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Una storia di Katzanzakis

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L'ultimo viaggio

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3 minuti

Pubblicato il 24 dicembre 2018 in Spiritualità

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Camminava tra gli antichi ulivi, con il passo riflessivo dei vecchi, ogni tanto un indugio, nello scoprire, sui tronchi, le incisioni della sua infanzia.

Il nodoso bastone, che ormai da tempo lo accompagnava nelle sue fughe nella memoria, sembrava conoscere gli avvallamenti del terreno e ogni tanto spaventava le lucertole che si arrostivano pigre al sole del pomeriggio, sui muri di bianche pietre a secco che accompagnavano la collina verso il mare.

Il grosso cane bianco lo affiancava, misurando i suoi passi su quelli del padrone, la lingua di fuori per una passeggiata nell'ora meno gradita.

Sei diventato vecchio, Agamennone, un tempo correvi avanti e indietro senza fermarti e neanche i cinghiali riuscivano a spaventarti...

Lo guardò con affetto, regalandogli una carezza con un tocco leggero del bastone.

Il mare appariva a tratti sullo sfondo, quando le foglie si spostavano al respiro del vento, come un miraggio lontano, una pennellata improvvisa di azzurro a confondere il cielo.

Il mare, il suo mare, quello di cui conosceva umori e segreti, la rabbia e i silenzi.

Il mare, che da quando era tornato aveva tenuto lontano, come un amico troppo invadente, o un nemico di cui si teme la forza.

E non è facile, quando la tua vita è confinata in un'isola che ti riporta in ogni momento la sua voce, che si fa strada dentro di te anche la notte, quando cerchi nel sonno la pace.

Chi lo conosceva da sempre e da sempre rispettava la sua forza e il suo coraggio – ormai quelli che avevano memoria di lui bambino erano morti da tempo – non sapeva spiegarsi questo deliberato rifiuto di avvicinarsi al mare, ma solo suo figlio aveva avuto il coraggio di chiedergliene la ragione, dopo l'ennesimo rifiuto di allontanarsi dalle colline che circondavano la grande casa, in alto.

Alla fine lui aveva sorriso, dopo averlo guardato a lungo con uno sguardo penetrante di quegli occhi, che ancora incutevano un sacro terrore nelle serve e nelle figlie dei fattori, e che non mancavano di creare qualche inquietudine anche nei giovani galletti del villaggio.

Il mare...vedi figliolo, troppa gente crede di sapere tutto del mare ma solo quelli che non sono ritornati l'hanno conosciuto veramente.

Perché siamo tutti bambini, di fronte a Lui, bambini cui Lui ogni giorno racconta delle storie, e la parte migliore è quella che non riesci mai ad ascoltare, perché a un certo punto ti coglie il sonno o la mente si perde.

E Lui non smette mai di parlare. Mai!

Il figlio aveva provato a fargli altre domande ma lui aveva chiuso ogni possibilità di discorso con un altro suo raro sorriso.

Non chiedermelo più. Ho finito di parlare, io non sono il mare.​​​​​​​

Eppure ora che il suo tempo si accorciava - persino il suo cane iniziava a muoversi a fatica - il desiderio di ritornare al mare cominciava a bruciargli dentro, come una fiamma mai spenta, riattizzata dal vento impetuoso dei ricordi.

E come un ladro, ogni giorno, da più di un mese, al primo chiarore dell'alba, si era nuovamente avventurato nella caletta riparata dalle rocce dove aveva per la prima volta, da ragazzo, conosciuto l'amore, per preparare la barca cui affidare il suo ultimo viaggio.

Nell'aspirare con tutto il suo corpo il profumo del salmastro e nell'osservare le onde leggere accarezzargli i piedi, si domandava come fosse riuscito, per tanto tempo, a rimanere lontano dal mare.

Venne infine il giorno della partenza.

Mentre si allontanava da riva per l'ultima volta, la vela chiara portata dal vento, i contorni della sua isola che cominciavano a confondersi, gli sembrò di intravedere, lontano, una figura di uomo che si sbracciava dalla riva.

Seppe, più che vedere, che si trattava di suo figlio Telemaco.

Vedi, figliolo, disse sottovoce, chi ha ascoltato le sirene, non può più vivere nel silenzio della loro voce. E anche se ho provato a starne lontano è questo silenzio che mi rende intollerabile la vita.

Ed è alla loro voce che, per l'ultima volta, devo tornare.



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