scrivi

Una storia di MirianaKuntz

Mostri di rose

Quando un mostro ti rende mostro

170 visualizzazioni

16 minuti

Pubblicato il 07 marzo 2019 in Storie d’amore

Tags: #amore #cambiamento #coppie #delusione #mostri

0

Le avevo fatte a pezzi le sue rose rosse, gli ripetevo sempre -non mi compri, non mi puoi comprare, più ci provi più non ci riesci- lui restava lì con area attonita, e mi diceva affranto che voleva solo essere carino con me. Le rose mi ricordavano cose brutte, cose -che non erano state- o cose che – erano state solo per finta- . Non c’erano creature che più odiavo sulla terra, odiavo il loro profumo, il loro colore, il loro essere così presenti in tutte le occasioni più belle della nostra vita, odiavo il fatto che le avrei incontrate ovunque un giorno, che voltandomi un po’, in un giardino, a distanza di dieci anni, seduta accanto ad un uomo bravo ed onesto, avrei ripensato a – quello che non era stato.-

Non ti sbarazzi delle rose, te le porti dietro per tutto il tempo che ti rimane, ecco perché ho paura di riceverne, nessun sentimento dura così a lungo da non piangerne l’assenza, ma le rose le incontrerai sempre, e questo ti farà del male.

Lui non lo capiva, forse perché io non ero brava a spiegare, o forse non spiegavo affatto. Lui pensava che io fossi poco romantica, la verità la conoscevo solo io. Così dopo l’ennesimo tentativo, al mio compleanno, le ho gettate a terra, tutte e cento, e le ho calpestate così tante volte che esse non sembravano nemmeno più fiori, ma un tappeto. Soldi bruciati, un profumo da mal di testa, una persona lasciata lì tra il bianco e il grigio, la faccia da cadavere e le lacrime dietro la porta.

Mi dicevo -non piangere- ma non ad alta voce, me lo dicevo solo nella testa, poi pensavo che se avesse pianto, forse avrebbe dimostrato di tenerci. E’ cosi che dicevano a me, più piangi più dimostri di amarmi. Ed io piangevo, non volevo in verità dimostrare cose a tavolino, è che la tristezza mi veniva spontanea. Quando piangevo non ero mai in me, o buttavo cose in aria, o me ne stavo ferma immobile, ma comunque non c’ero, e il fatto che una parte di me non ci fosse più, rendeva quella persona così fiera ed onnipotente. Controllava la mia testa, i miei condotti lacrimali, il mio umore. Tutto. Pensai di aver pianto così tanto che ad un certo punto smisi, ma a lui non stava bene nemmeno quello, perché a detta sua, la -vecchia me, sensibile e dolce, non c’era più- Allora ricominciai, buttai giù il muro della mia forza a mani nude. Ma a quel punto non serviva più, non bastava, era troppo a volte. I miei pianti erano motivo di disturbo, -ammorbavo- le giornate, mettevo sottosopra le belle serate.

-piangi..- allora pensai, lì davanti a quelle rose. Quando lui iniziò a piangere non potei che ridere. -Che patetico!- pensai. -non mi compri- ripetei ad alta voce stavolta. Anche le lacrime adesso mi sembravano il tentativo disperato di comprare il mio cuore.

-Basta!- gli gridai in faccia, quindi lui smise, e il fatto che avesse smesso mi aveva già annoiata.

E’ così che pensavo andasse la vita, a pugni e parate. Quando lui mi raccontò delle sue intenzioni serie a me venne da ridere. Prima che potesse aggiungere altro, gli dissi – che avevo un altro, che forse ci avrei messo su una casa, che mi piaceva un po’ ma non troppo.. e che se lo desiderava poteva comunque uscire con me, ogni tanto.- L’uomo impallidì come era solito fare, provò a farmi cambiare idea, ma fu subito fermato: - ormai è deciso.-

Quando conobbi l’altro uomo non mi interessava granchè, in verità era un caro amico di famiglia, che i miei mi avevano presentato almeno venti volte, in più occasioni, dandogli le giuste direttive ogni volta. Una volta aveva degli abiti troppo sportivi, la seconda volta la cravatta lo tradì, la terza aveva con sé delle rose, la quarta aveva su un profumo troppo forte, la quinta aveva risposto -boh invece di non lo so- le successive volte aveva prima camminato male, poi usato la forchetta sbagliata, poi messo su un discorso maschilista, cantato una canzone che odiavo…bla bla bla. Alla ventunesima cena era mediocremente corretto, e allora decidemmo di andare a vivere insieme.

