scrivi

Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine PICCOLI OMICIDI QUOTIDIANI

De ja vù

(..innocente e cosciente di aver ucciso).

144 visualizzazioni

10 minuti

Pubblicato il 14 ottobre 2019 in Fantasy

0

De ja vù,

(..innocente e cosciente di aver ucciso).


Ogni notte cerco di liberarmene, ma a quanto pare non ci sono ancora riuscito. Ho scrutato fin nell’intimo più profondo, in ciò che ignoravo, prima di guardare nel mio passato e dire: sono innocente! Nessuno è soltanto testimone scomodo di ciò che accade, quando accade, quando ciò che accade entra a far parte del proprio vissuto, come un fardello che ci si porta dietro, insieme all’orrore profondo degli abomini, delle soppressioni, dei lutti che ognuno ha causato. Colpa delle circostanze, dici, ma cosa sono le circostanze se non contingenze dichiarate, volutamente provocate, per cercare di rimuovere una realtà in cui non si crede, che mette in mostra l’intima frustrazione che si porta dentro.


Un’illusione che somiglia più a una sorta di parabola metafisica, se pure amara, che tocca il fondo della “realtà delle cose al di là del bordo delle cose”; che si cela nell’indefinibilità dell’io, nella drammatica tensione di senso e insensatezza, cui l’accesso al dolore e alla morte, insieme, portano l’ansia distruttiva che ci tormenta. L’ansia, appunto, come fantasticheria metafisica che a ogni procedere del pensiero, con i suoi eterni bagliori e le tenebre lancinanti, fonda il principio di ciò che è nulla ed eterno, di realtà e irrealtà, di vero e falso, di estremo e possibile, di vuoto e impossibile, che entra nell’essere e nel divenire di ognuno. Tale da far sembrare inutile cercare una risposta che non c’è, e che va oltre quel “bagliore incerto che regna ai suoi confini, dove si insedia tutto ciò che è paradossale”, e tutto ciò che la ragione non riesce a comprendere.


Va con sé che l’esperienza interiore è esperienza di ciò che sfugge a ogni possibile concettualizzazione, è sentire il mondo come ci è dato, nell’istante in cui ci è dato, quando ci spingiamo ai limiti del possibile, al fondo del quale resta un residuo di dubbio che sfugge a qualsiasi imperativo, e che trova rifugio nel perfido inganno dei nostri occhi: “..che non gli occhi vedono ciò che è reale, bensì la ragione”. Si da il caso che l’altra notte l’ho ucciso! Chi? Il fantasma che da sempre mi porto dentro. Perché l’ho fatto? Per dimostrare a me stesso il suo esatto contrario: “..che non sono i pensieri che generano le immagini, bensì sono le immagini che generano i pensieri”.


Del resto c’è in ognuno di noi, o almeno penso, una possibilità nascosta di aprirsi e mostrare stati dell’esperienza umana di per sé indicibili, come il transitorio, il fuggitivo, il contingente, di cui l’altra metà è l’immutabile, l’immortale, l’eterno. In entrambi i casi, si apre una finestra sull’infinito, oltre il quale si rischia di cadere nel vuoto. Un tempo fermo, dunque, in cui lo spazio è appunto la realtà che effettivamente si stava cercando, cioè il nulla, o forse il tutto, perché il tutto “..è ciò che appare e non esiste al di fuori del tutto”. O almeno l’insieme relativo a “..quella verità che gli attribuiamo noi, testimoni inattendibili, che proiettiamo sulla scena i nostri propri fantasmi. Noi testimoni reticenti, ma verbosi, inattendibili e falsi”.


Inutile dire che in qualche modo si ha la sensazione che stia accadendo qualcosa che va ben al di là delle proprie capacità intellettive. Poiché quella che si crede essere una verità, al dunque, la si vede sfociare nel transitorio, con le sue metamorfosi frequenti e sfuggenti, destinate all’oblio più che al ricordo. Vuol dire che tutt’attorno accade qualcosa di soprannaturale? Piuttosto, che la realtà che si attribuisce alla ragione, sembra improvvisamente astratta, consumata nella vacuità degli accadimenti, delle azioni che si sovrappongono come tessere di uno stesso mosaico, steso tra presente e passato.


