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Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine TUTT'ALTRE STORIE

“Enne”

… le mille + una volte del quotidiano essere.

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9 minuti

Pubblicato il 06 novembre 2020 in Recensioni

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“Enne” … le mille + una volte del quotidiano essere.

Un libro di Valentina Durante – Voland 2020

COPERTINA DEL LIBRO - VOLAND 2020
COPERTINA DEL LIBRO - VOLAND 2020

Mio Caro Enne


… ovvero costruzione e decostruzione di un personaggio apparente, necessario nello scrivere in italiano a coprire la carenza grammaticale del tempo neutro in cui si apre la scena di questo libro solleticante (quanto appetibile) le velleità del lettore curioso (!).

Eh sì, perché Enne è qui utilizzato come fattore scrittorio che potrebbe non esistere nella realtà e che, anzi, non esiste in nessun’altra concretezza attoriale dall’autrice, che lo adopera per dire ‘enne persona’, ‘enne volte’, presente in una ‘enne-sima’ situazione in cui si rende necessario il suo impiego.

Mi avvalgo inoltre dell'accezione che l'autrice fa nel definire ‘impiego’ l’attività svolta dal personaggio che si va man mano delineando all’interno di una sciarada di situazioni fittizie (a non voler dire superficiali quanto metodiche del quotidiano), che pure prendono corpo nel corso della costruzione oggettiva del libro, frutto di una scrittura creativa verosimilmente istantanea, a voler rimarcare la maniacale intermittenza fotografica (in 'Enne-due'), lì dove l’operato del fotografante e del fotografato si vuole coincidano … “per avere una restituzione reale di noi stessi”.

È qui (in questo passaggio minimale), che l'autrice coglie in pieno l’annosa e mai risolta prolissità della filosofia odierna, intenta com'è a decifrare i gesti del quotidiano e trasformarli in concetti che esulano dalla sua missione originaria. Ed è ancora qui che ha inizio la costruzione del personagio ‘Enne’ e, al tempo stesso, la sua de-costruzione, in ciò che molto probabilmente serve da supporto al 'narratore'. Ma siamo ancora al congetturale, ben presto si scoprirà che ‘Enne’ è ciò che non vuole essere e/o ciò che l’autrice presume di voler essere (che lei è in segreto), ovvero una “Oblomov” (*) al femminile.

Chissà che tutto questo non corrisponda poi a quanto affermato dalla stessa Valentina Durante… “Eppure, per il modo in cui ho scelto di vivere, non avrei potuto desiderare di meglio”. Il che coincide con quanto intercorre tra ‘nominalismo’ e ‘realismo’ nei “Tipi psicologici” (*) di Jung; e tra ‘finzione’ e ‘realtà’ nella costruzione cosciente de “Il sé viene alla mente” (*) di Damasio, integrati da nuove e più complesse sequenze …


«..quella sull’incidenza delle emozioni e dei sentimenti come ponti connettivi tra il proto-sé e il Sé; quella sul discrimine tra percezione e rappresentazione degli eventi interni ed esterni al nostro corpo come base biologica, unitamente alla memoria, nella costruzione dell’identità individuale.» (Damasio)


Per quanto, il dualismo ‘apollineo-dionisiaco’ non sia mai venuto meno, la scelta di ‘Enne’ riflette, suo malgrado, dell’individualità specifica del quotidiano a cui tutti facciamo ricorso, cioè una fuga dall’essere e da quella 'società liquida' (Bauman) che ci costringe a vivere dipendenti dall’ambiente e dai “..limiti delle nostre strutture cognitive”. Dacché, avverte ancora l’autrice: “Non sono i nostri comportamenti ad adattarsi alla realtà, non siamo noi a concepire idee compatibili con l’ambiente che ci circonda; è piuttosto la realtà che, per limitatezza del possibile, elimina tutto ciò che non è vitale”.


Un "Fuggire da sé" (*) impresso «..nella tentazione contemporanea di imprimere un'affermazione permanente per una continua reinvenzione della vita.» Siamo certi che sia così?


Il dubbio si pone nella formulazione di una domanda condivisa, si tratta di “..una sopravvivenza migliore o peggiore” di un qualcosa che affligge il quotidiano, quella dettata dalla “..selezione ‘Enne’ che non agisce mai in senso positivo preservando le idee e i comportamenti più idonei, bensì in negativo" (?); i cui "..comportamenti e le idee che non resistono alla prova di vita, che poi è una prova di verità attraverso l’efficacia, periscono”, oppure (?)...

