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Una storia di Raffaele

La fine del mondo in tre atti

Epilogo

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5 minuti

Pubblicato il 07 febbraio 2020 in Fantascienza

Tags: #Fantascienza #Fantasy #Racconti

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In principio c’erano cielo e terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso. Nessun spirito benevolo aleggiava sulle acque.

La vita così come era stata concepita sul pianeta Terra non esisteva più, né sembrava che ci fossero i presupposti per poterla ricreare.

L’ultimatum degli alieni non aveva presunto la possibilità reale di salvaguardare la specie umana. Era stata una farsa, una flebile e inutile speranza elargita ad esseri organici che avevano sperato di potersela cavare ancora una volta.

Non c’era mai stata possibilità di salvare otto miliardi di persone, trasportarle altrove con mezzi che non esistevano o che non potevano essere costruiti.

I governanti di Terra Nuova lo avevano capito fin dall'inizio, ma la possibilità di poter stabilire le condizioni di un esodo di massa aveva fatto crescere in pochi un barlume di speranza che si perse subito il giorno del secondo contatto.

Alcuni proposero perfino di selezionare uomini e donne tra i più meritevoli di essere salvati – secondo criteri che avrebbero voluto stabilire loro stessi – ma senza esito.

Come preannunciato dall'Ambasciatrice, non ci furono ulteriore trattative.

Erano venuti per annientarli e così fecero.


Tornata nella formazione che oscurava i cieli terrestri, la sfera con a bordo l’Ambasciatrice e il Portavoce iniziò una massiccia e persistente azione distruttrice attraverso una pioggia di energia che rase al suolo la città di Unica.

Nessuno fu risparmiato, nemmeno chi aveva trovato rifugio nelle lande desertiche esterne all'agglomerato urbano. Il pianeta Terra, già sterile per colpa degli esseri umani, divenne definitivamente un pianeta morto.

Luna e Marte subirono la stessa sorte, perché mentre la Terra veniva circondata dalla flotta aliena per l’ultimo atto della farsa, sia su Luna Nuova che su Ares l’attacco ebbe subito inizio.

Il piccolo satellite della Terra e il pianeta rosso conservarono tuttavia la morfologia dei propri insediamenti umani che come reliquie si affiancarono nel tempo al territorio circostante desertificato. La differenza era stata la natura stessa dell’attacco che si limitò, nel caso delle colonie, alla semplice distruzione delle cupole che garantivano aria respirabile e difesa dalle radiazioni.

In questo senso, la fine degli abitanti delle colonie fu più atroce di quella dei terrestri che avvenne invece più rapidamente.


E la luce fu.

“Non maledirò più la Terra a causa dell'uomo, perché l'istinto del cuore umano è incline al male fin dalla adolescenza; né colpirò più ogni essere vivente come ho fatto. Finché durerà la Terra, seme e messe, freddo e caldo, estate e inverno, giorno e notte non cesseranno”.

“Mio Signore” disse l’Ambasciatrice, “ci vorranno secoli prima che si possa colonizzare il pianeta. Era già morente e il nostro attacco ha annientato ogni forma di vita ancora esistente”.

L’altro sorrise benevolo.

“Hai usato la tecnologia che ti avevo ordinato?”.

“Certamente. Ma come Lei stesso saprà, la rigenerazione non sarà rapida. Il nucleo terrestre era debole. Generazioni passeranno prima di occupare il pianeta. Usare le colonie sulla Luna e su Marte sarebbe una possibilità se…”.

“No” la interruppe lui in modo deciso, “Quelle aberrazioni non sono civiltà. Ho voluto che le loro rovine fossero ancora visibili a chiunque, in qualsiasi tempo futuro rispetto al nostro, volesse ancora usarle. Noi siamo umani, noi siamo terrestri e il nostro pianeta è la Terra”.

L’ambasciatrice annuì.

“Lo so cosa pensi” aggiunse l’altro con un sorriso amaro, “ci siamo già passati. Ma è questo il punto, capisci? Abbiamo distrutto il nostro pianeta e chi come me lo ha visto con i propri occhi non può dimenticarlo. Tu sei nata nello spazio e come molti non hai memoria delle bellezze di quel mondo, ciò che ci aveva donato e ciò che noi stessi, di buono, avevamo fatto. Con il passare del tempo abbiamo avvelenato il nostro stesso cibo, le acque che ci dissetavano, l’aria che respiravamo. Profitto, interesse, logiche parassitarie di economie e commerci, politiche divisorie, guerre e tutto ciò che ne derivava ci ha reso ciò che siamo: esuli e superstiti di una vita che non c’è più. Questo ci rimane, figlia mia” disse allargando le braccia, “una tecnologia che ci ha permesso di vivere nello spazio infinito. Anni alla ricerca di un posto che potevamo chiamare casa ancora una volta. Ma quel luogo non esiste”.

La donna lo fissò e un velo di tristezza comparve sul suo volto: conosceva la storia del suo popolo.

“Dal passato è arrivato un dono” continuò lui indicando il Voyager Golden Record che la donna ancora teneva tra le mani, “e la possibilità di tornare indietro. Riparare al danno. Non devo dirti io quanto tempo ci abbiamo messo per migliorare la nostra capacità di muoverci nel tempo e nello spazio.

Quella è stata la nostra unica possibilità. L’ultima, per riappropriarci del nostro pianeta. Ed eccoci qui, ora. Possiamo rinascere come specie”.

“Abbiamo ucciso i nostri figli” disse la donna, ma senza emozione, costatando solo un dato di fatto, “affinché noi, vecchi padri, potessimo rifondare un nuovo mondo per una discendenza migliore”.

L’altro annuì compiaciuto.


Un vento passò sulla Terra e le acque si abbassarono. Nel settimo mese, il diciassette del mese, l'UFO si posò sui monti dell'Ararat.

Nel decimo mese, il primo giorno del mese, apparvero le cime dei monti.

Trascorsi quaranta giorni, l’Ambasciatrice fece uscire un corvo per vedere se le acque si fossero ritirate. Esso uscì andando e tornando.

L’Ambasciatrice poi fece uscire una colomba, ma la colomba, non trovando dove posare la pianta del piede, tornò.

Attese altri sette giorni e di nuovo fece uscire la colomba e la colomba tornò a lei sul far della sera: aveva nel becco un ramoscello di ulivo.

L’Ambasciatrice comprese che le acque si erano ritirate dalla Terra.

Aspettò altri sette giorni, poi lasciò andare la colomba: non tornò più.


L'anno seicentouno della vita dell’Ambasciatrice, il primo mese, il primo giorno del mese, le acque si erano prosciugate sulla Terra.

Nel secondo mese, il ventisette del mese, tutta la Terra fu asciutta.


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