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Una storia di Neith

UNA GOCCIA DI BRANDY

La pesantezza della vita di un uomo che non l'ha mai vissuta, e mai più potrà.

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3 minuti

Pubblicato il 06 luglio 2019 in Altro

Tags: #Alcool #Bar #Introspettivo #Suicidio #Vita

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Non c’era quasi nessuno. A quell’ora eran pochi a non essere a lavoro o a ripulire casa dai disastri di piccoli mostriciattoli col naso gocciolante. Lui non ne aveva, il lavoro e i mostriciattoli. Se ne stava lì, al bancone, ricurvo su una schiena piegata dalla vita, coperta dal giaccone largo e scuro dello sporco dei vicoli. Un bicchiere d’ambra aspettava le sue carezze, lo chiamava coi riflessi intermittenti del neon dell’insegna. La loro ultima serata insieme. Fissava uno ad uno gli avventori che, per un motivo o per un altro, occupavano quei divanetti scuciti anni cinquanta alle quattro del pomeriggio. Quello laggiù, in fondo, l’uomo con la giacca e il telefono in mano, oh sì. L’invidiava eccome. Sicuro aveva una gran bella vita. Era pronto a giurare che in quella ventiquattrore ci fossero almeno mille euro. Non li aveva avuti in una vita, mille euro. Parlava al telefono con l’imperioso fare di chi ha il mondo ai piedi, ed era vero. Non sembrava il tipo avvezzo alle negazioni. Quella ragazza… la ragazza non la capiva. La giacchetta rosso acceso senza quasi nulla sotto, la pancia fuori e il piercing all’ombelico. Perché conciarsi così proprio non ci arrivava. Tanto valeva andare in giro nuda. Nel ventunesimo secolo a nessuno importa più dei vecchi valori. Eppure sedeva sola, due grandi e bellissimi occhi cioccolato fissi nel vuoto oltre le scritte al contrario della vetrata. Le strade eran davvero belle, da lì dentro. Il freddo fuori non si sentiva. Poi c’era un ragazzo, un tipo fino, tanto magro che avrebbe potuto averlo nel bicchiere con un’oliva. Batteva agile sui tasti di un HP con un frappè accanto. Ogni volta che provava a bere mancava la cannuccia. Chissà se lui l’aveva un lavoro. Un negro che se la passava meglio di lui. Il mondo stava davvero naufragando. Un sorso d’alcol rese i pensieri più lontani. Il suono delle auto non era più che un sottofondo, il vetro sottile non impermeava la stanza dal suono dei copertoni, che pestavano sempre la stessa pozzanghera ormai marrone. Il barista puliva nervosamente i piatti sporchi dell’ora di pranzo. Era il tipo da fidanzata, sicuramente ne aveva una ad aspettarlo a casa. Magari avevano litigato, e lui sfogava il nervoso sulle porcellane. Forse aveva soltanto fretta. Alzò il bicchiere avanti al volto.

«Ah, mia dolce metà…» Sbiascicò fra i rivoli di barba sale e pepe. Assaporò senza fretta gli ultimi rigagnoli dell’alcool. «Stasera smetto.»

Un ragazzino fece trillare il campanello alla porta due volte. Doveva avere sì e no undici anni, capelli neri a caschetto e il fisico da calciatore. Chissà se gli piacevano davvero quei capelli. Probabilmente aveva una madre troppo attenta, oppure troppo poco. Ordinò delle gomme. Il barista sospirò e gliene lasciò cinque per quei sudati cinquanta centesimi che gli offrì, tornando ai suoi silenti dilemmi. L’altro corse di fuori in tutta fretta, ricongiungendosi ai suoi amici sotto il cielo grigio. Che bella doveva essere l’infanzia. Era strano sentirne la nostalgia. Non l’aveva mai provata. Infilò una mano nel giaccone, esitando. Una goccia rigò il fianco del bicchiere, trasparente, anche se Brandy. Una lacrima. La sola che fu spesa per quell’uomo in fondo al bar. Quell’uomo che varcò la porta dentro un sacco nero.


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