L'altro relativo dubbio viene dal seguente brano (in Enne-tre): “Ma non c’è sempre qualcosa di torbido, di malevolo, in tutti i nostri comportamenti? […] Ebbene, sono di fronte a una delle scelte più difficili che esistano: quella fra due azioni che rappresentano un rimedio, e per lo stesso motivo un danno”. Per quanto a questa domanda non vi sia risposta che tenga, il dubbio rimane sincretizzato nel apparente del personaggio, nel dualismo reale/irreale della sua essenza: se figlio spurio di una creazione letteraria (a tavolino); oppure rivelazione oggettiva (meditata) di un Sé antropomorfo.

E ancora: se nel ‘tempo storico’ della sua affermazione "Enne" dia forma al contenuto di un diario tout court, (sebbene l’impostazione voglia farlo sembrare); oppure di un vademecum rivestito di filosofia (?), pur tralasciando ‘la percezione visiva come attività conoscitiva’ (Arnheim), che dal quotidiano vivere si spinge alla ricerca delle ragioni intrinseche del ‘profondo’ derridiano dei “Luoghi dell’indecidibile” (*), così come dello spazio storico e simbolico della verità ...


«..La verità (intesa) come luogo in cui il soggetto si chiama ad una sovranità e ad una responsabilità irrevocabili e incolmabili; l’indecidibile come ciò che è all’opera nel senso, che fa del dire, della lingua, della scrittura, qualcosa di più ampio di quello che la presenza, l’intenzione o la semplice percezione potrebbero esprimere.» (Derrida)


È quanto affermato con tenacia in questo libro da Valentina Durante che, pur entrando di straforo nel meccanismo contorto della riflessione filosofica, affida all’intuizione del lettore più attento, con un linguaggio scorrevolissimo dall’impatto cordiale, come per uno scambio epistolare, in cui con “Mio caro Enne…” pure apre a un colloquiare ‘intimistico’ ricco di sottigliezze espressive, di aggettivazioni simboliche, di gesti abitudiniali e consuetudini maniacali che finiscono per procurare la vertigine nel lettore.

Quelle stesse che nella semplice espressione prosaica (non di meno poetica), raggiungono nella narrazione quella piacevolezza in cui il silenzio si sostituisce alla parola “..il modo migliore per capire chi siamo, la maniera per avere una restituzione reale di noi stessi”.

Non per questo “Enne” può dirsi un libro consolatorio malgrado le sue ‘mille+una’ sfaccettature, quanto poetico-illusorio, allorché il/la protagonista (in ‘Enne-tre’) rivolgendo lo sguardo dal finestrino del treno immerso nel buio: “..avvolgerà i campi, le case, le fabbriche, le chiome degli alberi, le automobili e le persone, nascoderà tutto, interrotto solo da punti luminosi: arancioni e bianchi, verdi e rossi, le finestre delle case, l’illuminazione delle aree industriali, qualche semaforo”.


Un buio lucido che nell’essere rivelazione lessicale del gesto (il guardare avvolgente), s’apre in pensosa assenza nel secretum della coscienza individuale, illuminando quei comportamenti di natura morale che, diversamente, porterebbero alla verità dell‘indecidibile’ derridiano, di quella «..verità come luogo in cui il soggetto si chiama ad una sovranità e ad una responsabilità irrevocabili e incolmabili; l'indecidibile come ciò che è all'opera nel senso, che fa del dire, della lingua, della scrittura qualcosa di più ampio di quello che la presenza, l'intenzione o la semplice percezione potrebbero esprimere


È così che “Enne” pur essendo tendenzialmente un/una ‘oblomovista’ si riscatta da un atteggiamento ozioso e sterile, vivendo per così dire, o se vogliamo, sopravvivendo, affetto da patologia filosofico-letteraria propria dell’inguaribile idealista, senza paure e senza aspettative, nella pienezza della libertà acquisita, o forse solo ritrovata (?), pur nella consapevolezza che non esiste un mondo migliore. Ma il gioco verbale continua, riprende da dove è iniziata la sua costruzione, avvenendo subito dopo (in Enne-quattro) alla sua de-costruzione.

Cambia la scena, il buio rimane, il lucido iniziale si screzia di pioggia, la visibilità nell’abitacolo dell’auto scema: “Noi crediamo di vedere, […] noi soprattutto sentiamo”. Per quanto sentire è la forma primaria dell’immaginale individuale e collettivo, concepimento del fantasticare dei sentimenti, del desiderio talvolta recluso che si porta in superficie malgrado una qualche volontà contraria lo sospinga sul fondo; e che, più spesso, porta allo sdoppiamento della personalità, in cui il Sé ricompone il proprio dualismo originario “l‘io e l’altro”, le due faccie della stessa medaglia, e finisce per incorporare in sé “Il dottor Jekyll e Mr. Hyde” (*), nel suo sostenere che l’essere umano è diviso a metà tra il bene e il male.


