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Una storia di Scaglio

Cirapé

Il primissimo racconto che ho scritto, ideato come parte di un ciclo.

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31 minuti

Pubblicato il 03 giugno 2020 in Avventura

Tags: #weird

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"C". "Accettabile". No, non lo era per niente! Questi videogiochi giapponesi sono troppo esigenti, bisogna essere precisi al millesimo di secondo per ottenere una classificazione decente per una combo. Michael ragionò un attimo se valeva davvero la pena ricominciare tutto il livello per arrivare nuovamente al boss, combatterlo di nuovo (sperando di non morire malamente per l’ennesima frazione di secondo) e augurarsi di ottenere un punteggio migliore… quindi scelse dal menu "Salva ed Esci" e spense la console.
Erano due ore che stava giocando. Sapeva che era un po’ troppo, ma in fondo non gli importava un granché: la mamma era troppo buona e soprattutto troppo occupata a lavorare nel suo studio per accorgersi del silenzio proveniente da camera sua.
Si diresse in cucina e alzò lo sguardo verso l’orologio: segnava le 19:17, quindi c’era ancora almeno un’ora utile per giocare a pallacanestro fuori. Aprì il frigo, afferrò un brownie che la madre aveva preparato il giorno prima e lo ficcò in microonde, intanto corse a mettersi le scarpe da ginnastica e un maglione. Nonostante fosse metà settembre, in Montana non faceva mai veramente caldo. Finì il dolce in due morsi e uscì in giardino.
Abitavano in una villetta più che dignitosa su una strada in periferia… se di periferia si poteva parlare, dato che Jefferson City contava meno di 500 abitanti e le abitazioni erano rade come i capelli sulla testa di suo papà. Proprio lui regalò a Michael il canestro da basket per il suo decimo compleanno. Era montato sopra la porta del garage, sull’unico piazzale cementato della proprietà, che per il resto era immersa nella natura con solo basse montagne a perdita d’occhio che si stavano tingendo velocemente di giallo e arancione.
Entrò nel garage per prendere il pallone, quindi cominciò a palleggiare e a riscaldarsi in cortile. Era bellissimo sentire la palla da basket sui polpastrelli quando rimbalzava, e andava matto per l’odore che aveva quando l’alzava di fronte al volto per tirare.
Quel giorno non era particolarmente in forma, o forse la fortuna non girava troppo dalla sua parte, ma la palla finì ben poche volte nel cesto. Dopo una sessione di tiri in sospensione e di tiri liberi, provò ad allontanarsi dal canestro per provare lanci da tre punti, ma il pallone non faceva altro che rimbalzare sull’anello.
Doveva essere passata mezz’ora e i raggi del sole tagliavano l’aria quasi orizzontalmente. Fu così che, correndo verso il tramonto a recuperare la palla per l’ennesima volta, alzando lo sguardo, notò un’ombra bianca che spuntava dal prato. Sembrava alta mezzo metro e saltò di lato per scansarla, ma dopo aver fatto un passo verso destra, guardandosi indietro notò che la forma era sparita.
Gli era sembrato un disco sospeso per aria, ma lì per lì pensò si trattasse di un riflesso e non vi diede molto peso, dal momento che stava correndo con il sole negli occhi. Quando prese la palla e tornò verso il canestro palleggiando, però, girò la testa per dare un’ultima occhiata… e rieccolo là: un disco bianco sospeso in giardino a pochi centimetri da terra. Immobile, in verticale, piatto, largo circa mezzo metro e… visibile solamente controluce.
Strizzò gli occhi e la palla gli scivolò dalle mani mentre si avvicinava a quello strano oggetto per toccarlo. Nonostante la sua innegabile presenza, però, una volta fatti due passi verso di esso, spariva. Michael era convinto che fosse un gioco di luce e, abbassandosi, cercò di capire se magari il riflesso di una finestra della casa, dietro di lui, potesse provocare un effetto del genere. A scuola aveva studiato i fenomeni di rifrazione e riflesso, ma non li avevano approfondito molto.
Comunque l’oggetto pareva proprio tridimensionale e, a ben vedere, spostandosi un poco di lato, si notava che la sua faccia non era un disco circolare: aveva dei lati regolari, e sembravano otto. La vera peculiarità di questa visione eterea, comunque, era che l’ottagono misterioso sembrava sporco, polveroso. Michael pensò che l’effetto nel guardarlo fosse proprio quello del parabrezza dell’auto di sua mamma, sempre polveroso, mentre guidavano verso il tramonto.
Il ragazzo continuò ad osservare la figura per diversi minuti: ogni tanto sembrava ondeggiare al vento o tremare, ma allo stesso tempo indifferente alle folate di vento che ogni tanto sferzavano il giardino. Poi, in una manciata di secondi, il disco svanì dal basso verso l’alto, come se smaterializzato da una pistola laser. Il sole era tramontato dietro la montagna.
Provò a toccare l’aria davanti a sé, ma non si stupì nel sentire proprio niente di anormale.