Quando comprai il mio set di piatti, -l’amico di famiglia- non c’era, potevo avere carta bianca, e anche la sua di carta. Compravo e compravo, -il ragazzo pallido- se ne stava fermo sullo stesso incrocio ogni singolo giorno. Osservava i miei pacchi entrare ed uscire. Io facevo lo stesso, ma ero sempre da sola. Quando alla prima notte decidemmo di inaugurare casa avevo su un intimo di pizzo. L’uomo lo notò dalla mia camicia trasparente, mangiammo delle carote ed una bistecca, il lume del salone rimandava una luce giallo paglierino. Prima che potessimo finire un ottimo rosso, lui aveva le mani nei miei pantaloni, a me non interessava molto cosa stesse per succedere, ma il ragazzo pallido era ancora fermo alla stessa strada, la stessa che dava sulla mia cucina, allora dissi all’uomo di restare lì, in vista del mondo, che la luna mi piaceva, e che ero comoda anche in piedi. Mentre lui pensava di fare l’amore, io ero lì come un manichino, ma un manichino che sta in scena, sotto la luce principale della stanza, a lanciare qualche occhiata al ragazzo che era di sotto, quando ebbe finito salutai il ragazzo con la mano, l’uomo soddisfatto non se ne accorse nemmeno, prese i suoi vestiti gucci e andò a dormire.

Non sentivo niente, nemmeno la vergogna, nemmeno la paura. Niente. Mentre dormivo lì in salotto come una che è stata ospitata in una casa che non le appartiene, pensavo a quanto fosse stato tremendo per un ragazzo innamorato vedere me incastrata ad un altro.

-E’ la vita- fu il mio secondo pensiero.

L’amico di famiglia non aveva tante accortezze nei miei confronti, quella mattina non aveva preparato nemmeno il caffè, nemmeno alzato le tende, nemmeno fatto la pipì, si era vestito ed era andato in ufficio.

Quella cucina puzzava di sudore. Quando mi alzai dal salotto un raggio di luce sfidava le mie pupille. Con la camicia della notte prima corsi lì sotto, accanto al lampione, all’incrocio fatidico.

Il ragazzo pallido era ancora più bianco del solito.

-Sali.- gli dissi affacciandomi al portone.

Lui non era tanto d’accordo, ma il fatto che l’avessi invitato in casa mia lo rendeva euforico.

-che patetico.- pensai ancora.

Come quando guardavo i loro spazzolini da denti, i loro servizi da thè, i loro quadri appesi delle vacanze al mare, il loro disordine e il loro profumo sospeso nell’aria. Persino il loro letto stropicciato. E questo mi faceva sentire triste e felice nella stessa maniera. Eppure quella casa non era mia, lui non era roba mia.

-Non è roba tua!- dissi di scatto quando lui prese una tazza e la sollevò

-ti ho vista…ieri.- rispose balbettando

-sono fidanzata lo sai, certe cose è giusto farle.-

- allora se non mi vuoi perché sono qua?-

-chi l’ha detto che non ti voglio?-

-hai detto di essere fidanzata-

-per ora. Si l’ho detto.-

-per ora..- ripetè lui portandosi le mani alla fronte.

-in questo momento lo sono un po’ di meno- dissi a lui portandomi le sue mani al seno.

-Non ce la faccio.-

-nello stesso posto..dove mi ha avuta lui, in queste mura, su questo tavolo… non vuoi?-

Giocavo, e sapevo di poter vincere.

Scatta una risposta mentale piuttosto automatica in queste situazioni, il fatto di avere le cose che ha avuto un altro ti rende per quei dieci minuti quasi invincibile, ti mette in pari col mondo, ti fa sentire di nuovo vivo.