In verità sono molte le cose che sembrano remare contro la mia presunzione di innocenza. Se il passato è un frammento di quell’orrida casualità che chiamiamo presente, ciò che da senso alla vita è necessariamente il futuro. Pertanto, se ammetto di essere come sono innocente”, perché ritengo che la verità non può essere colpevole di falso, il reato di colpevolezza che mi attribuisco, “..forse non ha ragione di essere pronunciato?”. Eppure, in qualità di testimone oculare di qualcosa che non ho ancora compreso, sono dentro la dimensione metafisica e per questo paradossale che, straordinariamente, raggiunge l’area sacrificale dell’io, e si spinge verso l’indicibile, l’inconoscibile.


Verso quella verità, equivalente di una rivelazione, che porta allo smascheramento di se stessi, per diventare in qualche modo quelli che siamo, in qualità di soggetti umani: “..l’enigma ineffabile della creazione”. Anche se qualcuno, ritiene che questa parte, per così dire “taciuta”, che non riguarda soltanto i fatti di cui si può parlare, “costituisce la parte più importante del “sacro” che ci contraddistingue”.


La stessa filosofia, dovendo “..giungere a una dimensione sacrificale dei divieti totemici che hanno determinato la sua esclusione dall’esperienza, verso l’attuale indifferenza, verso l’incompatibilità del suo linguaggio con l’esistenza stessa”, deve mettere fine all’ansia di capire e di spiegare il mondo. Per nostra fortuna abbiamo imparato a nasconderci dietro noi stessi e dagli altri. Sappiamo che il passato coi suoi frammenti polverosi è solo una forma temporale, che può nuovamente irrompere nel nostro tempo sotto mentite spoglie, ripresentarsi in forme e modalità diverse, di cui nessuna è più vera o probabile dell’altra. Per questo, anche quando ogni cosa sembra momentaneamente svanire, non lascia mai dietro di sé il vuoto, ma l’impronta di ciò che è stato, l’epifania del suo prossimo avvento.

Dunque, che potrei tornare a uccidere di nuovo?


Se per esempio, mi si chiedesse qual è il limite del possibile, risponderei con un’altra domanda: quale è il punto di svolta verso l’impossibile? Cioè, in quale momento, la realtà sfumando nell’irreale, diventa impossibile? Senz’altro, da qualche parte, c’è un limite che sconfina nell’irrealtà, quella linea che, come il crack-up delimita lo sconfinamento della luce nel buio e lo rischiara. Equivalente del nascere del giorno che allontana le tenebre della notte, che pure sappiamo reali, ma che in realtà non lo sono, se non nella nostra mente omologata, offuscata, che non sa, che non conosce, che apre ad altra dimensione parallela, come quella labirintica e interstiziale, non meno patologica e paranormale.


Non è tutto. “Infatti, c’è un altro e vitale compito della filosofia che è pertinente a ogni tempo e luogo, e che non è meno urgente per noi di quanto non lo fosse in passato”, ed è ancora (e sempre) la ricerca della verità. Ma se è vero che “..non ci sono verità, solo interpretazioni”, lasciando così che altri insorgano contro questa affermazione, che è vera solo se non c’è verità, in altre parole, solo se non è vera.


Qual è allora la verità nell’irrealtà di un sogno, di qualunque sogno? E se la vita fosse solo un sogno?


Forse che nei sogni non ci capita di pensare, di percepirci vivi e reali, sia pure in mezzo a scenari inesistenti, e magari persino nei panni di qualcun altro?”. Al dunque, se il nostro mondo esterno fosse un’illusione, ogni nostra affermazione relativa a ciò che è reale o irreale dovrebbe essere falsa. Sarebbe falsa, punto. Come lo sono il sogno, l’incubo, l’allucinazione, il miraggio, il deja-vu, la fantasia. Tutto falso. E allora è falsa anche la premessa da cui siamo partiti. Di fatto è impossibile che la premessa sia vera e la conclusione falsa.


“ogni notte cerco di liberarmene, ma a quanto pare non ci sono riuscito..” – non ho alcuna intenzione di ricominciare qui questa diatriba infinita. È già un incubo così com’è. Diciamo che potrei dire la verità che invece ho fin qui tenuto nascosta. Quale che sia, ma prima va stabilito se sono davvero colpevole o no, oppure innocente o no, poiché per quanto strano possa sembrare, non ricordo di avere colpe, sempre che le parole, o i soli pensieri, non provochino colpe.


Né il crimine di cui mi autoaccuso, né il modo in cui lo avrei commesso, sempre che l’abbia commesso, che in fondo non sia autoinganno? Pazienza la determinazione, ma l’autoinganno è insensato e impossibile da attuarsi, significa cadere nel contraddittorio tra dire il vero e affermare il falso. Come dire che la morte è solo un passaggio, un valico da superare. Ma per andare dove?