II


Erano le sette del mattino e il sole stava rischiarando l’orizzonte dietro a nuvole lattiginose. Michael aveva dormito poco perché aveva fatto le ore piccole a forza di ricerche su internet sulla rifrazione della luce, al caldo sotto le coperte. Dubitava sempre più che si trattasse di un’illusione ottica, ma pensava che fosse piuttosto di qualcosa di vero, anche se intangibile. Ma che cosa significava "vero"?
Fece colazione con una bella tazza di latte caldo e cereali al miele, si lavò i denti e salutò la madre che stava sparecchiando la tavola. Mentre stava uscendo, sentì suo padre che si stava alzando solamente allora dal letto: la sera precedente era rientrato tardi dal turno pomeridiano andato per le lunghe. Era un vigile del fuoco a Clancy, una cittadina a pochi chilometri a nord dove Michael frequentava l’ultimo anno delle scuole medie. Quando possibile, scroccava un passaggio in auto al papà per stare con lui, magari ascoltandolo raccontare po’ di storia del rock e del metal mentre commentava le canzoni che davano alla radio. Quel giorno però sarebbe toccato l’autobus.
Chiusa la porta di ingresso alle sue spalle, il ragazzo fiancheggiò lo spiazzo di cemento tenendo gli occhi fissi sul punto dove si era materializzato l’ottagono misterioso, ora in ombra, ma non apparve nulla. Scese lungo il vialetto e imboccò la via verso il centro del paese, a poche centinaia di metri.
Jefferson City non era affatto definibile città, né tantomeno paese, non avendo una propria amministrazione ed essendo sotto il governo della contea omonima del Montana. Era poco più che un insieme di case a lato dell’Interstate 15 che seguiva la vallata da sud a nord verso il Canada. Il classico posto di passaggio, visto in mille film, con un bar e un pick-up parcheggiato fuori (sempre!), un ufficio postale e una pompa di benzina. Non c’era neanche un negozio di caccia-pesca, che in quella zona occupava praticamente il 70% del tempo libero data la vicinanza col Missouri. Per la maggior parte dei servizi bisognava spingersi mezz’ora a nord verso Clancy o, ancora meglio, Helena, una vera e propria cittadina con addirittura un cinema multisala.
Michael non era particolarmente entusiasta del posto dove viveva, ma il panorama gli toglieva il fiato nonostante non fosse un amante delle escursioni in mezzo alla natura. Le montagne lo circondavano su tre fronti ad eccezione del nord, dove si stendeva una fredda pianura colpita da forti venti tutto l’anno.
Dirigendosi verso la strada principale e verso l’alba, cercò di guardare se controluce non apparissero altri oggetti misteriosi di fronte a sé, ma non ci guadagnò niente se non un fastidio agli occhi per aver fissato il sole, ancora dietro alle nuvole.


Arrivò davanti all’ufficio postale, che avrebbe aperto solamente dopo pranzo, e si sedette ad aspettare l’autobus approfittando per ripassare Storia. Nonostante la scuola fosse ricominciata già da un paio di settimane, stava facendo fatica a riprendere il ritmo dello studio quotidiano.
Da ieri avevano cominciato ad approfondire le tribù pellerossa che vivevano negli States e in Montana nell’età precolombiana, ma l’argomento gli interessava fino a un certo punto. Quelle che davvero catturavano la sua attenzione e che lo aiutavano a memorizzare le varie caratteristiche delle culture, erano le credenze folkloristiche e le leggende. Il libro di testo aveva cinque-sei pagine piene di bellissimi riquadri laterali ricchi di storie, più o meno appassionanti, e Michael stava rileggendo proprio quelle quando arrivò il pullman.
Mise un dito tra le pagine per tenere il segno e si incamminò verso il veicolo, notando che erano passati ben quindici minuti da quando si era seduto! Sarebbero arrivati in ritardo, ma meglio così: i ritardi causati dai mezzi erano giustificati, e la prima ora di lezione era di Algebra. L’autista gli intimò di sbrigarsi con un cenno della mano: "Muovetevi, ragazzi! Se cominciamo ad arrivare in ritardo già nei primi giorni di scuola finisco nei guai. Non ci voleva proprio quell’incidente giù a Boulder."
C’erano solamente altri cinque ragazzini che salirono a quella fermata, tutti più piccoli di lui, e si sedettero verso il fondo dell’autobus mezzo vuoto. Michael si lasciò cadere su un sedile qualche fila dietro al conducente, dal lato opposto, intento a riprendere la lettura del libro. Stava leggendo delle tribù Hidatsa e Crow che vivevano sul Missouri: avevano diversi aspetti in comune nonostante la profonda differenza culturale. Entrambi per esempio, davano una grandissima importanza al coyote, considerandolo addirittura un essere divino che creò il mondo. All’inizio dei tempi secondo loro c’era solamente questa figura che iniziò a parlare… con due papere.
Mentre rifletteva su questa leggenda per cercare di capire il significato di quegli animali, non proprio possenti, spostò lo sguardo fuori dal finestrino. Stava cominciando a vagare con la mente e a immaginare un dialogo tra coyote e pennuti, quando con la coda dell’occhio scorse qualcosa passare davanti al sole, che stava spuntando pigramente dalle nuvole.
Era come se qualcuno stesse muovendo un ramo di abete, pieno di aghi, davanti al sole. Questo oggetto però non proiettava alcuna ombra sull’ambiente circostante, e l’effetto sembrava visibile solamente se si guardava proprio in direzione della luce! Era come se ci fosse una sorta di pellicola trasparente da qualche parte tra il bus e l’astro, che proiettava immagini confuse e senza senso… o almeno sembravano tali, dato che il pullman si stava muovendo, e pure con una certa fretta.



