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Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine TRAVELOGUE

HALLOWEEN AT NIGHT

VADEMECUM ROMANO / 2

62 visualizzazioni

9 minuti

Pubblicato il 31 ottobre 2019 in Fantasy

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Roma - Villa Torlonia - Veduta del Parco
Roma - Villa Torlonia - Veduta del Parco
Roma - Villa Torlonia - Tempio.
Roma - Villa Torlonia - Tempio.

VADEMECUM ROMANO / 2


Villa Torlonia chiusa da tempo per lavori di restauro non lascia entrare nessuno, ma il guardiano dietro compenso, ascoltatomi per qualche minuto, afferma che non sa niente di tutta quella storia: “La Dama Nera?!, una carrozza?!, un Tempio?! Tutte fandonie inventate dalla gente!. Quella sì che ne ha di fantasia”. Tuttavia mi lascia entrare, con la raccomandazione di essere di ritorno prima che faccia buio, “alle sette in punto io chiudo il cancello e vado via”.

Lungo i viali alberati mi vengono incontro pini marittimi, palme frondose, magnolie, siepi d’alloro, di mirto, boschetti di bambù, e un cinguettare vivace fatto di richiami e di note accentate. Non c’è nulla di sinistro nell’edificio in cima all’ampia scalinata, un rifacimento neoclassico con colonne sulla facciata e un bel frontone in terracotta che riproduce scene prese dalla mitologia. Più bello ancora mi sembra l’obelisco, “vero o falso, chi sa?”, poggiato su una massiccia base ornamentale.

Inizialmente non mi rendo conto che la Villa, inglobata nel complesso urbano della città moderna, è in realtà costruita su di un pendio che, dal piano stradale della Via Nomentana da luogo ad avvallamenti e promontori, a spiazzi ricoperti di prato e sempreverdi. Alcuni edifici compositi e abitazioni, di un’eleganza contenuta o forse solo compassata, occupano luoghi solitari nascosti tra la verzura dove si respira un senso d'armoniosa quiete.

Non v’è sfarzo nelle linee architettoniche delle costruzioni, che risultano anzi rigorose, pur entro una loro composita eleganza. Ogni edificio propone un diverso discorso strutturale, che asseconda l’ambientazione “naturale” del parco tutt’intorno. Qua e là finti ruderi ed architravi, finestre chiuse, portoni sbarrati, un ampio giardino d’inverno devastato, nicchie vuote e statue decapitate, che lasciano intravedere come più che il tempo, i danni che si riscontrano l’hanno prodotti l’incuria e l’abbandono.

No!, li non si può entrare!”. Mi sento dire alle spalle,

“Perché?”, chiedo, mentre cerco di sbirciare attraverso l’impalcatura.

È pericoloso!

“Pericoloso in che senso?”, chiedo ancor più incuriosito.

“Pericolo di crolli?”

Pericolo, in generale!” – aggiunge quello.

In realtà di cartelli con su scritto “pericolo” ne ho visti diversi, disseminati un po’ d’ovunque, ma danno più il senso di “vietato entrare” che di reale pericolo. Gli chiedo cosa c’è di tanto pericoloso in quegli edifici, all’apparenza massicci e solidi come fortezze che hanno retto all’assalto d’una masnada agguerrita.

Qui, sono state decise le sorti della nazione, vi sono anni di storia patria, e ancor più testimonianze antiche, anzi antichissime. Quella, ad esempio, è la Casa delle Civette, con quelle finestre grandi come occhi di civette appostate” – mi dice, mentre toglie la catena dall’impalcatura che ne impedisce lo sguardo. Vedo solo resti carbonizzati, muri anneriti, e i vuoti occhi lasciati dalle finestre divelte.

Ecco, guardi, non c’è più niente, hanno portato via tutto prima che le appiccassero il fuoco, le piastrelle dei rivestimenti, i pavimenti in cotto, i marmi pregiati dei caminetti, le mensole, le vetrate Liberty. Eh! se erano belle. Venivo a vederle tutte le sere al tramonto, quando i Signori erano via”.