Tra estremi dunque “tutto è autoinganno” e “l’autoinganno è tuttavia impossibile” . Il senso comune insegna che talvolta capita agli uomini di ingannare se stessi. È autoinganno quando il desiderio nascosto è quello di fuggire dalla realtà, di rifugiarsi nel mondo del fantastico, quel mondo estremo che, nel bene e nel male, spinge a espiare una condanna inspiegabile, di cui, parlo per me, non reco alcuna traccia nella memoria.


Non penso infatti che la memoria sia l’unico criterio che decida della colpevolezza di una persona, né che il soggetto sia l’arbitro ultimo delle malefatte che lo riguardano. Dunque, quale alternativa mi si offre, di ricordare? Beh, di ricordare almeno se c’è stato un momento, in tutta la mia vita, in cui avrei potuto liberarmi del fardello della colpevolezza, e se per farlo sarei stato capace di spingere qualcuno giù dalla torre?


Rabbrividisco al solo pensiero che qualcuno possa essersene andato all’altro mondo per colpa mia. Non potrebbe essere che quel qualcuno, che non conosco neppure, si sia avvicinato troppo alla balaustra e sia precipitato senza il mio aiuto? Che forse avrei potuto salvarlo? – mi chiedo. Sarebbe come lasciarmi trascinare dagli eventi nella convinzione di poter fare qualcosa per aiutare il prossimo, ma in quel caso sarebbe accaduto lo stesso senza il mio consenso, anche se, so che non l’avrei fatto, perché ritengo completamente inutile, farlo.


È appunto allora che l’avrei spinto giù dalla torre! – potrei dire sulla base della mia indifferenza, ma non lo dico. Perché sarebbe un’ammissione di colpevolezza che non mi concede alcuna assoluzione. Ero lì che gli tenevo la testa, era ancora vivo, quando l’ho guardato in viso e ho colto il suo sguardo implorante nei miei occhi. È stato in quell’istante che ho compreso che era il mio viso quello, erano i miei occhi quelli, che adesso mi guardavano increduli e coscienti, che pure nella certezza di quel momento, mi chiedevano, perché? Di fatto ero io che osservavo l’altro, del tutto uguale a me, che tuttavia non poteva infierire sulla mia persona in alcun modo. Non avevo alcun motivo per spingerlo giù dalla torre, eppure l’ho fatto – mi dico.


Un enigma destinato a restare senza soluzione, che pure da qualche parte deve esserci – mi dico inquieto, davanti al corpo inerte, steso ai miei piedi, che non da alcun segno di vita. Adesso sono io a pormi la domanda, perché? Ci sono due diversi modi di chiedersi perché, che sono comunque destinati a restare senza risposta, senza una palese ragione se, nell’attraversamento del sonno, non avessi rincorso un deja - vù insinuatosi nei miei pensieri, all’interno di quella ‘verità’ inconscia che porto dentro di me, e che si mostra in tutta la sua diversità, nella frustrazione, nell’orrore abissale del dolore e della morte, che respingo a priori.

È indubbiamente molto più facile odiare qualcuno con un volto irriconoscibile cui dare la colpa di tutto ciò che ci disturba che ingiuriare contro se stessi. “Dobbiamo presupporre una distinzione tra ciò che le cose sembrano e ciò che sono. Non abbiamo bisogno di dimostrare che il mondo esiste, la sua esistenza è presupposta in ogni argomentazione, anche in quella secondo la quale non esiste”, così come la filosofia esiste solo grazie alla domanda che tutti da sempre ci poniamo: “perché?”.


E i perché affiorano nel cotesto della discussione razionale che a sua volta ha bisogno del linguaggio come concetto di verità, che è poi in relazione tra pensiero e realtà, quella realtà oggettiva che non è creata dai nostri concetti, e lungi dall’essere assunta come inevitabile. Del resto è possibile credere in qualsiasi cosa, perfino nel fatto che non crediamo in nulla, che è poi la credulità più grande. In fondo, come dice il proverbio, siamo tutti necessari, nessuno indispensabile, neppure il filosofo che risolve l’insolvenza dell’eternità spingendo al parossismo il significato delle sue speculazioni, o il poeta che guarda le stelle cercando di risolvere il quesito di sempre: se cioè sta guardando la “prima stella della sera” o “l’ultima stella del mattino”, e non si accorge d’essere già sbarcato sulla Luna.


Anche per questo sono definitivamente convinto di essere ‘colpevole’, non di uno ma di più omicidi, a cominciare dall’aver spinto l’uno, il filosofo, e l’altro, il poeta, brutalmente giù dalla torre.



Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×