III


Uscì da scuola alle tre di pomeriggio e non aveva quasi idea degli argomenti di cui si era parlato in classe. Era molto difficile rimanere attenti tra le mille domande che si accalcavano nella sua testa. Salì nuovamente sull’autobus e guardò fuori dal finestrino, ma il sole era alto e non vide nulla di strano. Inoltre si rese conto di avere un’aria ridicola mentre fissava il cielo col naso all’insù. Si mise composto sul sedile e decise che, arrivato a casa, ne avrebbe parlato con il papà, la persona con cui aveva più confidenza e che magari gli avrebbe saputo fornire una spiegazione logica.
Arrivato a Jefferson City, saltò giù dal bus e corse verso casa, notando una folla insolita per quell’ora davanti al Ting’s Bar. C’erano sei o sette persone sulla strada, appoggiate al muro, come se fossero in attesa che passassero delle macchine per osservarle meglio; alcuni avevano anche una birra in mano. Michael non si fermò, ma salutò gli uomini passando e sentì alcuni commenti: "…qualcosa di strano", "…i furgoni di gelati non salgono verso la montagna."
Non era sicuro di aver capito bene, ma quella curiosità gli fu chiara quando, andando verso casa, tre SUV neri gli passarono di fianco, seguiti da un furgone bianco. Non era particolarmente strano che dei veicoli percorressero quella strada sterrata che saliva verso il monte Alta: lassù iniziavano vari sentieri escursionistici e vi era una miniera particolarmente attiva, che dava lavoro a molti abitanti della zona. Questi fuoristrada, però, erano decisamente troppo lucidi per essere dei dipendenti e, soprattutto, viaggiavano incolonnati. Su quella strada sterrata era già raro vedere un veicolo ogni dieci minuti, figuriamoci tre veicoli tutti uguali viaggiare vicini.
Una volta imboccato il vialetto di casa, notò che l’auto di suo padre non c’era. Strano, stando allo schema dei turni quel giorno avrebbe dovuto fare la notte. Entrò in casa e alzò la voce per salutare la mamma, che ricambiò il saluto dallo studio. Era un architetto e ogni tanto aveva bisogno di prendersi una pausa dal computer, così si alzò e andò incontro a Michael.
"Non c’è papà?" chiese lui, mentre si toglieva la giacca. "No, è stato chiamato stamattina dalla centrale per un incidente sull’autostrada. Diverse auto hanno sbandato e sono finite nella corsia opposta… speriamo non sia troppo grave."
Michael sentì il bisogno di raccontarle delle anomalie che aveva osservato in quei giorni, ma si fermò con la bocca semiaperta. La mamma doveva aver capito qualcosa e domandò: "Tutto bene?". Lui scosse la testa e disse semplicemente: "Speravo di poter giocare un po’ a basket con papà… ma ho una fame da lupi, sono rimasti dei brownies?"


Il padre tornò un paio d’ore dopo, con l’aria spossata e perplessa. Non appena ebbe parcheggiato la macchina e mise piede in casa, Michael gli fu addosso e lo travolse di domande: "Sai se sta succedendo qualcosa sulla montagna? Sai che c’è un viavai pazzesco di macchine e camion sulla nostra strada? C’entra la miniera secondo te? L’incidente era grave?"
All’ultima domanda il volto del padre si rabbuiò e gli lanciò un’occhiata stanca in cui il figlio lesse uno "smettila!" abbastanza esplicito.
"L’incidente è completamente senza senso. Tre macchine hanno sterzato violentemente a sinistra finendo nell’altra corsia a tutta velocità, tutte uscendo dalla stessa curva. È successo nell’arco di qualche minuto, le macchine erano ben distanti l’una dall’altra, tanto che non si erano accorti neanche dei segni di pneumatici sull’asfalto. Per fortuna… o sfortuna… solo l’ultimo veicolo ha colpito un’altra vettura nella corsia opposta. Quella è stata la vera disgrazia, ora i due conducenti sono gravissimi in ospedale. Ci è voluta più di un’ora per riuscire a estrarli dalle lamiere."
"Che ci sia stato un animale in mezzo alla strada?" chiese Michael.
"Lo escludiamo. È improbabile che un animale sia stato fermo per così tanto tempo per poi svanire. Inoltre, i primi conducenti ad uscire di strada, una volta ripresi dallo shock e scesi dall’auto… si sono resi conto che non c’era nulla là in mezzo."
"Cos’hanno visto allora?" intervenne la mamma, porgendo una tazza di caffè al marito e accarezzandogli la spalla.
Egli corrugò la fronte qualche secondo per cercare di collegare meglio gli eventi e trovare una spiegazione, poi parlò: "Credono… di aver visto una staccionata in mezzo alla corsia."
Erano tutti senza parole, non sapendo proprio cosa pensare… Michael stava per chiedere se fosse possibile un’allucinazione collettiva, quando suo papà continuò: "Sono entrambi stra-sicuri di quello che hanno visto. Certo, avevano il sole negli occhi, ma giurano di aver avuto in quel momento la netta impressione di andare addosso a una recinzione".



