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Una storia di Stegia18

Questa storia è presente nel magazine Fiabe, favole e racconti

Lo chiameremo Andrea

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5 minuti

Pubblicato il 02 luglio 2020 in Altro

Tags: #AndreaDoria

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Oneglia, 30 novembre 1466


Ceva passeggia nervosamente fuori dalla porta, senza riuscire a nascondere l’ansia che lo attanaglia.

Poi finalmente sente il pianto del bambino. Un moto di gioia scioglie la tensione:

«Finalmente! Sarà un altro maschio o stavolta una femminuccia allieterà la nostra famiglia?» Poi il pensiero corre alla moglie:

«Che Dio me la conservi» prega, consapevole di quanto ogni parto possa mettere in pericolo la vita delle puerpere, per le complicanze che spesso insorgono. Finalmente la porta si apre:

«Vi è appena nato un altro maschietto, adesso potete entrare» gli dice la levatrice «ma che sia solo una breve visita. Madonna Caracosa è molto affaticata e necessita di assoluto riposo».

Nonostante il tono imperioso, poco consono ad una popolana che si rivolge a lui, Signore di Oneglia, Ceva risponde:

«Farò come dite Madama. Mi fermerò solo l’attimo necessario per salutare la Signora e dare il benvenuto al nuovo Doria che arricchisce la mia stirpe».

D’altronde è una levatrice molto esperta, la migliore che si potesse trovare, conosce bene il suo mestiere e le cure più efficaci per prevenire i mali che spesso accompagnano la nascita dei figli. In nottata, quando sono comparse le prime doglie è accorsa celermente, ha richiesto che le fossero portati molti panni puliti ed acqua calda, ha ordinato a tutti di uscire dalla camera ed ha assistito la partoriente col solo aiuto della sua giovane congiunta, alla quale sta insegnando il suo stesso mestiere.

«Il travaglio è stato lungo e il parto faticoso» continua la donna «ma il bambino è grosso e in buona salute. A minuti arriverà la balia. Ho somministrato a Madonna una pozione che l’aiuterà a dormire».

Caracosa è pallida e provata, le occhiaie profonde ne denunciano la stanchezza, ma rivolge un lieve sorriso al marito:

«Dio ci ha generosamente assistito donandoci questo nuovo figlio»

«Lo ringrazierò nelle mie preghiere e farò una generosa offerta alla Chiesa» promette Ceva.

Dalla culla si alza imperioso il pianto del neonato.

«Sa farsi ascoltare» esclama il padre con orgoglio. Subito accorre la balia che prende in braccio il piccolo e si accomoda sulla poltrona ai piedi del letto. È arrivato il momento di andare, Ceva saluta con una lieve carezza la moglie:

«Vi lascio riposare Signora, tornerò a farvi visita domani»

Non è certo un grande amore il loro, ma la convivenza è serena ed affettuosa. Il contratto di matrimonio che avrebbe legato le loro vite fu fatto quando ancora erano fanciulli: lui un Doria di Oneglia e lei Caracosa Doria di Dolceacqua, per rinsaldare i legami nell’aristocratica famiglia e non disperdere il patrimonio.


Oggi è grande festa nel Palazzo Doria. In mattinata è stato battezzato il figlio secondogenito di Ceva e Caracosa.

«Qual è il nome con cui lo chiamerete?» ha domandato l’officiante

«Lo chiameremo Andrea» è stata la risposta degli emozionati genitori

«Dunque Andrea Doria, io ti battezzo nel nome di Nostro Signore, perché ti accolga e guidi il tuo cammino, così come noi ti accogliamo nella nostra comunità, iscrivendo il tuo nome nei registri della nostra parrocchia».

Nel palazzo sono ospiti i numerosi parenti venuti da Genova e dagli altri feudi liguri della famiglia.

«È grosso e bello» si complimentano le dame con la madre «che Dio gli conceda una vita lunga e prospera».

Da tutto il paese e dalle vicine campagne gli oglianesi vengono a rendere omaggio al loro Signore, portando in dono frutti della terra e semplici manufatti, in segno di riconoscenza verso un feudatario che ha sempre cercato di incentivare le loro attività e migliorare le loro condizioni di vita, pur tenendosi lontano dalle feroci faide tra le più potenti famiglie genovesi, in lotta tra loro per il governo della città.


È già tardi, il sole è ormai tramontato e presto calerà la sera. Andrea non è ancora rincasato.

La madre è spazientita. Ancora una volta dovrà andare a riprenderselo, laggiù al porto, dove tanto spesso si reca ad osservare le manovre dei marinai e ad interrogarli sul loro lavoro, sugli attrezzi che usano, sulle manovre da fare per l’ancoraggio o la ripartenza:

«Forza, torna a casa, non vedi che sta già facendosi notte? Possibile che debba sempre venire a cercarti?»

«Non lo rimproveri Signora, il ragazzo vuole imparare» le dice il nostromo di una galea che si trova all’attracco per delle riparazioni.

Quel ragazzetto di sette anni gli è proprio simpatico: tutto il giorno gli è stato alle costole, l’ha seguito nel lavoro, interrogato su ogni cosa, ha voluto conoscere il funzionamento di bussola e sestante e impugnare il timone. Ha seguito estasiato il racconto dei suoi viaggi, come un bambino che ascolta una favola.

«Diventerà un lupo di mare» interviene divertito un marinaio

«Già se ne intende di alberi e di vele e si muove lesto come un gatto» aggiunge un suo compagno ridendo.

«Bene grande uomo di mare, adesso torna a casa con me, che è già ora di cena» gli dice Caracosa, tirandolo per un braccio.

«Diventerò un grande capitano e vincerò tutte le battaglie. La mia nave sarà la più bella di tutto il mare» chiacchiera entusiasta il bambino, mentre con la madre fa rientro a palazzo.


Caracosa sta molto male. Quest’ultimo attacco di febbre terzana è stato più violento che mai e lei presagisce che sarà l’ultimo.

«Dio ti ringrazio per la vita che hai voluto donarmi. Ti prego, tieni la tua mano pietosa sul capo dei miei figli. Ti raccomando soprattutto Andrea che è così scapestrato. Sia fatta sempre la tua volontà»

È la sua ultima preghiera prima di addormentarsi per sempre.


A seguito della morte di sua madre, Andrea Doria vendette il feudo di Oneglia al lontano parente Domenicaccio e si recò a Roma per intraprendere la carriera militare. Si mise al servizio di suo cugino Niccolò Doria, che comandava la guardia del Papa. Dopo essersi affermato come soldato di ventura e condottiero di valore, acquistò una sua piccola flotta e poté finalmente realizzare il suo sogno, divenendo il più grande ammiraglio di tutti i tempi. Visse fino a novantaquattro anni, solcando le acque ed organizzando spedizioni e battaglie fino alla fine dei suoi giorni.




Sebastiano del Piombo,

Andrea Doria,

1526,

Roma, Galleria Doria Pamphili


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