Infatti vinsi. Lui fece lo stesso, nella stessa posizione, con la stessa energia, poi mi voltò e accarezzandomi la fronte mi disse solo una cosa, tutta d’un fiato.

  • Io ti amo…

-io sono fidanzata, lo sai, l’hai sempre saputo.-

Prima che potesse perdere il suo colorito, e tornare bianco, con gli occhi semi lucidi si vestì e scappò di sotto. Non lo rividi per sette giorni, pensai si fosse arreso, o avesse capito di amare un’altra.


Io non amavo nessuno, ero solo la solita me stessa. Quella cucina puzzava di un sudore doppio, di lacrime non spese, di sogni distrutti.


La puzza peggiore che io abbia mai sentito.


Per sette giorni ho dormito in salotto, fatto del sesso occasionale, e stampato le mie prime calamite da frigo.


L’ottavo giorno composi il suo numero e senza troppi fronzoli imitai un pianto. Per telefono è facile fingere di piangere ed essere creduti. Tiravo su col naso un moccio invisibile, la carta si increspava sotto le mie dita asciutte. Tossivo e farfugliavo. La perfetta attrice drammatica.


-che c’è?- rispose il ragazzo pallido dopo il secondo squillo.

-Mi manchi.-

-sei fidanzata..-

-ti ho già detto che è momentaneo, non riesco a vivere senza di te.-

-lo dici sempre ma non lo dimostri.-

-almeno tu puoi essere triste, io devo sempre fingere di stare bene.-

-non è una mia colpa se stai con chi non vorresti, sei tu ad importi il tuo male.-

-non mi ami forse?-

Silenzio.

-io ti amo, follemente.-

Silenzio.


Poi bisbigli simili al pianto, un mugolio.

-Va bene ti credo-

Avevo vinto, di nuovo.

-ancora un po’ di tempo e poi sarai mia?-

- sarà così-


Un po’ di giri di valzer e il ragazzo pallido era tornato ad essere il mio -porto sicuro- il mio piano B. Non poteva chiamarmi, non poteva inviarmi messaggi fuori orario, non poteva venire a casa senza il mio invito, non potevano vederci in giro.


Come me, come quando volevo inviare la buonanotte ma non potevo perché lei ci avrebbe scoperti, che non potevo chiamare al telefono perché c’erano solo giorni stabiliti, che vederci era una concessione più unica che rara, e quelle poche volte servivano per spogliarci e averci.


-Voglio un cane- dissi all’amico di famiglia una sera, dopo aver mangiato pollo e piselli.

-uno qualsiasi?-

-uno che va a te.-

Il giorno dopo avevo un cane. Questo ci faceva sembrare un’allegra famiglia aristocratica. Le prove generali prima di mettere su famiglia. Anche lui ne era entusiasta, tanto da farci mille foto a letto, e mille foto a tutti e tre.

A volte quella finzione mi sembrava così reale, che pensavo di aver creato per davvero una famiglia. Le spese erano divise per due: crocchette, veterinario, guinzaglio, giochi e pappette.

Quel cane iniziò ad essere tutta la mia vita.


-avete preso un cane? Io non sono d’accordo.-

-non devi mica essere d’accordo. E’ la mia vita.-

-è come se aveste un figlio in comune.-

-ti sbagli, è mio.-

-le foto le vedo.. non sono stupido.-

- lui può fare ciò che vuole con Tobias.-

-e quando vi lascerete, chi lo prenderà?-

-io.. ovvio-

-non ne sarei così sicuro, e poi? Verrà a casa nostra per vederlo? Per portarlo con sé i fine settimana? Non ce ne libereremo mai di quell’uomo.-

-non sono cose che ti riguardano. Non spezzo i miei desideri per te.-

-così mi spezzo io però.-

Silenzio.