IV


Michael aveva la testa piena di idee, perlopiù confuse. Era in camera sua e sfogliava le ultime notizie dai siti internet di cronaca. Nulla di interessante, a parte un altro paio di incidenti stradali, che purtroppo erano pane quotidiano.
Ormai era tardo pomeriggio e il sole stava cominciando ad abbassarsi nel cielo, quindi prese coraggio ed uscì dalla stanza per raccontare tutto al papà. Lo trovò sul divano con lo smartphone in mano, mentre chattava con qualche amico o collega, probabilmente riguardo all’incidente di quella mattina.
"Hai un momento per venire con me, papà? Ti devo far vedere una cosa", esordì Michael. L’altro fu ben felice di accettare, per staccare un po’ da quel flusso di pensieri illogici: "Certo che sì!"
"Andiamo in giardino, ieri ho visto un UFO misterioso come quelli di X-Files che ti piacciono tanto" disse il ragazzo mentre correva a infilarsi le scarpe. Il padre rise e scosse la testa: "Non dovevo farti vedere quei telefilm, è già tanto che tu non abbia gli incubi con tutti quei mostri… ma non sono tanto peggio dei tuoi videogiochi".
Uscirono sul piazzale fuori casa e subito Michael corse verso il punto dove il giorno prima apparì l’ottagono fluttuante. C’era qualche nuvola nel cielo, ma il sole splendeva e stava cominciando a tramontare. Allora lui si inginocchiò a terra e guardò verso il sole, muovendo la testa a sinistra e poi a destra. Nulla. La figura misteriosa era sparita. Ma il ragazzino non ci poteva credere, anche quella mattina aveva visto qualcosa!
Suo papà stava osservando la scena alquanto incuriosito e un po’ preoccupato: "Qualcosa non va, Mike? Cosa stai facendo per terra?"
"Aspetta, ieri qui c’era qualcosa!" disse mentre si alzava in piedi e si guardava di qua e di là. Non vedeva niente di strano, ma allora si ricordò di guardare dritto verso il sole, per quanto fosse doloroso. Cominciò a muoversi lateralmente prima verso il capanno degli attrezzi, poi a fare qualche passo nella direzione opposta, sempre guardando verso ovest.
Ed eccolo là, l’ottagono volante! Era chiaramente visibile davanti a lui, quindi si voltò verso il papà: "L’ho trovato, vieni!"
Era a una trentina di metri dal punto originario, e questa volta il disco non fluttuava affatto: c’era una sbarra che arrivava al prato, come se fosse piantata nel terreno… e allora la figura prese totalmente un nuovo significato.
Intanto era arrivato suo papà e si stava guardando intorno con aria divertita e interrogativa: "Cosa ci sarebbe di così strano in giardino?". Michael allungò il braccio: "Guarda verso il sole!"
Suo padre obbedì, ma non vedeva nulla di anomalo. Si coprì gli occhi con la mano, spostò lo sguardo di qua e di là, ma poi lo abbassò sul figlio: "Non vedo proprio niente! Forse dovresti smetterla di guardare il sole, sai che fa male agli occhi" lo apostrofò il papà.
Michael allora gli afferrò il braccio e lo fece accovacciare: "Mettiti dove sono io e guarda di nuovo di là", spiegò mentre indicava la stella con l’indice. Fu allora che lo stupore del papà fu così grande che questo sgranò gli occhi e cadde seduto sul prato.
"È un cartello stradale!" osservò suo figlio preso dall’eccitazione "E non si può toccare!"