“Perché lei stava qui quando la Villa era ancora abitata?” .

Si, certo. Ero il guardiano di Sua Eccellenza. L’ultimo. Prima che la Villa fosse ceduta e abbandonata ai vandali. Così l’hanno ridotta in pochissimo tempo. Così come lei la vede”.

“Vedo che la stanno restaurando?”

Ma cosa vuole che restaurino, dovrebbero chiuderla invece. Per sempre!

Non è posto questo da tenere aperto al pubblico”.

“Perché?”, chiedo non nascondendo la mia curiosità.

Non è storia da raccontare questa. È buia, oscura come la notte senza luna che si spinge nei sotterranei della Villa, e s’inoltra nei meandri dell’al di là in cui non v’è storia, ma il vuoto che s’apre improvvisamente sotto i nostri passi”.

“Io penso invece che la morte sia il termine di una forma della vita che rinasce altrove, sotto altre forme. Qualcuno ha detto che bisogna apprendere a considerare questa opportunità come un momento della vita”.

Ha veduto quelle piccole grotte laggiù, con i gradini e le grate nel giardino?

“Si certo, le ho viste!”

Quelle sono Catacombe!

“Catacombe!, qui?”

Nessuno lo sa! Venga, venga a vederle coi suoi occhi. Un luogo di culto che si snoda come un labirinto sotto questa città. Vi sono stanze segrete, affrescate dai primi cristiani o forse ebrei, con i simboli della morte e della risurrezione. Luogo in cui in molti hanno vissuto per secoli nascosti alla luce del sole, cercando nella sapienza degli antichi la “verità” da spiegare al mondo. Un luogo “santo” e “occulto” al tempo stesso, in cui si mescolavano alla preghiera le pratiche magiche e l’alchimia, il sacro col profano. Qui si facevano stregonerie con le ossa dei morti!

Lo seguo per le scale che conducono nel sottosuolo. Il custode apre un piccolo cancello che stride in modo da far accapponare la pelle, e accesa una torcia, mi conduce attraverso un basso cunicolo dentro una stanza affrescata. Le decorazioni alle pareti sono lineari e ripetono in senso cromatico le linee della volta e delle nicchie con qua e là alcuni simboli floreali riconducibili all’ulivo e alla palma. Non ci sono però scene né figure umane o antropomorfe rappresentate.

Ma non ho molto tempo per guardarmi intorno poiché il guardiano si allontana con la torcia per uno stretto corridoio. Sento appena la sua voce che m’invita a proseguire, quand’ecco un’ombra mi appare improvvisamente così vicina che per un istante credo di avercela addosso. Mi sfiora un poco e un improvviso gelo mi percorre le membra. “Guardiano!”, grido con tutta la voce che ho in gola, ed esco di corsa urtando con la testa contro l’arco della porta. L’aria tiepida e la luce del tramonto mi riconciliano con l’esterno. Il guardiano tarda a uscire e il tempo che rimango in attesa mi sembra lunghissimo. Infine giunge e con diniego mi dice di essersi sbagliato sul mio conto.

Pensavo avesse un po’ più di fegato. Che è venuto a fare qui? Chi l’ha mandata? Adesso se ne vada, sono le sette e devo chiudere il cancello! Su!, se ne vada!, buonasera!”.

“Ma, il Tempio murato?”, gli chiedo voltandomi mentre esco. Ma già di lui non v’è più traccia.

. . .

Penso fra me di poter fare un altro tentativo l’indomani, poi dopo qualche attimo di riflessione mi chiedo: perché aspettare quando la curiosità è ormai un fatto impellente? Il muro di cinta si presenta troppo alto per essere scalato, tuttavia noto la possibilità di entrare nella Villa attraverso una casetta che s’affaccia su una strada adiacente e che mi sembra di più facile accesso. Entro in un androne che doveva essere servito un tempo da rimessa, sebbene i solchi sull’erba lascino pensare a un uso corrente.