Non avevo mai pensato ad una persona che si spezza, fino a quando non era successo a me. Era stato come quando giochi a Shangai, che lanci gli stecchini, e poi tiri con delicatezza. Ero stata maneggiata con cura solo nei primi dieci minuti di gioco, poi si era fatta pressione nel mezzo, e -trac- la mia testa era stata divisa dal mio corpo. -nessuno vorrà mai un gioco rotto- pensavo -tranne lui- e invece proprio chi mi aveva rotta, mi aveva poi gettata al pattume.

Fece male, più del veleno, meno della morte. La proporzione giusta per esistere solo a metà.

E’ così che quando mi parlò del suo -spezzarsi- che a me non fece effetto.

-ti spezzerai allora- pensai, ma non lo dissi mai ad alta voce.


La cosa più brutta che mi fosse mai successa, avvenne d’estate. Quando la gente fa i bagagli e parte, quando il traffico scompare, quando la notte non si dorme più. Prima che potessi formulare un desiderio per il mio compleanno, lui mi disse che sarebbe partito in vacanza con lei, e le loro famiglie. Provai a ribellarmi, in verità la prima cosa che si scontrò con le sue affermazioni fu il mio gelido silenzio. Poi gridai, poi stetti zitta, e infine accettai cose che non avrei mai pensato di accettare.

Lui alla fine partì, con lei, con loro. La mia estate fu una di quelle sudate e noiose. Piangevo, mangiavo e dormivo. Piangevo mangiavo e dormivo, a volte le cose non erano in quest’ordine, a volte una delle tre azioni non compariva nemmeno in un giorno.

-non mi perdo le vacanze per venire in contro ai tuoi capricci, è un tuo problema risolvilo!-

I miei capricci sapevano di sangue, di rabbia e di dolore.

Non assomigliavano nemmeno lontanamente al -batti piedi- di quando hai cinque anni e tua madre ha finito il gelato. I miei erano desideri innamorati, ma lui non lo capiva.


L’amico di famiglia in un giorno di luglio tornò a casa con i biglietti di una crociera.

-il nostro primo viaggio-

Io sorrisi senza sorridere davvero.

La prima persona a saperlo fu mia madre, lei ne era entusiasta. Pensava che quell’uomo mi avrebbe mostrato i posti che lei e mio padre non erano stati in grado di farmi vedere. Io pensavo che la felicità non si misura in biglietti navali e portafogli pieni.

Il secondo fu lui. Più o meno fece come me, il silenzio, le grida, poi la rassegnazione.

-non ci pensi a me?-

-non mi perdo le vacanze per venire in contro ai tuoi capricci, è un tuo problema, risolvilo!-

Avevo detto la frase in quest’ordine. Mi era rimasta stampata nella testa.


Quando sorseggiavo il mio cocktail a bordo piscina a volte mi capitava di pensarlo. Immaginavo che fosse annegato nelle sue lacrime, nel suo cibo e nel suo letto. A volte provavo pena, a volte pensavo che fosse giusto così. Quando guardavo la spuma dell’acqua perdevo la cognizione del tempo. L’amico di famiglia stava spesso al telefono, a volte mi scattava qualche foto per facebook, io ero un bel trofeo da mostrare. Mia madre ci riempiva di like e commenti. La sua vita era bella anche così, spettatrice di alta classe. Conosceva più lei quella nave che io. Io ero solo una passeggera lei una padrona di casa anche solo attraverso i social.


Di notte facevo spesso degli incubi e mi sembrava di sentire i motori scalciare sotto la mia testa. L’oblò dava su un nero seppia spaventoso.

Fu in quel momento che mi sentii sola, che cercai la mano dell’ uomo che mi dormiva accanto, per la prima volta mi sembrò un abbraccio umano. Il fatto che l’avessi cercato risvegliò in lui una strana pulsione simile allo spasmo di un animale che era andato in letargo.

Il letto stretto ci annodava l’uno sull’altra, a volte aveva gli occhi innamorati, a volte mi sembrava solo tremendamente annoiato.

-Ti amo- sussurrò negli ultimi dieci secondi di prestazione.

Non feci caso a niente, neppure al fatto che probabilmente quella notte mi ero fatta impiantare un bambino dentro.


