al contrario, parlo sempre quando dovrei stare zitto.

Questo mi rende un disadattato, a volte.

Sorrido, ti guardo dormire.

Fumo. La sigaretta sta sciogliendo le mie ansie.


Era da tempo che non permettevo a qualcuno di mettere le mani nelle mie casseforti.

Era da molto che non lasciavo passare qualcuno nel mio strato d'ozono, all'interno, dove c'è il mio mondo. Il mio mondo mio, per citare un'amica che ora vive sotto la Mole.

Anatomicamente, si trova tra i polmoni e lo stomaco.

Fumo ancora, la sigaretta è quasi finita.

Penso che poche persone hanno attraversato il mio ozono. Lo sai, amico di tutti, io, ma mai così stupido da dare a chiunque il potere di regalarmi una gastrite nervosa.

Ti guardo e sorrido ancora, ma amaramente. Sento la voglia impellente di prenderti i polsi, spalancare la gabbia che hai creato per proteggerti e poggiare il tuo petto sul mio, per sentire questi due cuori battere fuori tempo.

E riusciresti a darmene una colpa, forse, o lo troveresti meraviglioso.

Scuoto la testa, sorrido nuovamente; che danni che stai facendo, anche solo mentre dormi. E ti vedo, che sei infastidita, che vorresti stare bene, mentre ti abbracci da sola perché sei troppo orgogliosa per accettare il mio, di abbraccio.

Lo sai quanto difficile sia stato per me, ritrovarmi qui, dato che sono cresciuto tutto all'improvviso; da un giorno all'altro i miei vestiti non mi andavano più, le mie persone non mi andavano più. Ho dovuto riadattare la mia vita a ciò che ero diventato.

E da buono e genuino che ero ho cominciato a farmi più domande del dovuto.

Meno sai, meglio stai, ho ripetuto questa frase come un mantra, nella mia vita.

E quindi ho cominciato a proteggere il pianeta dentro di me, i cancelli del mio castello, quello dentro, come un cavaliere dannato che aveva capito cosa succedeva, quando qualche donna dalle intenzioni torbide metteva mano alla plancia di comando.

Il mio aereo è già stato dirottato un paio di volte.

Sai quanto tempo ci vuole a riprendere il volo, dopo che sei precipitato?


Ho rifiutato qualsiasi offerta o richiesta, da parte di chiunque.


Pensavo questo è tutto ciò che ho, lo proteggerò come non ho mai protetto nulla, perché volare, oltre ad avere la sua bellezza oggettiva, serve ad andare lontano.

E io non avrei strisciato mai più, con la faccia nel fango.

Me lo sono promesso, te ne ho parlato.

Lo sai bene.


Poi ti sei presentata tu, con la forza di un cannone dei Dardanelli, e mi sono letteralmente trovato con un bouquet di domande belle e brutte che non sapevo di volermi porre.

L'ho detto, no? Meno sai, meglio stai.

E quelle domande invece trovavano risposta con una rapidità allucinante, e la cosa, contemporaneamente mi terrorizzava e mi costringeva a guardare con lucida realtà dentro di me: eri nel mio ozono. E avrei potuto tirarti via, come ho fatto con tutte quelle prima di te, che hanno provato a prendere in mano quel timone e a dirottarmi via dalle mie strade.

È che… con te non volevo farlo.

Ti ho dato casa, in me. Forse non ne avevi bisogno. Forse io ero pronto di nuovo.

La sigaretta è finita. È durata poco. Rimango immobile, il fumo è quasi tutto sparito ma l'odore della Camel rimarrà qui fino a domattina, e ti sveglierai, poi mi dirai che mi avrai ripetuto mille volte che non devo fumare in camera.

Ma sono così. Sbaglio spesso, anche se ho intenzione di attrezzarmi per i miracoli.


Ti guardo, ubriaca di rabbia e sonno.

Ho bisogno di fare pace col mio cuore, cerco di capire come fare. Vado dall'altra parte del letto, dalla mia parte, mi stendo sulle coperte e sento che ti muovi. So che mi senti.

So che leggi i miei pensieri.

Ti muovi ancora, poi ti fermi, poi ti giri.

Apri gli occhi, che a confronto la luna è una lampadina, e mi fissi con un punto interrogativo disegnato sul volto.

- Che ci fai sveglio?

Io rimango immobile a fissare il soffitto, le mani unite dietro la testa, la gamba sinistra stesa sulle lenzuola sgualcite e quella destra piegata. Penso a cosa rispondere ma non trovo nulla di intelligente da dire.

Mi limito a fare spallucce.

Tu mi guardi.

- Sei un cretino.

Ti avvicini a me, poggi la testa sul mio petto e mi copri.

- Sei gelato. Hai fumato?

- Sì.

- Sei nudo.

- Anche tu...

- Hai fumato nudo fuori al balcone? La signora di fronte chiamerà i carabinieri.

Sorrido.

- Ho fumato qui, in camera. - ti rispondo poi.

Tu rimani interdetta, con gli occhi spalancati e le labbra gonfie, che appena sveglia sembri un'altra.

- In camera?

- Lo so.

- ... non ho parole.

Ti giri dall'altra parte, io ti trattengo, ti giro, ti bacio.

Ti stringo.

Poi mi addormento, fronte contro la tua fronte, mani nelle tue mani.


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