Era chiaramente un cartello di STOP, ora che era sotto gli otto lati era visibile anche il palo che lo reggeva. Era alto poco più di un metro, molto meno di un cartello normale, completamente bianco, lattiginoso, come se ci fosse del pulviscolo atmosferico poggiato su tutta la superficie. Non si poteva leggere la scritta di quattro lettere sopra e soprattutto era intangibile.
Il papà provò quasi subito a sfiorarlo prima con il piede, poi con la mano, e non si percepiva assolutamente nulla quando lo si toccava o addirittura si passava da parte a parte. Forse una leggera scarica elettrica, ma era quasi sicuramente un’autosuggestione. Ci girarono intorno, ma era invisibile se non lo si osservava direttamente controluce.
"Aspetta qui." Il padre ruppe il silenzio prolungato e corse in garage. Tornò poco dopo con un cacciavite, che piantò nel terreno dove la sbarra sembrava conficcarsi. "Piazziamo questo per trovarlo facilmente. Dici che ieri era sul piazzale di cemento? Allora si è spostato di almeno venti metri" concluse guardandosi intorno.
Cosa diavolo significava "si è spostato"? Cosa indicava quella sorta di ologramma a forma di cartello stradale nel loro giardino? E soprattutto, che cos’era?
Il sole si stava abbassando velocemente e al papà venne in mente di fare un po’ di esperimenti: "Vado in casa a prendere la macchina fotografica, tu vai a chiamare la mamma."
Lei aveva finito di lavorare al computer, lo aveva spento e si stava stropicciando gli occhi mentre usciva dallo studio. Proprio per questo non vide Michael arrivare correndo e finirono per scontrarsi, rischiando entrambi di cadere. "Cosa diavolo combini?" quasi urlò la donna, ma quando vide il viso eccitato e un po’ spaventato di suo figlio cambiò espressione e capì subito che voleva essere seguito.
Il ragazzino la prese per mano e la trascinò fuori dalla porta di ingresso, mentre lei era sempre più spaventata dall’espressione del ragazzino: "Dov’è tuo padre?" chiese guardandosi intorno. Avevano fatto qualche passo fuori dalla porta e si rese conto, rabbrividendo, che non aveva preso la giacca. Era davvero un’emergenza? Altrimenti gliene avrebbe dette quattro, sia per il freddo, sia per lo spavento.
Michael si fermò di fronte a un pezzo di plastica che spuntava da terra e la mamma fece attenzione a non inciamparci dentro. Il ragazzino allora la tirò per il braccio verso il basso e disse: "Mettiti qui e guarda verso il sole". Guardò Mike un po’ stranita, ma poi fece come ordinato.

Il papà stava uscendo di casa proprio in quel momento, mentre la mamma emise un urlo stridulo più sorpreso che spaventato. La raggiunse e le strinse le spalle per rassicurarla, mentre lei fissava inebetita il vuoto di fronte a lei. A Michael, solamente un metro più in là, sembrava che la mamma stesse fissando un tramonto apocalittico.
Suo padre fece alcune fotografie con la fotocamera digitale, eppure sull’immagine non rimaneva nulla: nessun riflesso, nessuna anomalia. Forse era anche dato dal fatto che non era abituato a fare delle foto puntando il sole. Scattando una foto al cacciavite, inoltre, si rese conto che la base del palo luminoso si era già spostata di quasi dieci centimetri verso ovest. Si stava davvero muovendo!
Passarono gli ultimi minuti alla luce del sole osservando il palo sparire, dalla base verso la cima, man mano che l’ombra del monte calava sul prato davanti casa.



V


La sera passò velocemente, tra mille discussioni, ipotesi e teorie. La mamma cercava di tenersi occupata e di non ascoltare, aspettando con ansia il mattino per poter chiamare la polizia e chiedere una spiegazione… e un aiuto. Non sapeva per cosa, ma era spaventata e non aveva risposte. Non era il caso di telefonare ora, soprattutto perché ormai era buio e non si poteva mostrare a nessuno alcuna prova. Erano loro tre ed un mistero inspiegabile.
Aveva però chiamato i vicini, che avevano notato il flusso di macchine anomalo su Corbin Road, ma non avevano idea di cosa stesse succedendo. Sembrava essere correlato in qualche modo alla miniera. Probabilmente avevano scoperto un grosso filone inaspettato di qualche minerale prezioso, non sarebbe stata la prima volta.
Michael e suo padre non erano molto convinti di quella spiegazione e, invece, passarono molto tempo su vari siti internet riguardanti ottica, giochi di luce e miraggi. Questi ultimi erano improbabili, visto che in tre avevano osservato inequivocabilmente lo stesso oggetto spostarsi, seppur molto lentamente, in giardino. L’unica spiegazione possibile era l’illusione ottica. Ma come? Perché? Quello sembrava un cartello stradale, non aveva proprio senso in mezzo a un giardino.
Inoltre si spostava verso ovest quindi, supponendo che ci fosse un moto, probabilmente proveniva da est… ma da dove? La sera successiva avrebbero potuto vederlo muoversi addirittura sulla strada di fronte casa… Michael e il papà allora si guardarono inclinando un po’ la testa, come dopo aver capito la cosa più ovvia del mondo.