Enne”, in quanto personaggio, non sta nei panni dell’uno né dell’altro “..l’unica conoscenza possibile è quella simbolica, che procede per somiglianze e immagini." – Questo l’autrice lo sa bene, che - "Non esistono realmente cause o effetti, come non esistono cose che possiedano proprietà intrinseche. Possiamo però considerare i fenomeni (che le regolano) ‘come se’ producessero effetti, e le cose ‘come se’ avessero proprietà, in modo identico, cioè, alla loro rappresentazione”.


Ma quella che forse è solo l'istanza dettata da una inderogabile necessità, fa di "Enne" l’equivalente di un sognatore/trice ad occhi aperti: “..la confortevole illusione di un mondo provvisto di senso” che nella realtà non esiste: “Lo so benissimo – scrive Valentina Durante e possiamo dedurre che sia vero – che quel viaggio in treno (e qualunque viaggio sia di seguito narrato) per come l’ho immaginato, non è avvenuto e non avverrà mai. Eppure la mia supposizione – il 'come se' – resta formalmente valida. Considerala, se più ti piace (Caro Enne lettore), un punto di vista soggettivo dal quale leggere i comportamenti umani”.


Dacché, come commentatore, trovo il mio punto d’arresto, tutto quanto potrei aggiungere in seguito sarebbe comunque basato sul susseguirsi di una supposizione dietro l’altra, di eventi intrappolati nel 'tempo ipotetico' della narrazione. Nel prosieguo l’autrice mi ha preso per mano conducendomi 'ab aeterno ad infinitum' dove ha voluto, formulando domande su domande sulle quali tante volte anch'io mi ero soffermato, tuttavia senza trovare risposte adeguate. Ma non potevo trovarle, perché ero cieco, non vedevo più in là della mia immagine. Infatti scrive ancora l'autrice...


Solo ora mi accorgo che sono gli occhi. Sì la differenza rispetto a tutti gli altri autoscatti archiviati nel mio computer, nessuno eccettuato, sta certamente negli occhi, (chiusi nel silenzio della sua scatola), e quando ...

Mi avvicino allo schermo.

La sua luce azzurrata mi sfarfalla in faccia.

Mi avvicino ancora.

Poi ancora.

E finalmente lo vedo nei miei occhi, stasera, c’era uno sguardo bellissimo”.

Il mio. ‘Enne’?


E le risposte? Si chiederà perso il lettore attento. Sono contenute nelle pagine del libro che Valentina Durante ha scritto per il piacere di tutti. Sì, per quei molti lettori che increduli, forse, in fine, usciranno convinti che le risposte erano già verosimilmente in noi.



L’autrice Valentina Durante.

È copywriter e consulente di comunicazione freelance. Ha lavorato come ricercatrice di tendenze coordinando per la Camera di Commercio di Treviso un gruppo di stilisti, designer, artisti, progettisti e fotografi. Il suo primo romanzo “La proibizione” è uscito nel 2019 per l’editore Laurana. Suoi racconti sono stati pubblicati su varie riviste letterarie e non, tra cui “Leggendaria”, “Altri Animali” e nella raccolta “Polittico”. Dal 2019 collabora con la Bottega di narrazione di Giulio Mozzi. “Enne” è pubblicato da Voland 2020.

Magritte 'sdoppiamento' (?)
Magritte 'sdoppiamento' (?)

Note al testo: Tutti i corsivi “..” sono di Valentina Durante.


(*) “Oblomov”, titolo di un romanzo di Ivan Aleksandrovič Gončarov del 1859 - Einaudi Editore 2017

(*) "Fuggire da sé", David Le Breton - Raffaello Cortina Editore 2016

(*) "Amore liquido", Zigmunt Bauman - Laterza 2004

(*) “Tipi psicologici”, C. G. Jung – Bollati Boringhieri 2011

(*) “Il sé viene alla mente”, Antonio Damasio – Adelphi 2012

(*) “Luoghi dell’indecidibile”, Jacques Derrida – Rubettino 2012

(*) “Il pensiero visivo”, Rudolf Arnheim – Einaudi Editore 1974

(*) “Lo strano caso del dottor Jekyll e Mr. Hyde”, titolo di un romanzo di Robert Louis Stevenson del 1886 – Piemme 2013


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