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Una storia di Sim85

L’aragosta che cerca la luna

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5 minuti

Pubblicato il 28 novembre 2018 in Altro

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“Mi piace proprio questo nuovo lampadario che hai preso!” dice Pietro con gli occhi rivolti al soffitto, mentre si pulisce la bocca con un fazzoletto bianco. Poggia il fazzoletto, riprende le posate in mano e continua: “Minimale, ma ha un suo perché. Cioè, non è che una grossa palla bianca, ma fa un grande effetto! Dia, hai sempre gusto, lo sai”. Anche Diana alza gli occhi, le sue labbra a cuore accennano appena un sorriso, è molto orgogliosa del suo senso estetico e ama quando questo le viene riconosciuto. Tuttavia, quella sera c’erano altre questioni più impellenti da trattare. I suoi grandi occhi rotondi tornano bassi e il loro verde si perde dietro le palpebre di chi ha lo sguardo rivolto verso i suoi pensieri. I suoi occhi, così distanti in quel viso tondo e bianco, sono particolarmente concentrati su qualcosa di indefinito. Non è chiaro se sia estremamente presente, o se stia ricomponendo una serie di intuizioni che le arrivano da altrove. Tiene per qualche secondo quella sua aria da Pizia , ma presto il mento le si scompone in una smorfietta, portandosi dietro anche la punta del suo naso fino: “Hai intenzione di maltrattare quell'aragosta in quel modo per tutta la sera, o hai anche intenzione di mangiarla?”

Pietro si sente preso in fallo, quelle aragoste gli stavano facendo dar sfoggio di tutta la sua goffaggine, cerca di impugnare meglio il coltello e con un sorrisino adulatore risponde: “Ma cara, mica mi viziano tutti come fai te, che mi inviti a cena a mangiar le aragoste, non sono pratico io!” “È vero, di amiche come me ce ne son poche. Tu però hai da raccontarmi. Oggi pomeriggio mi hai telefonato così agitato.. Ora invece te ne stai lì, come un bambino, a giocare con gli occhietti di quel povero crostaceo!” Pietro si schiarisce la voce, ma non fa in tempo ad aprire la bocca che Castore inizia ad abbaiare alla finestra. Castore era uno dei due levrieri che Diana aveva ereditato dal suo prozio Edmond, distinto parigino che si era sposato una greca conosciuta al Folies Bergère. Il suo prozio aveva sperperato buona parte dei suoi beni in libri rari e pellicce. Aveva iniziato comprando pellicce per la moglie, poi per le sue amanti, senza farsi mancare testi esoterici e rare enciclopedie, che pareva fossero state scritte in persiano, o almeno così sosteneva quell'intraprendente mercante azero, finito non si sa come a Bobigny. Castore continuava a fissare l’esterno, per poi girarsi con il suo muso lungo, bianchissimo e appuntito verso i due alla tavola. I suoi grandi occhioni neri e umidi, se fossero stati umani si sarebbero potuti facilmente descrivere come interrogativi. Polluce era del tutto indifferente se ne stava dormendo sul tappeto, mentre la luce conferiva un tono azzurrognolo al suo corpo snello dal pelo corto, grigio e cangiante.

Photo  by George Grantham Bain Collection (Library of Congress) (Author), PD-US "No known restrictions on publication." (Licence)
Photo  by George Grantham Bain Collection (Library of Congress) (Author), PD-US "No known restrictions on publication." (Licence)

Pietro si rese conto che stava portando troppo a lungo la questione: la sua amica non poteva che essere curiosa di quanto le aveva accennato. “Dia, mi leggeresti mica le carte?”. Diana manda i capelli dietro la spalla sinistra e sollevando una delle sue sopracciglia fulve e lunghe risponde: “Volentieri, anche se prima vorrei tirare il dolce fuori dal frigorifero. Ho fatto il budino di riso alle rose e ho troppa voglia di assaggiarlo”. Pietro era abituato alle stramberie della sua amica e ai suoi esotismi. Appena la maestra l'aveva messa come sua compagna di banco, Pietro aveva perfettamente intuito quanto lei fosse un’eccentrica. Lui trovava disgustose le sue gomme da masticare alla cannella, tuttavia, ammirava con quanta prontezza lei sapesse tener testa alla maestra, quando questa le rimproverava di essere disattenta. Aveva una padronanza adulta e un linguaggio forbito. Crescendo era diventata bella, ma agli occhi di Pietro restava una sorta di bizzarra sorella alla quale poter confidare ogni cosa, sicuro del fatto che lei non avrebbe giudicato le sue azioni che per consigliarlo al meglio che lei potesse.

Pietro abbassa lo sguardo: “Non so che fare… Tu… Tu, lo sai quello che è successo!” Prontamente l’amica sgrana gli occhi: “Veramente io sto cercando di capirlo, ma tu continui a tenere il mistero!”. Pietro si schiarisce la voce: “Non so bene se avrei dovuto scommettere su certe cose. Forse ho scommesso male. Effettivamente comportarmi come se avessi avuto davanti una roulette non è stata la cosa migliore che potessi fare”. L’amica con fare saputo subito chiosa: “Pare che la roulette l’abbia inventata Blaise Pascal​​​​​​​, colui che è rimasto alla storia per la sua scommessa, la più alta delle scommesse! Tutto è una scommessa, forse proprio le cose cui teniamo di più sono quelle che ci espongono al rischio maggiore, sono quelle di cui ci sentiamo meno padroni, perché sono quelle che più vorremmo padroneggiare”.

Lui non poteva non riconoscere, in quel modo di fare, altri che la sua compagna di banco. Il dialogo stava prendendo una piega sempre più criptica. Lei prende una scatola di latta e tra bottoni e vecchi biglietti del cinema tira fuori un mazzo di carte. Mischia paziente e pone il mazzo sul tavolo di fronte all'amico: “Son quelle dello zio Edmond, proprio loro. Pesca una carta!”. Pietro ne tirò su una e la girò: “Toh guarda, proprio la Luna! Ti ricordi quella poesia sulla luna​​​​​​​ che volevo mettere in musica? Torna sempre la luna in questi giorni, ma che vuol dire?”
Diana si prese un secondo e si pronunciò scandendo bene le parole, dando chiaramente da intendere che stava citando le parole di qualcuno: “Mi chiedete di spiegarmi, ma sono talmente lontana dalle parole, dalla logica, dal pensiero discorsivo, dall'intelletto...”

Photo  by Jean Dodal (Author), Public Domain (Licence)
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