"C’era davvero una staccionata sull’autostrada stamattina!" esclamò il padre ad alta voce, facendosi sentire dalla mamma, la quale, stanca di congetture, roteò gli occhi e ignorò quelle parole.
"Come noi abbiamo visto quel cartello nel nostro prato, gli automobilisti all’alba potrebbero aver visto chissà cos’altro sulla strada" continuò a spiegare: "Dopo qualche minuto poi, una volta alzatosi il sole, l’illusione dev’essere sparita".
Nella sua logica sembrava quasi aver senso per i due, tanto che il papà aprì sul tablet l’applicazione Maps e cercò sulla cartina la curva dell’autostrada dov’era accaduto il disastro. Controllò la bussola dell’applicazione, con la freccia rossa che puntava il nord. L’asfalto compiva una larga curva da sud-ovest verso nord, quindi gli automobilisti probabilmente avevano avuto il sole in faccia in quel tratto di percorso.
E notò allora anche qualcos’altro sulla mappa, sempre a est, qualche centinaio di metri rispetto all’autostrada: una fattoria. Cerco di ingrandire l’immagine il più possibile, ma la risoluzione non era abbastanza alta. Tuttavia si vedevano diversi capannoni o fabbricati, vicino a dei campi piuttosto regolari che presumibilmente erano coltivati. Non era chiaro dalla foto satellitare sgranata, ma ci avrebbe scommesso gli stipendi di un anno: in quella fattoria c’era una staccionata del tutto uguale a quella vista dagli automobilisti.
Ciò significava che, in maniera similare, a qualche centinaio di metri dal giardino di casa loro, in direzione est, avrebbero potuto trovare un cartello stradale con scritto STOP.
Prima controlliamo sulla mappa, pensò ad alta voce il papà mentre scorreva verso l’alto sullo schermo fino a raggiungere la loro cittadina. Cercò la loro casa su Corbin Road e, poco più a est… ma certo, c’era il raccordo dell’autostrada! Preso dall’eccitazione discusse col figlio sulla direzione in cui era girato il cartello nel loro giardino, e concordarono che fosse rivolto verso sud. A questo punto, guardando la mappa, pareva quasi cristallino, per quanto assurdo: il segnale apparso nel loro giardino doveva essere quello della rampa di uscita dell’autostrada, che da sud portava poi verso l’ingresso del paese.
Era una scoperta sensazionale e il papà si sentì di nuovo un adolescente nell’esplorare quel mistero senza senso… era soddisfatto della loro intuizione. Avevano sì ancora più domande che risposte, ma una sembrava smarcata, anche se con un senso logico pari a zero. A quel punto guardò l’ora, le 22:34, e disse a Michael che era ora di dormirci su per poterci lavorare meglio il giorno dopo.
Il ragazzino era piuttosto stanco a causa del poco sonno della sera prima e della giornata intensa, quindi abbracciò la mamma, che stava cercando di leggere un libro, si infilò il pigiama e si lavò i denti. Stava girando per la casa con lo spazzolino elettrico in bocca (cattiva abitudine per cui veniva sempre richiamato dalla madre, a causa delle macchie di saliva e dentifricio sparse sul parquet) e si fermò davanti alla finestra del corridoio, che volgeva verso ovest.
Non ne era sicurissimo, ma gli pareva di vedere un po’ troppa luce provenire dalla montagna. Sembrava che una piccola cittadina a qualche chilometro, nascosta dal monte, fosse in festa e avesse acceso tutte le luci, bianchissime, per illuminare una piazza. Ma non c’era alcuna cittadina sul monte Alta ed attribuì quel bagliore bianco alla luna crescente, quindi si voltò per tornare in bagno a sciacquarsi la bocca.
Mentre si incamminava notò un riflesso nel vetro delle cornici appese al corridoio: una luce candida crebbe di intensità per due o tre secondi, poi si spense di colpo come con un interruttore.
Corse indietro alla finestra sbavando dentifricio dall’angolo della bocca, con lo spazzolino ancora in funzione, ma dalla montagna ora arrivava solamente oscurità.