Spiagge bianche, noia. A volte pensavo al ragazzo dalla faccia bianca, altre volte al seme che bruciava nella pancia, a volte alla vergogna, altre volte a niente.


Quando tornai feci un test di gravidanza, ero chinata sul mio water con la schiena dritta. Aspettai un po’, poi alla fine era tutto vero: positivo.

Chiamai il ragazzo, lui era triste e felice, mi avrebbe finalmente rivista.

Quando prese posto in salotto aveva le mani sudate e gli occhi spalancati.

-voglio un figlio. Forse.- gli dissi ad alta voce.

-un figlio?-

-ho un età ormai, potrei non averne più in seguito.-

-possiamo parlarne, ma solo se vieni via con me.-

-non posso.-

-ancora no?-

-voglio un figlio.-

-come cavolo puoi pensare ad un figlio se sei ancora con lui, in questa casa, senza di me.-

-sono incinta.-

Silenzio.

Il suo bianco divenne bianco marmo, bianco morte, bianco.

In tutto quel bianco ci annegavo.

-come cazzo puoi dirmi una cosa così? Ed io?-

-se mi ami amerai anche questo- gli dissi ponendomi la mano sul ventre

-tu sei pazza.-

-e tu sei immaturo.-

Il suo bianco latte divenne subito rosso inferno. Tutte le cose che mi circondavano vennero scaraventate al suolo, io vedevo solo un vortice di cose.

-e i nostri progetti?-

-questo è più importante.-

-sei solo una puttana-

-forse-


Al mio forse lui corse via. Le sue spalle mi sembrarono le più belle che avessi mai visto in tutto il mondo. Gli stavo chiedendo una cosa impossibile, eppure la stessa fu chiesta a me tempo addietro. Non sapevo nemmeno se volevo quel bambino oppure no. Non mi ero mai pensata come madre, né come sposa. Quelle cose accadevano solo nei miei incubi, eppure mi ero fatta travolgere da una spirale di fatti che ti rende più vuota che piena.

Non lo sapevo se l’amavo oppure no.

Non sapevo se volevo essere madre.

Non sapevo se l’amico di famiglia sarebbe stato un ottimo padre.


Sapevo solo che tutto quel -non amore- nei miei confronti si era tramutato in noia, rassegnazione, apatia. E che le cose non mi rendevano né felice né triste. Che mi avevano sempre abbandonata tutti, che alla fine c’ero abituata.


-sono incinta -dissi all’amico di famiglia alla sera, dopo cena.

Lui prese la mia guancia fra le dita e mi diede un pizzicotto simile a quello che da un nonno.

Poi prese le sue sigarette e andò a fumare fuori. Nulla di nuovo, tutto come sempre.


Il mostro mi aveva mangiata e messa al mondo come mostro anni addietro, mi aveva dato i suoi vestiti, le sue armi, i suoi monologhi, persino i suoi desideri. Il mostro aveva fatto a cambio col mio cuore, mettendoci una pietra. Il mostro mi aveva resa più cattiva di quanto non lo fossi mai stata.


E in un mondo dove se uccidi un cattivo, il numero dei cattivi non cambia, il mio essere mostro aveva fatto più feriti che prigionieri.

Forse morti.


Mi addormentai senza pace, su un fianco, come una che avrebbe messo al mondo solo un mostro più piccolo.

Il giorno dopo -il padre di mio figlio- tornò a casa con un mazzo di rose rosse.

Non le calpestai stavolta, ero stato buona con chi mi aveva dato poco e niente, e crudele con chi mi amava. Quel profumo di rose mi portò alla testa cose tremendamente belle e cose orribili.


Fissavo quelle rose dal mio letto, come un coccodrillo fissa la sua preda.

Ripensai a lui, a noi, a quello che non eravamo stati un tempo.

Ripensai al -mostro-

Presi le rose col vaso, a piedi nudi andai in balcone, faceva freddo ma non abbastanza.

Le lasciai librare nell’aria, un tonfo secco, di un vaso che si scontra con il fanale di un’auto.

Schegge ovunque, fiori mosci.


Poi tornai a letto.

Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×