Percorro il breve tratto di prato calpestato dalle ruote e mi fermo, quando odo dei passi farsi vicini. Poi il nulla. Più in là, quasi nascosta dalla vegetazione, vedo una carrozza apparentemente in disuso. “Una carrozza nera come quella della Dama”, penso, quando mi accorgo che l’ora del tramonto tinge il cielo d’un rosso purpureo, intenso. Di li a poco le ombre proiettate degli alberi animano il parco di un che di sinistro. Mi chiedo: “Dove cercare il Tempio?”.

Mi convinco ad aspettare il chiarore della luna prima di muovermi attraverso il parco, alfine di facilitarmi nella ricerca, ché il biancore della pietra dev’essere certamente più visibile in mezzo al verde incupito dall’ombra. Mi fermo sul prato da cui godo della bellissima vista dello spiazzo delineato di un ex galoppatoio. Faccio per attraversarlo, quando un cavallo nero, uscito di corsa dalla penombra, s’impenna davanti a me e scuote la sua fulva criniera impedendomi il passo. Nitrisce alzandosi sulle zampe posteriori e cerca di colpirmi.

Ho appena il tempo di gettarmi in terra e rotolare su di un fianco per evitare il duro colpo che la bestia sferra sulla nuda terra, sollevando una nuvola di polvere. Quindi si allontana al galoppo, lasciandomi più che spaventato. Lo seguo con lo sguardo fin che posso attraverso il folto ombroso degli alberi, e mi avvio nella sua stessa direzione fino all’estremo limite del parco.

Quasi ricoperte dalla vegetazione, intravvedo le colonne nascoste di un Tempio. Appena una sorta di portico e nient’altro, una grata in ferro arrugginita ne ostacola l’accesso. Quando finalmente riesco ad attraversare la rete di recinzione, trovo nient’altro che un muro, inaccessibile, insormontabile. Come di un’abside chiusa, interdetta allo sguardo, in cui ciò ch’era appartenuto al sacro fa ormai parte del segreto che in essa si cela. Non v’è soluzione di continuità nell’architrave, nessun sancta sanctorum al quale avere accesso.

Rimane un luogo chiuso, oscurato alla conoscenza, che lascia spazio alle ipotesi, ai riferimenti, al rifugio dalle proprie angosce, in cui infine si prospetta l’assoluta vanità del presente, l’origine e il termine d’una scoperta. Un “qui ed ora” colmo di domande che restano senza risposte, di fantasmi senza avvenire, di storie non raccontate. Come una sorta di labirinto che posso ricondurre alla mia sola curiosità, a ciò che forse vado cercando, al mio stesso scrivere senza via d’uscita. Forse ciò che cerco è tutto qui – mi dico – davanti a me, nascosto dietro quel muro e non vedo alcun modo per abbatterlo. Odo di nuovo il nitrire feroce del cavallo dietro di me e quando mi volto solleva le zampe anteriori e sferra gli zoccoli contro il muro senza tuttavia scalfirlo.

È forse un invito a fare altrettanto? – mi chiedo. O forse mi rivela una qualche presenza che s’aggira dietro quella parete? La Dama Nera? Le nubi adombrano la luna e un buio pesto inonda il parco di un cupo presentimento, quando infine la bestia scrolla più volte la testa scarmigliando la sua folta criniera e si allontana da me e da quel luogo. Anch’io fuggo in preda al panico, senza voltarmi indietro, ripromettendomi di ritentare un’altra volta, ma senza convinzione. In fondo, penso, i misteri hanno ragione del proprio essere in funzione della nostra curiosità di svelarli, e tali dovrebbero restare se ciò può servire allo spirito per elevarsi fino ad essi. Non è così che inseguendo i fantasmi evanescenti della nostra mente raggiungeremo un giorno la soglia dell’eternità?


. . .

(continua)

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