VI


Si rese conto aver appena fatto un sogno folle: si trovava in mezzo a un lago o uno specchio d’acqua enorme, di cui non riusciva a scorgere la riva. Riusciva a rimanere a galla senza troppi sforzi, ma la preoccupazione stava crescendo in fretta perché non sapeva da che parte nuotare. Continuava a girarsi intorno nervosamente e si rese conto che si trattava di un mare: l’acqua era salata.
Non c’era nulla a perdita d’occhio. Magari devo andare sott’acqua, pensò lucidamente, e stava per immergersi quando sentì il suo piede sfiorare della terra, che fino a poco prima non c’era: il fondale stava spingendo verso l’alto e in un paio di secondi Michael si ritrovò in ginocchio, appoggiato al suolo che si stava alzando.
La terra stava emergendo ad una velocità strepitosa. Poteva ancora l’acqua scivolargli addosso, mentre il mare si trasformava in una lingua di terra. Era su una chiazza di fango irregolare, c’erano cavità e c’erano promontori che si asciugarono in fretta. Dopo neanche venti secondi il mare era già sparito, ma l’acqua era rimasta negli enormi fossi come per formare dei laghi.
Poco dopo sentì un sibilo deciso crescere dalla fanghiglia sotto i suoi piedi: abbassando gli occhi, notò che il terreno si asciugava con una rapidità sovrannaturale e poco dopo vi spuntò dell’erba, seguita da alberelli che crescevano a piena altezza in pochi secondi; poi da cespugli e fiori, che sbocciavano quasi all’istante. Sembrava di guardare uno di quei filmati in time-lapse sulla crescita dei funghi o sulla decomposizione dei tessuti che la professoressa aveva mostrato alla classe, che racchiudevano mesi o anni di fotografie in pochi secondi.
La terra quindi tremò, facendolo quasi cadere. Un enorme albero si elevò verso il cielo, con rami altissimi e intrecciati. Era immenso, si ergeva verso l’alto per decine di metri, molto più degli altri, e la sua chioma si stava ricoprendo di fiori bianchissimi. Sembrava una gardenia, come quelle nei giardini botanici della sua cittadina. La sua corteccia, però, aveva dei riflessi luminosi e sembrava composta di un materiale prezioso più che di legno. Allora Micheal capì che le vibrazioni del terreno erano causate proprio dalle radici del gigante, che stavano crescendo in modo sproporzionato sotto la superficie.
Mentre le sagome di cervi spuntavano tutt’intorno correndo e si alzavano in volo stormi degli uccelli più variegati, il cielo azzurro fu oscurato dal passaggio di un’enorme figura allungata, che non si riuscì a distinguere perché nascosta dietro alle nuvole.
Dal bosco dietro di lui apparì un coyote di corsa, che passò di fianco a Michael senza fare caso a lui. Stava tenendo il muso in alto, fissando le nuvole dietro le quali era volata la forma misteriosa. Iniziò a guaire nervosamente, sempre più forte, girando su sé stesso, sempre tenendo lo sguardo puntato verso il cielo.
Allora dalla nuvola spuntò un’enorme visione folle: era un essere affusolato, strisciava nell’aria come un rettile, ma si alzò nell’aria con un battito di ali; pareva avere le fattezze di un felino allungato in maniera innaturale, e al contempo il suo corpo sembrava composto da tanti serpenti aggrovigliati. Volò dritto verso la posizione di Michael, il quale stava assistendo alla scena impietrito.
Quando si posò sul terreno, Michael si rese conto che era inequivocabilmente un coyote. Si chiese come mai avesse avuto l’impressione di quelle strane forme nel cielo. Ora quella figura se ne stava lì, ma aveva delle dimensioni spropositate in confronto all’altro animale. Anzi, no! Anche l’altro coyote era enorme, quasi paragonabile all’albero gigante. Era il ragazzino spettatore che si stava rimpicciolendo.
Il coyote uscito dal bosco si scagliò contro la corteccia della pianta maestosa, mordendola e graffiandola. Dal suo interno stava cominciando a uscire una linfa viola, chiara e luminescente, molto diversa dal colore verde che l’adolescente aveva studiato a scuola.
Ad ogni graffio di quegli enormi artigli il mondo traballava e la vista di Michael pareva sdoppiarsi. Era come se lo stesso nervo ottico fosse ferito, tanto che il ragazzo strizzò le palpebre per non soffrire ulteriormente.
Il secondo coyote sembrava impassibile alla vista di questo spettacolo mostruoso e confuso. All’improvviso Michael sentì suoni profondi e gutturali, scanditi come parole che però egli non riusciva a comprendere. Aprendo gli occhi, vide che era l’animale indifferente che aveva cominciato a parlare! Non stava muovendo la bocca, ma il ragazzo /*sapeva*/ che era lui, e stava comunicando con l’altro.
Mentre emetteva queste vibrazioni, il nutrimento dell’albero pareva riassorbirsi, l’immagine tornava alla normalità e la nausea diminuiva. Un colpo improvviso della zampa dell’assalitore, però, fece staccare un enorme pezzo di corteccia che finì proprio sul ragazzino, il quale si svegliò di soprassalto.


Era madido di sudore e scosso dall’incubo, con il fiatone. Stava stringendo le lenzuola con le mani, che si accorse essere umide. Aveva ancora in testa le immagini vivide del sogno e delle creature, voleva scendere dal letto per provare a distrarsi. Mise i piedi sul tappeto e sentì nuovamente tremare il terreno, come nell’incubo. Un terremoto, pensò più razionalmente.
Corse nel corridoio per svegliare i suoi genitori, ma prima di girare l’angolo per raggiungere la loro stanza vide una forte luce, troppo forte, arrivare dalla finestra rivolta a ovest. Suo papà uscì dalla camera da letto e, vedendolo, si rassicurò: "Hai sentito anche tu il terremoto?" chiese. Poi, notando che non si muoveva, aggiunse: "Cosa fai davanti alla finestra?"
Si avvicinò anche lui al vetro e pensò di essere di fronte a un dipinto in movimento: le cime delle montagne erano coperte da una coltre bassa di nuvole che si muovevano velocemente, forse troppo, e dietro di loro una bassa luna, quasi piena, stava per tramontare. Era un’immagine bellissima e affascinante, ma anche innaturale: le nubi si spostavano davvero troppo velocemente, con un moto quasi circolare. Sembrava ghiaccio secco, quello utilizzato nei film e nei concerti.
Il padre spostò lo sguardo dallo spettacolo suggestivo all’orologio: le 3:47. Corse in camera per vedere come mai la mamma non era ancora uscita. Nel frattempo, Michael vide qualcosa muoversi al chiarore della luna, dietro quella coltre quasi mistica: all’inizio sembrava una nuvola come le altre, ma poi realizzò che si trovava dietro di esse. Era enorme, ed era sicuro che fosse la stessa creatura del sogno formata grossi serpenti che si annodavano, strisciavano, si stringevano e si dilatavano.
Il padre e la madre uscirono dalla camera con passo spedito e afferrarono Michael, che stava fissando confuso e terrorizzato lo spettacolo dalla finestra. Avevano preso le giacche in fretta e furia e se le stavano infilando mentre la mamma aprì la porta blindata d’ingresso, quindi uscirono fuori al freddo ancora mezzi svestiti.
La notte era illuminata dal pallido satellite ed era molto fredda, ma alzando lo sguardo i genitori di Michael rabbrividirono ancora di più quando videro lo spettacolo indescrivibile davanti ai loro occhi. La creatura che si attorcigliava davanti alla luce della luna si stava muovendo sempre più velocemente. Sembrava lontana chilometri, ma trasmetteva una sensazione di imponenza impossibile da descrivere.
Il silenzio fu rotto dal tremito della terra, che ricominciò molto lentamente, all’inizio quasi impercettibile, poi sempre più forte: i tre si tenevano tra di loro per non cadere e continuavano a muoversi lungo il vialetto, per allontanarsi dalla casa ed evitare il peggio. Ogni passo che facevano era verso quella creatura e provavano un terrore oltremisura confuso: era tutto troppo surreale per essere vero.
Arrivati al cancellino d’ingresso, Michael si appoggiò per avere più supporto, ma allora si rese conto che la struttura di metallo era perfettamente immobile: quelli che stavano tremando erano loro tre. Il tremito stava ancora crescendo e, una volta che anche il papà e la mamma realizzarono la situazione assurda, scambiandosi sguardi confusi e impauriti, anch’essi si allungarono con le mani verso il cancello per tenerlo saldamente e cercare un sostegno.
Le vibrazioni si facevano più intense e la vista di Michael era sempre più confusa. Il tremore si trasformò in uno stridio acutissimo, che crebbe fino a far perdere i sensi al ragazzino. Una delle ultime immagini che vide fu la creatura sospesa nel cielo, che all’improvviso parve volare in alto saettando con un battito di ali mostruose, e dalla montagna una luce candida invase il mondo. Si fece tutto bianco, e poi arrivò l’oscurità.


Quando si svegliò erano le sette del mattino e il sole non era visibile. Era una giornata piena di nuvole e il suo letto era stranamente umido, come se quella notte avesse sudato moltissimo. Strano, la mamma non aveva ancora messo il piumone. Michael scese in cucina, salutò i genitori con aria assonnata e si mise a fare colazione con loro. Erano tutti piuttosto allegri e quel giorno il padre lo avrebbe accompagnato a scuola in macchina andando al lavoro, già che gli toccava il turno di mattina. La mamma invece canticchiava mentre si muoveva in cucina, quindi era particolarmente di buon umore: si prospettava un’ottima giornata per tutti.
Michael salì di sopra per lavarsi ancora una volta i denti. Con lo spazzolino ancora acceso andò in camera sua a prendere lo zaino e, passando davanti alla finestra del corridoio, notò una macchia esagerata di dentifricio sul pavimento. Non aveva idea di quando l’avesse fatta, ma sapeva di essere il responsabile: solo lui si lavava i denti girando per casa. Alzando gli occhi dalla finestra vide un debole filo di fumo alzarsi da dietro il monte Alta e nella sua testa si mosse qualcosa lentamente, ma con violenza, come se due placche tettoniche si assestassero, richiamandogli da chissà dove una parola, o forse un nome: Cirapé. Non significava nulla per lui, ma era convinto di averlo già sentito, di recente. Forse l’aveva letto da qualche parte, o forse l’aveva… la voce di suo papà interruppe i suoi pensieri: "Dai Mike, muoviti!"
Finì di lavarsi i denti, raggiunse il padre di sotto, salutarono entrambi la mamma e uscirono verso l’auto. Dopo aver richiuso la portiera, mentre stavano facendo manovra per imboccare il vialetto, Michael notò un riflesso nel prato a pochi metri di distanza. "Fermati un attimo, pa’" disse il ragazzino mentre riapriva la portiera. Fece qualche passo e si abbassò per raccogliere un oggetto. Si girò allora verso il padre con aria interrogativa, il quale per tutta risposta gli chiese dall’auto: "Cosa diavolo ci fa un cacciavite piantato a terra?"


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